Un "patto" tra il Comune e la Comunità Senegalese per i rimpatri volontari in cambio di un contributo economico, sul modello in corso di sperimentazione con i Rom rumeni. Ne hanno parlato in questi giorni alcuni quotidiani locali, e l'amministrazione ha confermato l'esistenza di un accordo con gli interessati. Partirebbe da Pisa, dunque, un vero e proprio esperimento pilota a livello nazionale, con cui si dovrebbe favorire il rientro a casa degli stranieri che non riescono a inserirsi nella nostra città.
I senegalesi: "non c'è nessun accordo"
Eppure, contattati al telefono da Pisa Notizie, i dirigenti della comunità senegalese cadono dalle nuvole. «Non c'è nessun accordo», dice per esempio Mbaye Diop, presidente del coordinamento associazioni senegalesi in Toscana e principale animatore della manifestazione del 18 Aprile scorso. «E' vero», concede, «sono in corso delle trattative con il Comune per risolvere i problemi dei venditori ambulanti che lavorano al Duomo: quelli che hanno subìto le conseguenze dell'ordinanza anti-borsoni. Il Sindaco Filippeschi si è dimostrato disponibile al dialogo, e per noi questo è un fatto positivo. Ma al momento non c'è nulla di definito».
"Il rimpatrio? solo se c'è un progetto serio"
Perchè allora si fa un gran parlare di rimpatri? «L'equivoco», ipotizza Diop, «può essersi creato perchè effettivamente abbiamo proposto un progetto di rientro volontario». Ma il piano dei senegalesi, a sentire il massimo dirigente delle comunità toscane, sarebbe assai diverso da quello ipotizzato dal Comune, e già sperimentato con i Rom rumeni.
«Anzitutto», precisa Diop, «noi non proponiamo il rimpatrio per tutti. Chiediamo, per i venditori ambulanti, soluzioni differenziate a seconda dei casi: dal rilascio di un permesso di soggiorno per chi è clandestino alla concessione di nuove licenze di vendita per chi invece è regolare. Una piccola parte dei nostri connazionali, poi, chiede di poter ritornare a casa. Per queste persone si potrebbe effettivamente pensare ad un progetto di rimpatrio assistito».
Ma soprattutto - ci tiene a precisarlo, Diop - la proposta dei senegalesi è molto diversa dal piano del Comune per i Rom rumeni. «Noi non vogliamo un bonus per levarci di torno: vogliamo un progetto vero, un rimpatrio assistito e produttivo. Significa che bisogna attivare progetti di cooperazione seri con il Senegal: i nostri connazionali devono essere aiutati ad inserirsi nel mercato del lavoro; si devono attivare forme di cooperazione commerciale e industriale tra Italia e Senegal. Un progetto di ampio respiro, per il quale servono finanziamenti e volontà politica. Se ci sono queste condizioni siamo disponibili: altrimenti non se ne fa di nulla».
Dello stesso tenore il commento di Matar N'diaye, presidente del Consiglio Provinciale degli Stranieri. «Alcuni senegalesi», ci spiega, «sarebbero disponibili a tornare, se ci fossero progetti di inserimento al lavoro nel campo dell'agricoltura o dell'allevamento: mestieri che già praticavano in passato, e che vorrebbero riprendere. Per fare una cosa del genere, però, bisognerebbe attivare un progetto di cooperazione con il Senegal, coinvolgendo la Regione, l'Unione Europea, i Comuni».
Le trattative con il Comune
E il Comune, cosa pensa di questa proposta? «Una disponibilità indicativa del Sindaco c'è», risponde Diop, «ma è ancora troppo presto per parlarne. Stiamo ancora lavorando, assieme alla Società della Salute, a un censimento di tutti i senegalesi che vendono al Duomo. Servirà per capire quanti sono, quali bisogni esprimono, quanti hanno il permesso di soggiorno e quanti sono clandestini. Una volta capite le dimensioni del problema, potremmo cominciare a discutere di soluzioni».
Quanto ai diretti interessati - i venditori ambulanti stranieri che operano al Duomo - secondo Diop vivono una situazione di grande difficoltà, proprio a causa dell'ordinanza antiborsoni. «I ragazzi non possono più lavorare», lamenta Diop, «e non hanno più mezzi di sussistenza: non sanno come mangiare, pagare l'affitto, sostenere le spese per aiutare i loro connazionali rimasti in Senegal. E molti di loro sono scettici sul rimpatrio, che associano istintivamente all'espulsione. Solo se c'è un progetto serio, concreto, la cosa può essere appetibile per alcuni».
L'ordinanza antiborsone
L'ordinanza antiborsone, insomma, resta una "ferita aperta" per le comunità straniere. «Quell'ordinanza deve essere ritirata», dice Diop, «ora si è aperto un canale di dialogo con l'amministrazione, e questo per noi è un fatto positivo. Ma i problemi restano».
La strada, insomma, è ancora in salita.
Sergio Bontempelli
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2009/05/12 10:05:38 drugo lebowski Prima di fare le "giornalate" Filippeschi dovrebbe fare l'unica cosa utile in questo momento: ritirare l'ordinanza.
Poi se parte un progetto serio di rimpatrio ben venga, ci vorrà comunque del tempo per strutturarlo bene.
Intanto però le persone devono avere il diritto di vivere.