Era difficile pensare che De Gennaro potesse essere condannato.
Era logico pensare che dovesse esserlo.
Era difficile pensarlo perché l'ex Capo della Polizia è veramente nella più o meno ristretta cerchia degli untouchables del nostro paese. Messo a capo della polizia (dopo che non aveva dato grande prova di se' in organismi internazionali) da un governo di centrosinistra, non fu rimosso e sostituito neppure dai governi di destra, il che è del tutto inusuale, giacché ciascun Ministro degli Interni si fida solo dei suoi per un posto di massima delicatezza e di quasi illimitato potere. Il che la dice lunga sul potere di ricatto che il soggetto ha sull'intero mondo della politica, senza distinzioni di colore. Infatti, le congratulazioni per l'assoluzione gli sono piovute sia dalla destra (il solito Gasparri che, come al solito, ha ringhiato per l'ennesima volta: "contro l'immotivata campagna di denigrazione contro le forze di polizia"), che dal centrosinistra: anche il responsabile della sicurezza del PD si è complimentato con l'ex capo. Del resto anche il collegio difensivo del Capo era bipartisan (Biondi e Coppi). Nessuno, nemmeno questa volta, ha speso una parola di solidarietà alle vittime.
Potevamo pensare che un semplice giudice genovese lo condannasse per induzione alla falsa testimonianza? Inconcepibile.
I presupposti, per di più, non erano affatto buoni: gli stessi giudici genovesi avevano già mandato assolti praticamente tutti i responsabili superiori della mattanza alla Diaz.
Aggiungiamo però che lo stesso impianto accusatorio non era fortissimo. Mentre l'impianto logico non consentiva che un giudizio di responsabilità, le prove non erano un granché: tutto si reggeva su telefonate di altri (sia pure autorevoli, nel loro campo, mica gli ultimi agenti di commissariato) che rimandavano a colloqui telefonici "col Capo" (certamente De Gennaro, su questo non c'era discussione). La voce del Capo non era mai stata intercettata. Chi parlava avrebbe anche potuto millantare quei colloqui.
Detto di questa fragilità probatoria, bisogna però aggiungere almeno alcuni punti.
Prima di tutto, perché mai due quadri medio alti della Polizia (l'allora capo della Digos Mortola e l'allora questore genovese Colucci) avrebbero dovuto millantare i colloqui, quando era molto più plausibile che li avessero avuti?
Poi, che Colucci abbia mentito agli inquirenti è provato dalle carte: ha dato due versioni diverse degli stessi fatti (e infatti è stato rinviato a giudizio). Perché lo ha fatto? A quali sollecitazioni o interessi ha ubbidito? Se si è esposto fino al punto di mentire grossolanamente in aula significa che dietro la sua testimonianza stavano interessi forti. Ovviamente, dei suoi superiori. Se no, di chi altro?
Infine, c'è qualcuno che può onestamente pensare che, nel filo diretto che quel fatale sabato collegava Genova con Roma, il Capo non sapesse ciò che i suoi immediati sottoposti andavano a fare alla Diaz? E' questo il punto con cui, chiunque abbia a cuore la verità, si trova a scontrarsi con le indagini genovesi. La Procura di Genova non ha mai voluto prendere in considerazione di indagare sul ruolo del vertice della Polizia in quei giorni. Mancando un'indagine seria sul vertice, anche quelle sui sottoposti, fatalmente, ne sono uscite indebolite.
Sapremo mai se il macello della Diaz, come le altre aggressioni ai manifestanti, fu preordinato, comandato, organizzato, discusso in tutte le sedi, sia politiche che di Polizia? Se aspettiamo una sentenza, no di certo. Ma noi, che eravamo lì in quei giorni, sappiamo già da allora che nulla fu casuale.
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