08/03/10 08:16 | autore: Stella Gianfreda Stampa

“Diritto allo studio e libertà accademica per il popolo palestinese” 0

Un dibattito all'Università di Pisa tra docenti universitari, una studentessa del Sant'Anna e un'attivista del Palestinian National Initiative

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L'Israeli Apartheid Week è una campagna internazionale organizzata una volta all'anno nelle università per informare sulle discriminazioni a cui sono soggetti i Palestinesi che vivono nei Territori Occupati e in Israele. In più di cinquanta città di cinque continenti, studenti universitari organizzano eventi e manifestazioni di informazione e denuncia sulle violazioni dei diritti umani e le risoluzioni internazionali non rispettate dal governo israeliano. Pisa ha fatto da apripista all'Israeli Apartheid Week in Italia, organizzandola per la prima volta nel 2009. Quest'anno anche Bologna e Roma si sono unite con le loro iniziative. La conferenza del 5 marzo, tenutasi all'Università di Pisa, si è inserita in una calendario fitto di eventi, tutte svolte nell'ateneo: una mostra fotografica sulla Gaza Freedom March, proiezioni di film e documentari, workshop tematici.

La conferenza, svoltasi venerdì pomeriggio, sul "Diritto allo Studio e Libertà accademica per il popolo palestinese" è frutto dello sforzo di un gruppo di docenti e ricercatori universitari italiani per diffondere nella comunità accademica italiana coscienza sulle "gravi violazioni del diritto all'istruzione, della libertà di insegnamento e della libertà di pensiero del popolo palestinese". Proprio in questi giorni ha il via la diffusione di una lettera aperta a tutti i docenti universitari italiani per raccogliere adesioni ad un progetto di intervento a favore delle università palestinesi. L'obiettivo è quello di elaborare strumenti concreti per migliorare le condizioni e le possibilità degli studenti palestinesi dei Territori occupati e di Gaza, oltre a quelli arabo-israeliani residenti in Israele.

Con i loro interventi, i docenti spiegano i limiti contingenti e gli obiettivi della loro lettera aperta. "In Italia, per promuovere iniziative accademiche a favore della Palestina, è necessario ragionare in termini politici - spiega Giorgio Gallo, docente del corso di laurea in Scienze per la pace dell'Università di Pisa - il mondo accademico italiano è assai più chiuso e difficile di quello inglese, dove le organizzazioni sindacali promuovono azioni di boicottaggio accademico già da tempo. Da noi è necessario innanzitutto promuovere conoscenza e dibattito sulle condizioni degli istituti accademici palestinesi e ottenere consensi per azioni "in positivo", a sostegno degli accademici e degli studenti palestinesi". Varie sono le proposte che vengono da Danilo Zolo, docente dell'Università di Firenze, Angelo Baracca, docente dell'Università di Firenze, e Giorgio Forti, docente dell'Università di Milano, primi promotori della lettera: incrementare le collaborazioni tra atenei pisani e palestinesi attraverso progetti di ricerca, scambio di docenti e studenti, borse di studio, convegni organizzati insieme. Un'altra direzione di lavoro indicata dai docenti sta nell'allargare l'"opposizione illuminata" all'interno della comunità accademica israeliana. "463 docenti israeliani su 9000 hanno già firmato l'appello - sottolinea Giorgio Forti - occorre sollecitare chi non ha firmato ad opporsi all'occupazione israeliana che rischia di portare ad un etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano. Colpendo il sistema educativo, infatti, si mina la crescita culturale di un popolo, portandolo alla perdita della propria identità storica, linguistica e culturale".

Gli interventi dei relatori mettono in luce come la violazione del diritto allo studio in Palestina sia una componente dell'occupazione israeliana e come il sistema scolastico israeliano contribuisca a mantenere schemi mentali e stereotipi che impediscono un confronto tra i due popoli.

Giorgio Gallo, docente dell'Università di Pisa e membro della Rete Radiè Resch, denuncia l'esistenza di un doppio standard di giustizia e di legalità, differente e opposto per israeliani e palestinesi. Da questo deriva la discriminazione e l'oppressione del popolo palestinese, su base razziale e confessionale. Per ottenere un cambiamento dentro Israele, è necessario "creare un unico campo di lotta per la libertà e la giustizia. Solo tali valori comuni possono unire palestinesi e israeliani in un progetto futuro di pace".

Aia (il nome è inventato per richiesta della ragazza, che ha paura di subire ritorsioni al suo ritorno in Israele), una studentessa palestinese con cittadinanza arabo-israeliana, riporta una testimonianza diretta delle discriminazioni e delle difficoltà che i palestinesi devono affrontare nel loro percorso scolastico. Aia parla di quel 20% di arabi-israeliani (1 milione e cinquecentomila oltre ai 6 milioni di ebrei-israeliani) che vivono in Israele. Ben Gurion, dopo la fondazione dello Stato di Israele che portò all'esodo di circa 750mila palestinesi nel 1948, definì gli arabi rimasti sul territorio israeliano "un errore militare". E così vengono trattati ancora oggi. Aia spiega che "il primo ostacolo all'istruzione è il limite di età imposto da alcune facoltà, fissato ad un minimo di ventuno anni per permettere ai ragazzi israeliani di compiere i tre anni di leva militare, obbligatori dopo le scuole secondarie, senza restare indietro negli studi rispetto ai colleghi arabi. Questo costringe molti arabi-israeliani ad andare a studiare all'estero. Altri ostacoli si incontrano durante il percorso di studio: test di ingresso nelle facoltà penalizzati dalla cattiva traduzione dall'arabo; curriculum di studio stabiliti dal Ministro dell'Istruzione israeliano che non comprendono niente di storia, cultura e letteratura araba; testi e lezioni in ebraico; problemi con l'amministrazione universitaria, ad esempio nell'assegnazione degli alloggi, nella cui graduatoria vengono favoriti gli studenti che hanno prestato il servizio militare; nessuna libertà di espressione" (ad esempio diversi sono i casi di docenti espulsi dall'università per aver preteso che gli studenti non frequentassero le lezioni in divisa militare e con le armi, ndr). A tutto questo va aggiunta la crescente militarizzazione delle università. "Non è possibile sentirsi al sicuro nella propria università" spiega ancora Aia "oltre a non poter esprimere ciò che pensi, vivi nel costante timore che i soldati israeliani entrino nell'università per compiere degli arresti".

Francesca Borri, della Palestinian National Initiative, parla del suo incontro con "la parte israeliana". Francesca Borri mette in discussione il concetto di educazione. "Credo sia più giusto parlare di formazione, in quanto nessuno educa nessun altro. La formazione è un concetto che implica l'acquisizione dei diritti fondamentali alla realizzazione di sé, allo sviluppo dell'individuo in persona. La formazione implica anche il riconoscimento della diversità dell'altro, necessaria per entrare in relazione. In questo senso si può dire che il right to education è violato tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani". Francesca Borri racconta la sua esperienza di studio del sistema educativo israeliano. Per dare un'idea del tipo di cultura promossa nelle scuole israeliane, Francesca Borri cita Don Milani "tutta la vostra cultura è costruita così, come se il mondo foste voi". La cultura dell'israeliano medio (quindi né il pacifista né il colono estremista di destra) è basata sull'idea di Israele assediato dal mondo arabo, connotato da odio e sangue. "Dall'esame dei libri di testo israeliani - racconta Francesca Borri - emerge un'immagine dell'arabo assai stereotipata, che ha perso la dimensione storica e politica per diventare folklore: l'arabo tipo è contadino povero o terrorista. Un altro elemento facilmente riscontrabile è la difficoltà della ricostruzione storica. Questo è in parte giustificabile con il vincolo di trent'anni all'apertura degli archivi e all'emergere recente di storici di professione. Ma il motivo principale è l'incapacità degli israeliani di modificare l'immagine di sé come popolo oppresso, ereditata dall'esperienza tragica dell'Olocausto".

"Fatti sentire, non farti strozzare. No all'usura" - di Chiara Martina

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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