08/03/10 08:44 | autore: Cinzia Colosimo Stampa

"Da vent'anni una casa dove tutte le donne hanno cittadinanza" 0

L'intervista di Pisanotizie a Giovanna Zitiello, attivista femminista e presidente della Casa della Donna fino al 2007. Le tappe che hanno segnato la nascita e le molte attività di questa associazione che oggi, nella giornata internazionale dedicata alle donne, compie 20 anni. Dalle 18:30 in poi, nella sede di Via Galli Tassi, una festa aperta a tutti con incontri, mostre e concerti

F078e0b5e45f7266d7a8e48e74fbe455 La sede della Casa della Donna in Via Galli Tassi

Vent'anni sono un'età davvero unica. E per la Casa della Donna sono anche in mostra, dal 19 marzo alle 17:30, presso la sede di via Galli Tassi, al fine di raccontare le storie e i percorsi del movimento delle donne a Pisa. Per ripercorrere il passato e guardare il presente sotto una luce diversa.

Per celebrare al meglio questo importante compleanno abbiamo deciso di ripercorrere la storia e la vita della Casa insieme a Giovanna Zitiello,  femminista "storica". Zitiello è entrata nel movimento femminista dal '76; nella Casa ha fatto parte del Comitato di gestione dal '90 al '95, è stata vicepresidente dal '96 al '99 e presidente fino al 2007.

Come nasce la Casa della Donna?
L'idea della Casa della Donna è nata all'interno del collettivo femminista comunista del Vicolo del Tinti, nel 1978. In quel tempo nascevano Case delle donne un po' ovunque in Italia, e decidemmo di fare una raccolta di firme per chiedere al Comune di dare uno spazio al movimento delle donne anche a Pisa.
Raccogliemmo 2000 firme e cominciammo una trattativa, prima con il Comune,  poi con la Provincia, per avere una sede stabile. Dopo varie sedi temporanee, spostamenti e difficoltà, nel 1990 finalmente, si rese pronta l'attuale sede di via Galli Tassi. Avevamo occupato quello stabile nell'81, quando era ancora un rudere, ottenendo la garanzia dalla Provincia che al momento della ristrutturazione sarebbe stata data alle donne, e così fu anche per il ruolo svolto dall'allora assessora provinciale Patrizia Dini. Un percorso lungo insomma, frutto di circa 10 anni di trattativa.

Su quali esigenze si fonda questa realtà? Ossia la realtà della Casa come luogo, ma anche come associazione.
Nasce dall'esigenza di avere spazio e riconoscimento per il movimento delle donne.  Quando siamo entrate stabilmente in via Galli Tassi, come "gruppi di donne",  in quella sede c'erano anche le commissioni pari opportunità della Provincia e del Comune.  Per 5 anni abbiamo ‘convissuto', ma nel frattempo avevamo dato corpo a diverse attività organizzate, per cui nel 1996 abbiamo deciso di costituirci come associazione.
Nel '98 poi abbiamo ottenuto una convenzione con la Provincia per la gestione di via Galli Tassi.

Quali erano i gruppi attivi vent'anni fa?

20 anni fa c'erano il centro di documentazione, che ha creato il primo nucleo della biblioteca, c'era un servizio di consulenza legale, il gruppo di lettura La Luna, e il Collettivo Donna. Anche le donne eritree, che si riunivano prima al Centro di via Puccini, continuarono a riunirsi da noi.
Negli anni '90 il movimento non era più in piazza; c'erano comunque dei gruppi che continuavano a lavorare ma con difficoltà. Aver conquistato uno spazio ha consentito di far crescere la casa nel suo complesso. Altri gruppi sono nati nei primi anni della casa: il gruppo lavoro, il Telefono Donna, il gruppo lesbico G.U.L.P., la consulenza psicologica. Avere uno spazio permette di far crescere la soggettività delle donne.

C'era difficoltà nel riconoscimento?
Sì,  infatti non è stato un percorso semplice: nei primi anni i rapporti con le istituzioni non erano immediati, anche se poi con il tempo siamo riusciti a portare avanti numerose iniziative insieme. Era difficile avere un effettivo riconoscimento anche perché formalmente eravamo ‘gruppi', per cui non era semplice nemmeno ottenere finanziamenti.

Quali sono alcuni tratti caratteristici dell'associazione?
Intanto c'è da dire che siamo un esempio a sé del panorama italiano: l'idea di Case delle Donne, di luoghi che fossero spazi per tante donne con tante attività, si è realizzata alla fine poche volte. Molti spazi, infatti, con il tempo si sono specializzati come centri di documentazione, centri anti violenza e così via. Noi abbiamo invece mantenuto la caratteristica di una casa dove ci sono tanti gruppi, tante iniziative, dove insomma c'è spazio per tutte e dove le donne possono inventarsi.
La base dell'attività - sia dei servizi che dei gruppi di ricerca - si basa sulla relazione tra donne, che per noi è fondamentale. E anche su queste relazioni che si concentra il nostro lavoro quotidiano. 
Le attività poi sono varie, ci sono i gruppi di lettura, di scrittura, di storia del femminismo, il sessismo nei linguaggi, imparare l'italiano, donne e carcere, l'internet point. D'altra parte lo dice chiaramente anche il nostro statuto: la Casa vuole essere un luogo di memoria e di trasmissione della cultura, dei saperi delle donne. In questo senso è un luogo femminista, perché si richiama anche al femminismo ‘storico', ma è anche un luogo d'iniziativa e di produzione di cultura.

Quanti femminismi sono passati dalla Casa della Donna?           
Intanto c'è da dire che anche noi usiamo la parola ‘femminismi' perché ci piace dare il senso della pluralità del femminismo. Non abbiamo mai fatto discussioni teoriche: il nostro stare insieme non è costruito sull'appartenere a una o un'altra teoria femminista. Certo, il pensiero della differenza sessuale e della differenza di genere sono fondamentali. Ma ci è sempre piaciuto cercare di far dialogare le varie teorie femministe e non assumerne una in blocco, perché le facce e i punti di vista possono essere tanti. In generale possiamo dire che nella casa il femminismo si è intrecciato con i movimenti che hanno attraversato il nostro mondo, dal pacifismo, ai problemi delle migrazioni, alle nuove tecnologie, alla precarizzazione del lavoro.
C'è anche un altro aspetto: ogni anno arrivano giovani donne che vogliono ‘fare'. Viene attivato infatti un corso di formazione per le nuove volontarie,  perché la Casa deve rimanere un luogo di scambio e di crescita comune tra generazioni.

Ci parla del Telefono Donna e del Centro Anti violenza?
Il telefono donna è nato  nel '93 come telefono di ascolto, ed è diventato poi un centro anti-violenza. Negli anni è aumentato il numero di donne maltrattate che arrivavano con il bisogno di essere ascoltate, dall'altro, la trasformazione in centro anti-violenza è stata determinata anche dal fatto che in Italia questa rete è l'unica realtà organizzata. Una realtà che ha cominciato a lavorare come rete appunto nel '96, e nel 2008 è diventata un'associazione nazionale di donne che vengono dal movimento femminista.
Dal '93 si sono rivolte a noi circa 3.500 donne, con una media di 200-220 donne all'anno. All'inizio si presentavano donne con vari tipi di disagio, e solo dopo lunghi colloqui emergeva il problema violenza. Ora il 90% delle donne  che arriva denuncia per primo il maltrattamento.
Tutto questo è stato possibile attraverso un lavoro di costruzione di una rete locale con le istituzioni, un tavolo contro la violenza, una campagna informativa, una casa rifugio; tutte cose che hanno caratterizzato il centro e che hanno reso più evidente per le donne che quello che subivano era violenza.

Molte donne scelgono di svolgere servizio civile alla Casa.

Sì. Da alcuni anni c'è un progetto con l'Arci per il servizio civile destinato a 4 giovani donne. Al termine del periodo, facciamo  sempre un feed-back sull'esperienza fatta e c'è da dire che le  risposte sono sempre lusinghiere rispetto a all'esperienza fatta e a quello che hanno imparato.

Le attività della Casa sono tutte frutto di volontariato o costituiscono un lavoro per qualcuna di voi?
Abbiamo un finanziamento della SDS per il centro anti violenza dal 2002, un progetto chiamato "Diventare Cittadine" che riguarda il  telefono donna,  la casa rifugio e il progetto "Persefone", rivolto alle adolescenti. C'è poi la convenzione con la Provincia per la gestione della struttura. Questi finanziamenti vanno a coprire una piccola parte dell'attività e consentono di fare contratti limitati. Il grosso è svolto dalle volontarie. Il nostro è un volontariato particolare, che si basa su un impegno politico, e per quanto riguarda il centro antiviolenza, è specializzato. Non si può infatti improvvisare, c'è bisogno di percorsi  definiti, procedure  sperimentate. Infatti abbiamo anche acquisito la specifica certificazione per questa attività.

Si sono mai presentati uomini come aspiranti volontari?
Un ragazzo, tempo fa, ma gli spiegammo le finalità dell'associazione. La Casa è un luogo aperto, dove le iniziative sono rivolte a tutti. Ma rispetto alle attività  è un luogo gestito dalle donne e vuole continuare a essere separatista, proprio per la necessità di costruzione di identità femminili autentiche.
Abbiamo invece seguito giovani ragazzi abusati, attraverso la nostra consulenza psicologica.
Abbiamo rapporti con associazioni di uomini, come ad esempio Maschile/plurale, ma a livello locale è un po' più difficile trovare uomini che abbiano il desiderio di interrogarsi sul loro maschile e confrontarsi con le donne.
Ci interesserebbe molto però aprire un confronto con giovani uomini e giovani donne. Per esempio, il seminario con Emma Baeri sulla memoria e gli archivi del femminismo, è stato pensato come aperto perché ci piacerebbe riuscire a attivare un confronto tra i generi.

Quali sono le attività rivolte alle donne migranti?
Come associazione abbiamo da tanti anni un gruppo di italiano per donne immigrate, che è sempre più frequentato, molto attivo. Non è soltanto un corso per imparare italiano, ma è un gruppo che si confronta sulle culture diverse, le letterature ecc. Molte donne inoltre vengono al centro antiviolenza.
Nella Casa c'è anche  l'ADMI -  Associazione Donne Amiche nel Mondo Insieme - nata alcuni anni fa con il nostro sostegno, che gestisce uno sportello per donne immigrate.

Quanto ha influito la specificità lesbica all'interno della Casa della Donna?
I gruppi lesbici ci sono sempre stati. Dagli anni'80 in poi ci sono stati vari gruppi lesbici e in un pannello della mostra vogliamo cominciare a raccontare questa storia. I gruppi lesbici hanno fatto parte della nostra storia. Ci sono stati vari gruppi e varie esperienze, con tante attività. Abbiamo sempre lavorato insieme, fa parte del desiderio comune di ricerca e creazione di soggettività femminili.

Era difficile la militanza lesbica a Pisa vent'anni fa?
Ci fu un grossa polemica all'inizio della nostra permanenza in via Galli Tassi, che fu riportata anche sui giornali. Una consigliera dell'allora DC ebbe da ridire sul fatto che c'era un gruppo lesbico, e un giornale locale titolò "Cosa succede di notte in via Galli Tassi?" . Noi ovviamente rispondemmo subito, ma anche dalle istituzioni ci fu una presa di posizione. Ad esempio, l'allora presidente della Provincia Nunes rispose in modo molto chiaro sul diritto di tutte le donne di riunirsi, di giorno e di notte.

Tutta la varietà e la ricchezza della Casa della Donna in una mostra. Il miglior invito per visitarla, giusto?
Certo, anche se la mostra è solo l'inizio di un lavoro. La mostra non vuol dare solo uno sguardo sul passato ma anche sull'oggi. Nel raccogliere il materiale, che è davvero tanto, è emerso il desiderio di scrivere questa nostra storia, di ricostruire la memoria del movimento delle donne a Pisa negli ultimi 30 anni. Scrivere, ma anche pubblicare, cosa che ci impegniamo a fare prossimamente.

Quanto conta per una città avere una Casa della Donna?
Crediamo moltissimo. Dopo molti anni siamo riuscite a diventare una voce importante e riconosciuta a livello locale, ma a livello nazionale le associazioni di donne, pur essendo molto diffuse, sono completamente invisibili. Quella che passa è un'immagine delle donne arretrata: siamo tornati indietro. Crediamo che ci sia ancora un grosso lavoro da fare, per diffondere una cultura che sia davvero rispettosa dei generi.

BRUNORI SAS "Come Stai" - di Giacomo Triglia

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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