La sede della Casa della Donna in Via Galli Tassi Vent'anni sono un'età davvero unica. E per la Casa della Donna sono anche in mostra, dal 19 marzo alle 17:30, presso la sede di via Galli Tassi, al fine di raccontare le storie e i percorsi del movimento delle donne a Pisa. Per ripercorrere il passato e guardare il presente sotto una luce diversa.
Per celebrare al meglio
questo importante compleanno abbiamo deciso di ripercorrere la storia e la vita
della Casa insieme a Giovanna Zitiello,
femminista "storica". Zitiello è entrata nel movimento femminista dal
'76; nella Casa ha fatto parte del Comitato di gestione dal '90 al '95, è stata
vicepresidente dal '96 al '99 e presidente fino al 2007.
Come nasce la Casa
della Donna?
L'idea della Casa della
Donna è nata all'interno del collettivo femminista comunista del Vicolo del
Tinti, nel 1978. In quel tempo nascevano Case delle donne un po' ovunque in
Italia, e decidemmo di fare una raccolta di firme per chiedere al Comune di
dare uno spazio al movimento delle donne anche a Pisa.
Raccogliemmo 2000 firme e
cominciammo una trattativa, prima con il Comune, poi con la Provincia, per avere una sede stabile. Dopo varie
sedi temporanee, spostamenti e difficoltà, nel 1990 finalmente, si rese pronta
l'attuale sede di via Galli Tassi. Avevamo occupato quello stabile nell'81,
quando era ancora un rudere, ottenendo la garanzia dalla Provincia che al
momento della ristrutturazione sarebbe stata data alle donne, e così fu anche
per il ruolo svolto dall'allora assessora provinciale Patrizia Dini. Un
percorso lungo insomma, frutto di circa 10 anni di trattativa.
Su quali esigenze si
fonda questa realtà? Ossia la realtà della Casa come luogo, ma anche come
associazione.
Nasce dall'esigenza di
avere spazio e riconoscimento per il movimento delle donne. Quando siamo entrate stabilmente in via
Galli Tassi, come "gruppi di donne",
in quella sede c'erano anche le commissioni pari opportunità della
Provincia e del Comune. Per 5 anni
abbiamo ‘convissuto', ma nel frattempo avevamo dato corpo a diverse attività
organizzate, per cui nel 1996 abbiamo deciso di costituirci come associazione.
Nel '98 poi abbiamo
ottenuto una convenzione con la Provincia per la gestione di via Galli Tassi.
Quali erano i gruppi attivi vent'anni fa?
20 anni fa c'erano il
centro di documentazione, che ha creato il primo nucleo della biblioteca, c'era
un servizio di consulenza legale, il gruppo di lettura La Luna, e il Collettivo Donna. Anche le donne eritree, che si riunivano prima
al Centro di via Puccini, continuarono a riunirsi da noi.
Negli anni '90 il
movimento non era più in piazza; c'erano comunque dei gruppi che continuavano a
lavorare ma con difficoltà. Aver conquistato uno spazio ha consentito di far
crescere la casa nel suo complesso. Altri gruppi sono nati nei primi anni della
casa: il gruppo lavoro, il Telefono Donna, il gruppo lesbico G.U.L.P., la
consulenza psicologica. Avere uno spazio permette di far crescere la
soggettività delle donne.
C'era difficoltà nel
riconoscimento?
Sì, infatti non è stato un percorso
semplice: nei primi anni i rapporti con le istituzioni non erano immediati,
anche se poi con il tempo siamo riusciti a portare avanti numerose iniziative
insieme. Era difficile avere un effettivo riconoscimento anche perché
formalmente eravamo ‘gruppi', per cui non era semplice nemmeno ottenere
finanziamenti.
Quali sono alcuni
tratti caratteristici dell'associazione?
Intanto c'è da dire che
siamo un esempio a sé del panorama italiano: l'idea di Case delle Donne, di
luoghi che fossero spazi per tante donne con tante attività, si è realizzata
alla fine poche volte. Molti spazi, infatti, con il tempo si sono specializzati
come centri di documentazione, centri anti violenza e così via. Noi abbiamo
invece mantenuto la caratteristica di una casa dove ci sono tanti gruppi, tante
iniziative, dove insomma c'è spazio per tutte e dove le donne possono inventarsi.
La base dell'attività - sia dei servizi che
dei gruppi di ricerca - si basa sulla relazione tra donne, che per noi è
fondamentale. E anche su queste relazioni che si concentra il nostro lavoro
quotidiano.
Le attività poi sono
varie, ci sono i gruppi di lettura, di scrittura, di storia del femminismo, il
sessismo nei linguaggi, imparare l'italiano, donne e carcere, l'internet point.
D'altra parte lo dice chiaramente anche il nostro statuto: la Casa vuole essere
un luogo di memoria e di trasmissione della cultura, dei saperi delle donne. In
questo senso è un luogo femminista, perché si richiama anche al femminismo
‘storico', ma è anche un luogo d'iniziativa e di produzione di cultura.
Quanti femminismi sono
passati dalla Casa della Donna?
Intanto c'è da dire che
anche noi usiamo la parola ‘femminismi' perché ci piace dare il senso della
pluralità del femminismo. Non abbiamo mai fatto discussioni teoriche: il nostro
stare insieme non è costruito sull'appartenere a una o un'altra teoria femminista.
Certo, il pensiero della
differenza sessuale e della differenza di genere sono fondamentali. Ma ci è
sempre piaciuto cercare di far dialogare le varie teorie femministe e non
assumerne una in blocco, perché le facce e i punti di vista possono essere tanti.
In generale possiamo dire che nella casa il femminismo si è intrecciato con i
movimenti che hanno attraversato il nostro mondo, dal pacifismo, ai problemi
delle migrazioni, alle nuove tecnologie, alla precarizzazione del lavoro.
C'è anche un altro aspetto:
ogni anno arrivano giovani donne che vogliono ‘fare'. Viene attivato infatti un
corso di formazione per le nuove volontarie, perché la Casa deve rimanere un luogo di scambio e di
crescita comune tra generazioni.
Ci parla del Telefono
Donna e del Centro Anti violenza?
Il telefono donna è
nato nel '93 come telefono di
ascolto, ed è diventato poi un centro anti-violenza. Negli anni è aumentato il
numero di donne maltrattate che arrivavano con il bisogno di essere ascoltate, dall'altro,
la trasformazione in centro anti-violenza è stata determinata anche dal fatto
che in Italia questa rete è l'unica realtà organizzata. Una realtà che ha
cominciato a lavorare come rete appunto nel '96, e nel 2008 è diventata
un'associazione nazionale di donne che vengono dal movimento femminista.
Dal '93 si sono rivolte a
noi circa 3.500 donne, con una media di 200-220 donne all'anno. All'inizio si
presentavano donne con vari tipi di disagio, e solo dopo lunghi colloqui
emergeva il problema violenza. Ora il 90% delle donne che arriva denuncia per primo il maltrattamento.
Tutto questo è stato
possibile attraverso un lavoro di costruzione di una rete locale con le
istituzioni, un tavolo contro la violenza, una campagna informativa, una casa
rifugio; tutte cose che hanno caratterizzato il centro e che hanno reso più
evidente per le donne che quello che subivano era violenza.
Molte donne scelgono di svolgere servizio civile alla Casa.
Sì. Da alcuni anni c'è un progetto con l'Arci per il servizio civile destinato a 4 giovani donne. Al termine del periodo, facciamo sempre un feed-back sull'esperienza fatta e c'è da dire che le risposte sono sempre lusinghiere rispetto a all'esperienza fatta e a quello che hanno imparato.
Le attività della Casa
sono tutte frutto di volontariato o costituiscono un lavoro per qualcuna di
voi?
Abbiamo un finanziamento
della SDS per il centro anti violenza dal 2002, un progetto chiamato "Diventare
Cittadine" che riguarda il
telefono donna, la casa
rifugio e il progetto "Persefone", rivolto alle adolescenti. C'è poi la
convenzione con la Provincia per la gestione della struttura. Questi finanziamenti vanno a coprire
una piccola parte dell'attività e consentono di fare contratti limitati. Il
grosso è svolto dalle volontarie. Il nostro è un volontariato particolare, che
si basa su un impegno politico, e per quanto riguarda il centro antiviolenza, è
specializzato. Non si può infatti improvvisare, c'è bisogno di percorsi definiti, procedure sperimentate. Infatti abbiamo anche
acquisito la specifica certificazione per questa attività.
Si sono mai presentati
uomini come aspiranti volontari?
Un ragazzo, tempo fa, ma
gli spiegammo le finalità dell'associazione. La Casa è un luogo aperto, dove le
iniziative sono rivolte a tutti. Ma rispetto alle attività è un luogo gestito dalle donne e vuole
continuare a essere separatista, proprio per la necessità di costruzione di
identità femminili autentiche.
Abbiamo invece seguito
giovani ragazzi abusati, attraverso la nostra consulenza psicologica.
Abbiamo rapporti con
associazioni di uomini, come ad esempio Maschile/plurale, ma a livello locale è
un po' più difficile trovare uomini che abbiano il desiderio di interrogarsi
sul loro maschile e confrontarsi con le donne.
Ci interesserebbe molto
però aprire un confronto con giovani uomini e giovani donne. Per esempio, il
seminario con Emma Baeri sulla memoria e gli archivi del femminismo, è stato
pensato come aperto perché ci piacerebbe riuscire a attivare un confronto tra i
generi.
Quali sono le attività
rivolte alle donne migranti?
Come associazione abbiamo
da tanti anni un gruppo di italiano per donne immigrate, che è sempre più
frequentato, molto attivo. Non è soltanto un corso per imparare italiano, ma è
un gruppo che si confronta sulle culture diverse, le letterature ecc. Molte
donne inoltre vengono al centro antiviolenza.
Nella Casa c'è anche l'ADMI - Associazione Donne Amiche nel Mondo Insieme - nata alcuni
anni fa con il nostro sostegno, che gestisce uno sportello per donne immigrate.
Quanto ha influito la
specificità lesbica all'interno della Casa della Donna?
I gruppi lesbici ci sono
sempre stati. Dagli anni'80 in poi ci sono stati vari gruppi lesbici e in un
pannello della mostra vogliamo cominciare a raccontare questa storia. I gruppi
lesbici hanno fatto parte della nostra storia. Ci sono stati vari gruppi e
varie esperienze, con tante attività. Abbiamo sempre lavorato insieme, fa parte
del desiderio comune di ricerca e creazione di soggettività femminili.
Era difficile la
militanza lesbica a Pisa vent'anni fa?
Ci fu un grossa polemica
all'inizio della nostra permanenza in via Galli Tassi, che fu riportata anche
sui giornali. Una consigliera dell'allora DC ebbe da ridire sul fatto che c'era
un gruppo lesbico, e un giornale locale titolò "Cosa succede di notte in via
Galli Tassi?" . Noi ovviamente rispondemmo subito, ma anche dalle istituzioni
ci fu una presa di posizione. Ad esempio, l'allora presidente della Provincia
Nunes rispose in modo molto chiaro sul diritto di tutte le donne di riunirsi,
di giorno e di notte.
Tutta la varietà e la
ricchezza della Casa della Donna in una mostra. Il miglior invito per
visitarla, giusto?
Certo, anche se la mostra
è solo l'inizio di un lavoro. La mostra non vuol dare solo uno sguardo sul
passato ma anche sull'oggi. Nel raccogliere il materiale, che è davvero tanto,
è emerso il desiderio di scrivere questa nostra storia, di ricostruire la
memoria del movimento delle donne a Pisa negli ultimi 30 anni. Scrivere, ma anche pubblicare, cosa che
ci impegniamo a fare prossimamente.
Quanto conta per una
città avere una Casa della Donna?
Crediamo moltissimo. Dopo
molti anni siamo riuscite a diventare una voce importante e riconosciuta a
livello locale, ma a livello nazionale le associazioni di donne, pur essendo
molto diffuse, sono completamente invisibili. Quella che passa è un'immagine
delle donne arretrata: siamo tornati indietro. Crediamo che ci sia ancora un
grosso lavoro da fare, per diffondere una cultura che sia davvero rispettosa
dei generi.
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