Ascoltare i Kiddycar ha qualcosa in comune con la passione archeologica. La stessa ebbrezza che si prova nello scoprire il reperto, il suo aspetto irriducibile alla cose del presente, quella sua natura che coincide quasi con l'esotico, qualcosa che è fuori dal proprio raggio d'esistenza e che, pure, vi appartiene come radice, come scheggia di un passato al quale si appartiene.
E la 'gioia della reliquia' notoriamente aumenta, e spiazza, se essa emerge da una zona del quotidiano dove, poco prima, era impensabile ci fosse alcunché. "Sunlit Silence" dei Kiddycar (Rai Trade), secondo album dopo l'emblematica prova dell'esordio "Forget About", è uno spazio stratificato e pieno d'ombra dove giacciono centinai di reperti preziosi, giocattoli dell'infanzia, vecchie fotografie, oggetti che hanno smarrito il nome e la funzione e che si ripresentano al presente domandando a gran voce di essere rimotivati, re-inventati nell'uso.
L'ebbrezza archeologica suscitata dai Kiddycar risiede nella potenza degli echi elettrici di 'commossa' origine Eighties, nelle reminiscenze del rock psichedelico, nelle scintille improvvise di trip hop che avvicinano i Kiddycar ai Portishead (con i quali condividono l'ispirata passione per le basi retro) e nelle levigate note elettroniche dal 'tocco francese' tipiche degli AIR.
Ma è soprattutto la fatale, e particolarissima, attrazione per le sonorità degli anni Ottanta, colti nella loro componente dark già protesa verso le irreversibili rivoluzioni new-wave (molto dei Dead Can Dance ispira forse i passaggi migliori dei due album dei Kiddycar). La stessa corrispondenza di amorosi sensi tende, in qualche caso, a 'gelare' il prodotto finale, dandogli un aspetto di ricercata perfezione formale che per molti, forse, rappresenta un aspetto non particolarmente attrattivo.
A questa apparente rigidità formale, corrisponde una ricchezza estetica rara a trovarsi nel panorama indipendente italiano. Certo, questo di per sé non rappresenterebbe un merito oggettivo, o quantomeno una qualità, ma la partecipazione di questo aspetto peculiare con una raffinata cultura musicale fa di "Sunlit Silence" un'opera bizzarra e pregiata allo stesso tempo.
Non c'è ovviamente solo citazionismo nel lavoro dei Kiddycar. Il punto di arrivo, l'approdo finale, è un album dai contorni di assolutà novità che fanno della band aretina più di una promessa per il futuro musicale italiano. Guardare al mondo fuori dal Mediterraneo, saper cogliere l'essenza della porpria scoperta musicale e plasmarla nuovamente secondo la propria esigenza, senza limiti di spazio né d tempo: questo sono i Kiddycar.
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