08/05/09 08:45 | autore: Danilo Soscia Stampa

Amos Poe: “Voglio tremare di fronte alla divinità della creazione” 0

L'intervista di Pisanotizie ad Amos Poe in attesa della rassegna che il Cantiere San Bernardo di Pisa dedicherà al cineasta statunitense a partire da lunedì 11 maggio

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L'emozione è di quelle rare. I volenterosi curatori della rassegna a lui dedicata in programma al San Bernardo di Pisa ci avevano avvertito: scrivete a Poe, vi risponderà. Diffidenti e increduli, abbbiamo ceduto a tale tentazione. La spericolatezza della nostra azione ci ha, alla fine, premiati. Amos Poe ci ha concesso le sue preziose risposte, tra riflessioni sulla sorte del cinema, pareri più che personali, considerazioni estemporanee, prospettive per il futuro.

Saprebbe riassumere, se questo fosse possibile, il suo processo artistico ideale? Qua nto c'è stato della sua vita nei film, nei documentari, nei video che ha realizzato? Quanto della città di New York, nelle sue continue mutazioni, nel suo essere sempre diversa e mai uguale a se stessa?

Fondamentalmente sono le storie che mi passano per la testa l'obiettivo principale del mio mettere alla prova le immagini in movimento e il modo in cui, poi, le percepiamo. La mia "vita privata" di solito resta privata, anche se i miei stati emotivi, psicologici, spirituali, fisici si ritrovano quasi sempre nei miei film. La maggior parte dei miei lavori, finora, è stata New York-centrica: è il luogo in cui vivo ed è ciò che vedo. Ho in programma di spostare le mie visioni in Italia, Europa e oltre.

E' rimasto legato a qualche lavoro in particolare? Non si dovrebbe chiedere mai a un regista: qual è a suo avviso il suo lavoro migliore?

Riesco di rado a guardare i miei film, ma quando mi capita, occasionalmente, ci scopro nuove cose da vedere, ascoltare o provare. É difficile da dire, al momento sono particolarmente affezionato a "The Foreigner" e "Empire II". Preferisco guardare i film degli altri, questo è sicuro, ma mi piace anche che gli altri guardino i miei, specialmente se, in qualche modo, riescono a ispirarli. Amo i film che sanno ispirarmi!

Che ricordo ha del lavoro in televisione? Negli anni del "Glenn O'Brien's Tv Party percepiva una continuità tra il suo lavoro di film-maker e quello di autore-regista televisivo?

Non ho mai fatto davvero televisione, anche se mi sarebbe sempre piaciuto. "Tv Party" era trasmesso su un canale via cavo. Era molto divertente dirigere dal vivo con due telecamere, ma non sono sicuro che la si possa considerare televisione. O forse il punto era proprio quello. Era il periodo in cui feci "Subway Riders", prima di "Alphabet City". Lavorare, suonare e far baldoria con Glenn & Chris e i nostri "ospiti" e la nostra house band era come scalare l'Everest coi pattini a rotelle.

Crede che le sue scelte estetiche, come qualcuno ha affermato, abbiano davvero segnato un'epoca e che abbiano davvero condizionato una parte del cinema non solo indipendente?

Sì. Quando cominciai con "Blank Generation", a ispirarmi furono la musica, il rumore, la moda, la poesia di quel mondo. All'epoca, era la cosa migliore da filmare. Credo che le band e i musicisti siano ancora la cosa migliore da riprendere. Naturalmente la spinta veniva dall'idea di filmare le band con una macchina 16mm, col sonoro fuori sincrono e credo che la cosa ancora regga bene. Non è un documentario ma è "più vero" di un documentario! Dar vita a un movimento cinematografico che non avesse necessariamente bisogno di grandi somme di denaro richiedeva una maggiore integrità artistica e ti dava più libertà. All'epoca, quello dei giovani artisti newyorchesi, specialmente della downtown, era un ambiente intenso. Eravamo giovani, selvaggi, innocenti, ribelli e pronti a provare di tutto. C'era poesia nell'aria!

Cosa non le piace del cinema, ovvero qual è quel passaggio, quel meccanismo della lavorazione cinematografica che proprio non si lega alla sua sensibilità, alla sua personale idea di arte?

Bella domanda. Credo che per me la parte peggiore del "sistema" sia la ripetitività delle formule - o il nulla di cui sono fatte le storie. Soprattutto vedere sullo schermo cose che ho già visto o sentito, mi annoia. E anche l'idea che tutto debba avere un aspetto professionale, è così accademico. Ciò che più mi interessa è come l'Arte possa agire in un film. Voglio sentirmi eccitato ogni volta che si spengono le luci... Quel che voglio è magia, non estetica. Voglio essere trasformato. Voglio tremare di fronte alle divinità della creazione. Essere ipnotizzato dalle possibilità di rivoluzioni narrative ed espressive.

Quanto la musica degli anni '70 e '80 ha influenzato il suo immaginario, la sua idea stessa della società statunitense?

La musica è sempre stata la mia principale sorgente d'ispirazione. Per me Bob Dylan c'era prima di Godard (e adoro il film di Godard sugli Stones!)

Crede che il cinema possa esprimere ancora oggi una ricerca, esprimere una novità; oppure la banalizzazione del processo cinematografico ne ha spento per sempre la sostanza eversiva?

Sì. Il cinema ha bisogno di essere re-inventato ogni volta. Credo che il mondo delle pratiche digitali abbia ereditato la "luce" della pellicola. Il "fotogramma" è un argomento chiuso.

Quanto deve il suo cinema a Ed Wood? E soprattutto: Ed Wood è stato o non è stato uno dei più importanti registi "inconsapevoli" del XX secolo?

(ride) Per quanto mi riguarda i suoi film hanno sicuramente ispirato "Dead Weekend". Ho sempre pensato che Ed Wood e Andy Warhol, o il primo Woody Allen, fossero molto vicini, per alcuni aspetti, specialmente per quanto riguarda l'humor, la satira. Sono più che altro un autodidatta, quindi il "mio cinema" ha debiti verso ogni singolo film che io abbia sentito e visto. Quando sono in sala mi viene automatico offrirmi totalmente allo schermo e agli altoparlanti. Voglio che sia qualcosa di più di un'esperienza voyeuristica. Voglio che sia più reale del reale. Non penso troppo ai miei film passati, più che altro penso al prossimo che realizzerò: è per questo che questa rassegna a Pisa mi riempie di gioia, perché il mio prossimo lavoro avrà luogo proprio in Italia.

Abbiamo incontrato, inoltre, Andrea Ciucci, curatore della monografia che il Cantiere San Bernardo ha voluto dedicare al celeberrimo cinesta statunitense. Con la squisita modestia che lo contraddistingue, Andrea Ciucci ci ha raccontato del suo primo, fatale incontro con Amos Poe.

Dove vi siete conosciuti?

A Cascina due anni fa, nel novembre 2006, in concomitanza di una rassegna sul cinema underground americano nella quale era compreso anche un suo lavoro. Amos inviò una mail, ringraziando per la proiezione. Da quel momento siamo rimasti in contatto. Abbiamo avuto modo di conoscerci a Firenze di persona l'anno scorso durante la proiezione di "Empire II" in Piazza Santo Spirito. Un'amicizia nata per l'interesse in comune per il cinema indipendente. Amos mi ha dato una mano importante scrivendo una breve nota per la rassegna dedicata a Ida Lupino (organizzata dal Cantiere San Bernardo nel 2008 ndr.), che, anche secondo la sua opinione, è stata un'artista criminosamente lasciata al di fuori della notorietà, nonstante gli evidenti meriti artistici. Da questa nostra continuità è nata poi l'idea di organizzare una personale sul suo lavoro.

Emerge dal tuo discorso una particolare logica che vi guida nella scelta dei lavori selezionati per questa sede. Ida Lupino, Amos Poe...

Con tutta evidenza noi non rincorriamo la programmazione delle altre sale. Il Cantiere San Bernardo non è un cinema e nemmeno vuole esserlo, tuttavia ci interessa proporre delle pellicole che possano esprimere un interesse specifico nei confronti di un certo tipo di spettatore. Qui ho cominciato con Bela Lugosi, poi con Ida Lupino e ora con Amos Poe: mi interessa proporre un attore , un regista al di là della sua collocazione "industriale", bensì per la sua particola passione verso il mezzo filmico. Mi interessa proporre quelle "gemme" che altrimenti molto difficilmente godrebbero di una qualche visibilità. L'idea di fondo è quella di esplorare le zone marginali dell'industria cinematografica.

Nel costruire la monografia su Amos Poe sei stato guidato da un particolare criterio? Si tratta comunque di un autore complesso che ha vissuto diverse fasi estetiche dagli esordi fino agli ultimi lavori.

La scelta si è orientata con tutta evidenza verso i lungometraggi. La prospettiva è stata quella di rendere una completezza sul lavoro di Poe, eccetto i primi esperimenti in "Super 8", per ovvie ragioni tecniche.

Un tuo giudizio critico sul lavoro di Poe, soprattuto se esso si concentra su una fase, un lavoro specifico di questo fondamentale cineasta.

Ovviamente provo un'attrazione particolare per tutto il suo periodo no-wave, fino ai primi esperimenti in 16 mm. Si tratta di una scena che ho seguito molto da vicino, approcciandomi in una prima fase all'aspetto strettamente musicale tramite epigoni quali i Sonic Youth, tanto per citare i più noti.

La scelta di proporre questo tipo di produzioni corrisponde a un'esigenza autoriale, o d'altra parte tenta di colmare un vuoto che a Pisa in particolare si avverte con maggiore urgenza?

Il cinema è una componente importante delle attività che conduciamo qui al Cantiere. A noi piace esprimere una formula che possa contemplare una qualche completezza, nonché, quando è possibile, la presenza fisica dell'artista. Si tratta di coltivare un passaggio che dalla condizione di fan conduca a quella di promotore, "animatore", in base alle proprie passioni personali. Vorremmo riproporre un cinema che si collochi fuori dalla "spettacolarità" del presente. In tal senso, condivido con Amos la passione per Godard, il quale nel suo essere cine-autore ha rappresentato un'alternativa ancora oggi valida rispetto a una latente omologazione, a una mediocre riduzione del mezzo cinematografico.

 

 

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