08/02/10 10:12 | autore: Cristiana Vettori

Realtà e finzione letteraria 0

Riflessioni “d’autore” sul valore e sulla “verità” dei testi letterari

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Perché si scrive? Si chiede Antonio Tabucchi, "periodicamente", lui dice, pur senza riuscire a rispondersi in maniera univoca. E tuttavia una risposta tenta di darla nel lungo colloquio-intervista "Una realtà parallela. Dialogo con Antonio Tabucchi" (2008, ADV Advertising Company), scritto da Marco Alloni e presentato questa settimana nella nostra città. "Si scrive per stabilire una vicinanza d'altro tipo con il mondo, simile a quella del bambino che, quando gioca, assume come verità incontestabile il suo stesso gioco. Una verità espressa sul piano simbolico, per la quale la finzione supera e sconfigge l'illusione, diventando così 'prassi', sforzo fisico. Insomma, la scrittura è una forma di riappropriazione del mondo".

E la risposta mi ha fatto ripensare al dibattito sullo statuto della realtà letteraria e sull'affermazione secondo la quale essa è più "vera" della stessa realtà storica. "Nel leggere un testo narrativo - dice Umberto Eco - noi sottoscriviamo tacitamente un patto con l'autore, il quale fa finta di dire qualcosa di vero e noi facciamo finta di prenderlo sul serio, proprio come i bambini, usando il loro meraviglioso imperfetto finzionale, giocano dicendo "io ero il bandito e tu eri il poliziotto". Nel fare questo ogni asserzione romanzesca disegna e costituisce un mondo possibile e tutti i nostri giudizi di verità o falsità si riferiranno non al mondo reale ma al mondo possibile di quella finzione".

Non si può non pensare anche a Pirandello e alla sua definizione di personaggio, così come viene espressa, ad esempio, nella novella "La tragedia di un personaggio", nella quale il dottor Fileno, protagonista di un romanzo che il narratore sta leggendo con scarso interesse, si rivolge con queste parole allo stesso narratore in cui evidentemente Pirandello si rispecchia: "Nessuno può sapere meglio di lei che noi siamo esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma più veri! Si nasce alla vita in tanti modi, caro signore; e lei sa bene che la natura si serve dello strumento della fantasia umana per proseguire la sua opera di creazione. E chi nasce mercè di quest'attività che ha sede nello spirito dell'uomo, è ordinato da natura a una vita di gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale d'una donna. Chi nasce personaggio, chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà l'uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore più. E per vivere eterna non ha mica bisogno di  straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! eppure vivono eterni, perché - nati vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per l'eternità."

Una "verità espressa sul piano simbolico", una realtà parallela, più "vera" di quella in cui siamo quotidianamente immersi: questa la definizione di letteratura che si ricava dalle riflessioni di questi autori.
Ma perché - possiamo chiederci - abbiamo bisogno di questa creazione fantastica, di questo mondo immaginario, che tuttavia assume contorni reali e certamente benefici?

Una spiegazione convincente ce la fornisce Italo Calvino nel suo elogio della leggerezza, la prima delle "Lezioni americane". La letteratura, secondo Calvino, ha una funzione antropologica ed esistenziale in quanto ci permette di accedere alla dimensione di "levità" che contrasta e riequilibra il peso del vivere. Molti sono gli esempi a cui lo scrittore fa riferimento, citando Lucrezio, Cavalcanti, Leopardi, e tanti altri; e diverse sono le accezioni di leggerezza che si possono ricavare dai testi letterari che Calvino ci propone. Tra tutti, lasciatemi concludere con i versi di Emily Dickinson la cui poesia viene indicata come esempio di quell'alleggerimento del linguaggio "per cui i significati vengono convogliati su un tessuto verbale senza peso, fino ad assumere la stessa rarefatta consistenza":

Un sepalo ed un petalo e una spina
in un comune mattino d'estate,
un fiasco di rugiada, un'ape o due,
una brezza,
un frullo in mezzo agli alberi -
ed io sono una rosa!

Al lettore l'onere di commentare ed eventualmente anche di suggerire quale sia, a suo parere, il valore della letteratura, quale la sua funzione, perché valga la pena scrivere e leggere testi letterari.

Leggi i precedenti articoli della rubrica "Spazio alle parole" di Cristiana Vettori

 

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