Arrivato a Pisa per presentare il libro-caso di Matthew Beresford "Storia dei Vampiri" (Odoya Edizioni, Bologna), del quale ha scritto anche una ricca prefazione, Valerio Evangelisti ha arricchito il carnet di ospiti presenti all'edizione 2009 del Pisa Book Festival. Il celebre "padre" dell'inquisitore Eymerich e della trilogia di Magus è uno dei più amati rappresentanti del "genere" in Italia, anche se risulta oltremodo difficile collocare il suo lavoro in una categoria rigida e totalmente codificata.
Valerio Evangelisti, che pure è in grado di vantare una "riconoscibilità" letteraria altissima, si distingue da sempre per praticare il genere quale canale d'elezione per raccontare la Storia da una prospettiva diversa, sia quella del Potere repressivo e fondamentalista o dell'eversione radicale all'ordine costituito. Pisanotizie ha avuto il piacere di rivolgere a Evangelisti alcune domande sul suo lavoro e sulla sua personale visione del mercato delle lettere.
Alcuni dei suoi lavori sono riconducibili, in termini di industria letteraria, alla categoria "best-seller". Contrariamente a certi proclami che la critica accademica protocolla di tanto in tanto, il "genere"sembrerebbe essere il vero motore della produzione letteraria nazionale.
In realtà credo di rientrare in un'altra categoria, quella dei "long seller". All'uscita i miei romanzi restano in classifica una settimana o due, bene che vada, poi però vengono di continuo ristampati e si vendono per anni. Io preferisco questa seconda dimensione, più "modesta" ma più pertinace. Quanto al "genere", non credo che sia davvero il motore della narrativa italiana, come spesso si ripete (per esaltare il fenomeno o per denigrarlo). A parte Camilleri, Lucarelli e pochi altri (per il fantasy Licia Troisi), è difficile trovare romanzi italiani di genere in testa ai libri più venduti.
D'altra parte, il suo lavoro ma si potrebbe dire il suo "universo" condivide con le logiche di genere una sorta di dimensione genetica che però sembrerebbe, in ultima analisi, diventare altro.
In effetti cerco di usare il genere per divulgare temi, filosofico-politici, che non gli sono propri. Senza per questo disdegnare la qualifica di scrittore popolare: ciò che volevo essere quando cominciai a scrivere.
Tanto per non allontanarci dal suo universo creativo, il ciclo di Eymerich o la trilogia dedicata a Nostradamus sono l'evidente spunto per una critica radicale al sistema economico-sociale sul quale regge la nostra quotidianità di contemporanei. Il genere, quale "misura" letteraria, può trasformarsi in strumento d'indagine?
Può farlo se esiste un progetto in tal senso. L'esempio più significativo è quello dell'autore francese di noir Jean-Patrick Manchette, che, con la penna, ambiva a proseguire la critica sessantottina con nuove armi. Oppure potrei citare lo scrittore inglese di fantasy China Mieville, che nutre propositi analoghi. Da parte mia, mi limito a proporre temi che, mentre divertono, facciano anche riflettere un poco.
Attraverso il fantasy, il "fantastorico", l'orrorifico soprannaturale, si può realizzare una prospettiva privilegiata di scoperta del presente, di "disvelamento" della sua intima struttura?
Si può, ma non è detto che ci si riesca. Occorre volerlo. Ciò è evidente soprattutto al cinema, dove registi come Romero e altri usano il genere horror per descrivere la nostra società. Nella narrativa solo una minoranza di scrittori sceglie questa via, che poi è quella della metafora.
Per ritornare a questioni più vicine a una dimensione "sociologica", esiste in Italia, nell'industria delle lettere italiana, un'attenzione specifica ai possibili sviluppi che la "nuova epica" può produrre in ambito editoriale? Cosa dovremmo aspettarci dal mercato nei tempi a venire?
La "New Italian Epic" (NIE) è una lettura di Wu Ming 1 di certi fenomeni letterari italiani dagli anni '80 in avanti. E' stata lodata da alcuni e contestata da altri, che l'hanno interpretata quale vero e proprio manifesto letterario (a mio avviso impropriamente). Alcuni settori di case editrici, come Einaudi Stile Libero o Mondadori Strade Blu, manifestano interesse per questa tematica. Non credo però che le librerie saranno invase, a breve, da romanzi "neoepici", proprio perché non si tratta di una "scuola". Di scuole, in Italia, al momento non ne esistono, e per me è meglio così.
A suo avviso, mancano oggi all'interno del marcato letterario canali "caraterizzanti" le produzioni di genere? A differenza del passato, quando queste ultime godevano di una loro dimensione "speciale" e facilmente riconoscibile a livello editoriale, oggi produzioni spiccatamente vicine a un "tipo" letterario sono contemplate nei cataloghi senza una distinzione particolare. E' il segno che il genere è stato assunto nell'olimpo delle lettere, oppure che ha perso la sua dimensione di "sfida" popolare, di eversione dal sistema letterario dominante?
La sfida "eversiva" (se vogliamo) della narrativa popolare è stata vinta da un pezzo, ed era corollario inevitabile che le collane specializzate da edicola perdessero terreno, a favore di un amalgama generalista comprendente anche il genere. Non sarò io a lamentarmi di questo, visto che ho fatto di tutto per rendere il genere dei miei romanzi poco identificabile. Tuttavia l'Olimpo delle patrie lettere, presidiato dagli scherani dell'accademia, resta lontano. Non me ne preoccupo: non ho la tempra dello scalatore, e vivo bene dove sto.
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