10/11/09 08:47 | autore: Carmelo Calabrò Stampa

Chi paga la riforma dell'Università? 0

Prosegue il dibattito su Pisanotizie sui nuovi provvedimenti del Ministro Gelmini in materia di Università. Pubblichiamo l'intervento di Carmelo Calabrò ricercatore precario della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pisa

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Con snobismo che in fondo rivela ignavia o impotenza, spesso si liquida il ministro Gelmini con facili accuse di dilettantismo e sudditanza al responsabile dell'Economia Tremonti. Può darsi che sia vero, ma non è questo il punto. Il disegno di legge approvato in Consiglio dei Ministri il 28 ottobre non è l'ennesimo papocchio raffazzonato, ma un dispositivo coerente che corrisponde a una visione ideologica precisa e organica. Ad una lettura attenta del testo, emerge il profilo di un'Università plasmata da criteri complementari e conseguenti: verticismo decisionista, contrazione della democrazia interna, rafforzamento dei forti e ulteriore indebolimento dei deboli.

Per quanto riguarda l'organizzazione dei poteri e l'articolazione interna degli Atenei, l'art. 2 del Titolo I configura una struttura bicefala alla vetta della piramide. Il Rettore avrà maggiori poteri e sarà espresso da una base elettorale più ristretta dell'attuale. Il Consiglio d'amministrazione sarà puntellato da una "gamba esterna": 4 consiglieri su 10 potranno infatti essere esponenti di istituzioni pubbliche o private interessate a orientare le scelte politiche e finanziarie degli Atenei. La figura del direttore generale sostituirà l'attuale direttore amministrativo, nel segno di una maggiore incidenza dei canoni manageriali su quelli culturali. Il Senato accademico (art. 2, lettera d ed e) esce ridimensionato nelle sue prerogative. Fin qui la vetta. Il corpo intermedio coinciderà in sostanza con i Dipartimenti (Titolo I, art. 3), organi con competenze su ricerca e didattica. A Pisa, Ateneo con più di 1000 docenti, i Dipartimenti dovranno avere un numero minimo di 45 docenti (questo comporterà un'ardua politica di compattamenti) ed esprimere la nuova offerta formativa agli studenti. Come?

La riforma del 3+2 ha incoraggiato in questi anni la famigerata moltiplicazione di corsi e corsetti. Si sono costituiti nuovi feudi e feudini dietro il nobile pretesto di allargare l'offerta didattica. Per far fronte alle esigenze di organico, sono stati arruolati migliaia di precari, che hanno fatto ricerca, sostenuto impegni di didattica, svolto attività organizzativa, supplito a varie forme di carenze. Ma l'indignazione è montata: troppi corsi inutili, troppi sprechi, troppe distorsioni (pochi aggiungono: troppi precari). È giunto il momento della moralizzazione. Sono tutti d'accordo: il ministro che bacchetta l'università fannullona; la CRUI per senso di responsabilità istituzionale; molti docenti che, dopo essersi spesso e volentieri contornati di una corte di precari, ritengono sia arrivato il momento di dire basta. Anche da parte di autorevoli esponenti del mondo accademico che figurano tra le fila dell'opposizione politica si sente dire che, in fondo, il ministro non ha tutti i torti. È giunto il momento di ridimensionare le spese, di stringere la cinghia perché si è esagerato, di offrire anche noi il nostro sacrificio alla causa del bilancio, di dimostrare la nostra "virtù repubblicana".

Bene. Chi paga? Il Titolo III del ddl disciplina il reclutamento. Si prevede l'abolizione del ricercatore a tempo indeterminato, sostituito dal ricercatore a tempo determinato. La nuova figura potrà godere di un contratto di 3 anni rinnovabile per altri 3. E se nel frattempo sarà in grado di conquistare un'idoneità nazionale da professore associato, entrerà in ruolo con tale status. La mossa è abile. Finalmente un percorso dignitoso e affidabile per i giovani. Un binario unico che, dopo il dottorato, conduce dritti e sicuri a un posto da professore associato. I giovani dottorandi si stanno già leccando i baffi. Peccato che non sia così. Il 3+3 in realtà non sostituisce i tradizionali contratti precari, ma vi si aggiunge. Non scompaiono gli assegni (art. 10, punto 9), così come non scompaiono i contratti di insegnamento a titolo gratuito (art. 11, 1) e i co.co.co (art. 11, 2). Considerati i tagli pesantissimi previsti nei prossimi anni ai danni del fondo di finanziamento ordinario degli Atenei e considerata la possibilità di attingere a formule contrattuali poco onerose, se non del tutto gratuite, con un po' di realismo è possibile prevedere che i 3+3 saranno perle molto rare da contendersi col coltello tra i denti.

E i precari storici? Quelli che hanno alle spalle anni di assegni, docenze a contratto, borse e quant'altro? Mussi, tanto biasimato ex ministro dell'Università, tra i molti interventi goffi, aveva messo all'incasso un provvedimento non disprezzabile. La finanziaria 2007 prevedeva infatti un finanziamento straordinario in tre tranche per il reclutamento di ricercatori a tempo indeterminato. Le prime due tranche sono state erogate, anche se i rispettivi concorsi in molti casi non sono stati ancora espletati. E la terza tranche? 80 milioni di euro per circa 3000 posti (più o meno 70 a Pisa)? A quanto pare - in virtù di un passaggio parlamentare contorto - quei soldi non verranno sbloccati. Si chiamerebbe "scippo", ma con abile sofisma è facile sostenere che, tutto sommato, visto che i ricercatori a tempo indeterminato non esisteranno più, non ha senso sfornarne altri 3000. Quei soldi li incamera il governo, e poi si vedrà: magari con un gioco di prestigio da "scudo fiscale" si potrà ritirarli fuori a riforma approvata spacciandoli per denaro fresco (intanto fanno risparmio). E già, quando la riforma sarà approvata. A occhio e croce, tra tempi di approvazione in Camera e Senato, decreti attuativi etc., se ne riparlerà tra un paio d'anni. Con ingenuo accanimento, ci si ridomanda: e i precari storici? Quelli che hanno sorretto la baracca in questi anni? Quelli che hanno tenuto duro e meriterebbero di sapere dall'istituzione che li ha spremuti se i soldi destinati a formarli e a chiederne a lungo le prestazioni sono stati ben spesi o inutilmente sprecati? A queste persone ora si dice: abbiamo scherzato, se ti va bene aspetta che la riforma venga approvata e poi, a 40 anni suonati, competi con un neo dottore di ricerca per il miraggio di un 3+3. Erano i giovani di cui tanto si è parlato e si parla. Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza!


Carmelo Calabrò
Ricercatore precario
Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pisa

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