27/10/09 09:34 | autore: Ciccio Auletta Stampa

I Ricercatori precari: “Sbagliato e pericoloso l'ingresso della Regione nei cda delle università” 0

L'intervista di Pisanotizie ad un esponente dell'Assemblea dei precari della ricerca e della didattica dell'Università di Pisa sul recente protocollo approvato dalla Giunta regionale

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Fa subito discutere il protocollo approvato la scorsa settimana dalla Giunta regionale e sottoposto ai tre atenei toscani in cui si prevede l'ingresso di rappresentanti della Regione nei Consigli di Amministrazione delle università.

Pisanotizie ha intervistato Alessandro Breccia, esponente dell'Assemblea dei precari della ricerca e della didattica dell'Università di Pisanotizie

Come giudicate come precari della ricerca e della didattica il recente protocollo approvato dalla Regione Toscana?

La premessa assolutamente doverosa è che è comprensibile che la Regione ed in particolare l'assessore alla ricerca e all'Università, Baronti, ed il Presidente della Regione, Martini, sentano l'esigenza di trovare nuove modalità per evitare che si ripropongano situazioni di grave dissesto finanziario dovute alle inefficienze di natura amministrativa che hanno rilevato gli atenei toscani, in particolare quelli di Firenze e di Siena. Fatta questa premessa, occorre dire che la soluzione prospettata con questo protocollo è, a nostro giudizio, sbagliata e pericolosa. E' sbagliata in quanto la separazione tra attività gestionale ed amministrativa ed attività di programmazione della didattica e della ricerca è una separazione fasulla. Infatti, le scelte di programmazione didattica sono strettamente legate alle risorse, e nella realtà con la governance attuale è il Consiglio d'amministrazione che segna la vita dell'ateneo e non certo il Senato Accademico. Inoltre questa scelta è pericolosa perché si introduce il principio per cui l'università può anche non autogovernarsi. Includendo all'interno dei consigli di amministrazione soggetti esterni, si viola il principio fondamentale che è quello dell'autonomia e dell'autogoverno della stessa istituzione universitaria. Nonostante ciò che dichiara la Regione, di fatto questo provvedimento può essere nuovamente l'anticamera dell'istituzione delle fondazioni, cosa che lo stesso Baronti e Martini avevano accantonato perchè ne coglievano gli aspetti più critici e controversi.

Come è possibile far fronte, però, al malgoverno di queste amministrazioni universitarie?

Noi crediamo profondamente che l'università abbia in sé gli strumenti per autogovernarsi in maniera efficiente e senza sprechi di risorse, come auspica la Regione. Occorre partire dal rilancio, dalla promozione e dalla difesa di questa capacità. Quali sono gli strumento per farlo, quali le alternative a questo protocollo? Un primo passo è che vi sia una forte e rigorosa pressione della Regione affinché ci sia trasparenza, partecipazione e il coinvolgimento di tutti i soggetti che vivono e lavorano all'interno dell'università. Solo in questo modo, avviando una rete di verifiche e di controlli incrociati, si può evitare che ci sia una deriva di malgoverno, come quella che abbiamo verificato fino ad ora. Inoltre c'è un organismo come la Conferenza Regione-Università che è una sede che potrebbe essere idonea per fare una riflessione più complessiva.

Se non sbaglio, quindi, criticate il principio che sottende questo protocollo della Regione per cui chi "investe nell'università", ha automaticamente diritto a sedersi negli organi?

Esatto. Non ci può essere un automatismo tra soggetti finanziatori dell'università e soggetti che governano l'università, il valore dell'autonomia e dell'autogoverno per noi è intangibile. Ripeto: se si introduce all'interno di un organo di governo dell'università un soggetto esterno all'università stessa, allora si scardinano questi principi fondamentali. Ed al contempo si apre la porta all'ipotesi delle fondazioni anche con la partecipazione di soggetti privati, con tutte le conseguenze che ciò ha sulla indipendenza della ricerca e della didattica.

Al contempo però voi come precari continuate a rimanere esclusi dagli organi di governo dell'università....

Gli atenei proseguono in questa politica di marginalizzazione ed esclusione di quei soggetti che fanno funzionare l'università. Ciò che dovrebbe fare la Regione è promuove l'inclusione all'interno dei meccanismi di governo dell'università proprio di questi soggetti che sono completamente ignorati da una classe dirigente che è assolutamente autoreferenziale. Una istituzione come la Regione dovrebbe quindi utilizzare gli strumenti di cui dispone per riconoscere forza e autorevolezza ai ricercatori. I singoli ricercatori per esempio dovrebbero essere finalmente riconosciuti nella loro autonomia a partire dai progetti di ricerca. Noi abbiamo chiesto più volte alla Regione di introdurre il principio della portabilità dei progetti di ricerca. Ciò significa che non sono le strutture, spesso governate in maniera inefficiente, ma i singoli ricercatori, strutturati e non, ad essere responsabili dell'utilizzo delle risorse: quando la responsabilità è affidata al singolo ricercatore si introducono forme di controllo sulla spesa che sono molto più efficienti. Inoltre questo sarebbe anche un atto di giustizia verso i ricercatori precari che non hanno nessuna forma di riconoscimento formale della propria attività e che così acquisterebbero una capacità di autonomia e vedrebbero la loro ricattabilità ridotta.

In questo momento però anche a livello nazionale si attendono nuovi provvedimenti del governo in materia di università....

Negli scorsi giorni abbiamo aspettato le decisioni del consiglio dei ministri che però è stato rinviato. Secondo le anticipazioni, però siamo fortemente preoccupati perchè la sensazione è che si vada verso una miscela tra pubblico e privato: modello di governance che può solo penalizzare l'indipendenza e l'autonomia della ricerca nelle università. Inoltre, per quanto riguarda i ricercatori precari la conferma che verrà abolita la figura del ricercatore a tempo indeterminato è un segnale chiaro che si vuole procedere verso l'ulteriore precarizzazione del lavoro di ricerca all'interno degli atenei.

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