23/11/09 09:41 | autore: Francuccio Gesualdi Stampa

"L'acqua un bene comune, da gestire come un diritto". 1

L'approvazione del decreto Ronchi fissa un'altra tappa sulla strada della privatizzazione dell'acqua

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Mentre Giulio Tremonti dava lezione all'università di Shangai e stupiva i capi del partito comunista cinese con le sue bordate contro il mercatismo e lo strapotere bancario, a Roma il Parlamento italiano, sotto ricatto dell'ennesima fiducia posta dal governo di cui Tremonti è ministro, approvava il cosiddetto decreto Ronchi che fissa un altro pesante paletto sulla strada della privatizzazione dell'acqua.

Un decreto di difficile lettura, zeppo com'è di rimandi a leggi precedenti e di vocaboli astrusi, incomprensibili perfino ai parlamentari che l'hanno votato. L'unica cosa certa gli scopi: da una parte mettere in riga i comuni che si ostinano a gestire l'acqua tramite società a totale capitale proprio, dall'altra assicurare alle imprese private margini d'affari più ampi. Il tutto tramite due provvedimenti chiave: decadenza al dicembre 2011 di ogni contratto di affidamento stipulato con società formate al 100% da capitale pubblico, a meno che non cedano il 40% del loro capitale; decadimento al dicembre 2012 di ogni contratto di affidamento stipulato con società miste, pubblico-privato, quotate in borsa, a meno che la quota di capitale pubblico non scenda sotto il 30%.

"Basta con situazioni in cui ogni comune fa come vuole - sembra dire il decreto - d'ora in avanti tutti devono uniformarsi allo stesso metodo di gestione." Per la verità i regimi previsti sono due: 1. affidamento dell'acquedotto a una società scelta tramite gara, vince quella che indipendentemente dalla sua formazione del capitale e la sua nazionalità, offre condizioni più vantaggiose; 2. affidamento dell'acquedotto a società di proprietà dei comuni, a condizione che la partecipazione venga allargata a un partner privato scelto tramite gara.

Al privato deve essere garantita una quota di partecipazione non inferiore al 40% e l'affidamento dei compiti esecutivi. Dunque, da un punto di vista strettamente societario, il pubblico non è ancora stato estromesso del tutto, ma da un punto di vista della gestione è stata affermata in via definitiva la logica dell'azienda privata.

Quella logica da mercante secondo la quale si vende senza nessuna considerazione sociale e si scarica in tariffa ogni spesa, comprese quelle per investimenti. Tant'è le associazioni dei consumatori hanno subito lanciato l'allarme: col nuovo regime le tariffe aumenteranno mediamente del 30%. Se cresceranno anche in Toscana è difficile dirlo, probabilmente sì, ogni occasione è buona per ritoccare i prezzi. Ma in Toscana il nuovo provvedimento non modifica niente, già da anni l'acqua è gestita secondo i criteri previsti dal decreto Ronchi.

Acque Spa, ad esempio, la società che gestisce l'acquedotto dell'ATO 2, area pisana, appartiene per il 55% ai vari comuni del comprensorio e per il 45% ad Abab ( Acque Blu Arno Basso) a sua volta partecipata da Acea, GDF Suez, Caltagirone, Monte dei Paschi di Siena. Al solito i comuni toscani sono stati i primi della classe in materia di privatizzazione, nonostante il loro colore politico.

Benché il panorama politico non lasci molti spazi all'ottimismo, anche i nostri amministratori locali potrebbero capire che è interesse di tutti fare uscire l'acqua dalla categoria dei beni a rilevanza economica come se fosse un pasticcino o una cravatta. Per questo è necessario tornare all'attacco per richiedere ai nostri comuni di dichiarare l'acqua un bene comune da gestire come diritto. Da cosa nasce cosa, la storia si può cambiare anche a partire dai piccoli passi.

 

Leggi anche i precedenti articoli di Francuccio Gesualdi su Pisanotizie

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2009/11/23 20:11:18 Andrea Monticelli Sto creando una mappa delle fontanelle di Pisa, http://maps.google.it/maps/ms?hl=it&ie=UTF8&msa=0&ll=43.721091,10.397583&spn=0.002861,0.006968&t=h&z=18&msid=104331503015656528084.0004790e523e89f26daff

Ne ho fatta una anche per Cascina

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