Nella foto: la locandina della quarta puntata di "The Crimson Ghost" La programmazione di "Home Theatre sweet Home Theatre", secondo l'ordine apparentemente casuale riportato dall'invito, contempla: horror, sci-fi, weird, exploitation, sexploitation, blaxploitation, western, macisti ed ercoli, mummie azteche, wrestler messicani, pomodori assassini, aragoste giganti stupratrici, adoratori della testa di Hitler, zombie, zombie nazisti, zombie corridori, zombie musical, zombie ecologisti, zombie in bianco e nero, zombie al nero di seppia, zombie al curry, zombie voodoo, zombie child, ah... e gli zombie naturalmente.
No, non è un festival dedicato al maltrattato universo del cosiddetto cinema di genere, né lo scherzo sapiente di qualche logorroico cultore della materia. E' bensì lo stralcio di un invito a una visione di cult e affini, pescati direttamente da una collezione di funambolica 'intensità', firmato "Dr. Sinema".
Il tutto, poi, incorniciato dalla 'rarità' (sentimento feticistico per ciò che il tempo e l'industria cinematografica hanno fatto diventare quasi un 'desiderio proibito'): "The Crimson Ghost" (avete presente il teschio dei Misfits?), serial tv fantascientifico datato 1946 dove un criminale dalla tunica cremisi e la faccia di teschio, oltre a destabilizzare il sacrosanto ordine costituito, vuole addirittura conquistare il mondo.
La formula è chiara. Un episodio della serie (circa 18' l'uno) più un film. Tutti i martedì e i giovedì che il dio del cinema ha benedetto in terra. Annunciato uno speciale anche per i lunedì, con proiezione doppia di quei titoli che non saranno ammessi nel carnet 'ufficiale' del crudelissimo Dr. Sinema.
Particolare non di secondo rilievo, le visioni saranno domestiche, aperte più o meno a tutti (anche se è necessaria la prenotazione via e-mail in risposta ai puntuali inviti del Dr. Sinema). Uno stretto giro di posta, uno scambio quasi quotidiano fatto di annunci, avvisi, anteprime, sollecitazioni nelle quali il tremendo Doctor tesse una fitta rete di notizie, divulgando una cultura del 'genere' che farebbe invidia a parecchi accademici.
Appuntamento a un'ora prestabilita, suonare al citofono e salire le scale. Praticamente, una carboneria cinematografica. E come al cinema, non si fuma.
Insomma, oltre ad aver reinventato una grande costante dell'home-video (la visione in compagnia di amici 'consenzienti'), l'iniziativa del Dr. Sinema ha il vago sapore della provocazione che potrebbe avere conseguenze interessanti per le sclerotizzate abitudini sociali cittadine. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato del quale, senza troppi indugi, sveliamo altrettanto crudelmente l'identità: Andrea Ciucci, colonna dell'underground pisano, alle spalle una lussuosa personale su Ida Lupino e una su Amos Poe, portato a Pisa in carne ossa e film presso il Cantiere San Bernardo.
Organizzare in casa piccole visioni di culto: una provocazione bella e buona o un consapevole esperimento ?
Io sono weird e adoro la weirdness. Mi rinchiudo in casa perché i massimi sistemi che dominano l'esterno non mi piacciono più. Molto semplicemente, per me è sempre più difficile trovare una corrispondenza con il fuori, dalla tv ai locali dove andare ad ascoltare musica. Non riesco ad adeguarmi alle logica dell'aperitivo. E allora ho ripensato alle feste da ballo in casa dei nostri genitori durante l'adolescenza. Hai il salone più grande? Veniamo a ballare da te. Questa la nobile motivazione: in casa mia sono finalmente libero.
Non vorrei risultarti malizioso, ma mi sembra che ci sia una continuità un po' 'sospetta' con quanto sta accadendo in Italia oggi, proprio in merito alla sottrazione di spazi di libertà.
Verissimo. L'idea viene proprio da lì. Tolgono i talk show dai palinsesti? Poco male. Invito la gente a conoscere, a vedere cose che ho visto quasi sempre in solitudine. E che, adesso, credo sia arrivato il momento di portare fuori.
Sei consapevole del fatto che rischi di lanciare una moda?
Nessuna moda. Apro casa mia per un sera e questa diventa un 'luogo' dove si realizza un'iniziativa. Se vuoi è anche una forma di contestazione, il privato che nel suo piccolo diventa politico.
Anche la scelta dei film sembrerebbe altamente significativa.
Sono film che non trovi al supermercato. Devi farti una cultura, acquisire delle conoscenze per averli, sviluppare la curiosità, la maledetta curiosità che manca troppo spesso a tutti noi. La drive-in culture è qualcosa che è mancato al nostro sistema cinematografico. C'è troppa 'moda' nel nostro underground. Ecco perché prima respingevo l'uso di questo termine. Quest'anno va il grigio? Tutti in grigio. E invece bisogna togliersi la divisa. Io sono per lo stile non per la moda.
Questo non è un problema solo di Pisa, anzi.
Vero. In molti circuiti alternativi c'è troppa posa. E poca sostanza. Siamo un paese sub-acculturato. Non sappiamo stare al passo e, soprattutto, ci siamo irrigiditi intorno a un modello estetico che esclude la diversità. In questo modo non sappiamo più esplorare, conoscere il nuovo.
Quella che a mio avviso impropriamente viene definita 'sotto-cultura', però, spesso viene tacciata di provincialismo, se non addirittura di essere il primo attributo di chi è snob.
Bada. Io odio la provincia. Amo Bava, Freda, Margheriti. Amo quei registi che attraverso il cinema riescono a vedere al di là del proprio giardino. Non mi interessa fare leva sui bassi istinti. l Fulci dei musicarelli e i Vanzina contemporanei rappresentano per me l'opposto. Il cinema da drive-in che ripropongo è dirompente, molto più vicino a Buñuel che non antesignano di Carlo Vanzina... "Carnival of Souls", tanto pe fare un esempio, è un film da drive-in, ed è un capolavoro. Pur nei suoi limiti evidenti, sa essere universale.
Dunque una possibile 'salvezza' sta nell'esplorazione di ciò che è marginale.
Per me i veri amanti della settima arte sono quelli che si muovono ai margini. E io vengo da lì, perché è in quel magma che trovo qualcosa di ancor più vero.
Insomma, nel caso della tua iniziativa la finalità ludica incontra la ricerca "colta" sul mezzo cinematografico.
Attenzione. A me non interessa riprodurre in casa un surrogato del cinema. A me interessa il video, ovvero uno strumento 'minore' ma più elastico e flessibile che ti consente di attraversare un paesaggio ignoto, inesplorato. E' lì che oggi bisogna condurre il pubblico.
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