29/01/10 14:22 | autore: Chourmo video Stampa

La punta di petto, tagliata fina... 0

... Borgo Stretto, Borgo Largo, Buonissima

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In paese chi c'è? Il prete, lo scemo e ì buho. Gli altri son pe' far numero, 'icché contano?

Quando Bertolucci (Giuseppe) scrive per Benigni il monologo di Cioni Mario di Gaspare fu Giulia è il 1975, pochi anni prima Fabrizio De Andre mette in canzoni L'Antologia di Spoon River. Canta le anime del piccolo cimitero di un paesino della provincia americana, un minuscolo angolo di mondo in cui si concentrano le passioni, i vizi, gli amori e le crudeltà degli uomini; di ognuno mette in versi la sua storia terrena, le angustie, gli errori, le furbizie, le vendette, le speranze e le sofferenze.

Morì solo, rinchiuso in penombra condannato a rimpiangere l'aria e la luce, Frank Drummer. La sua lingua non riusciva a pronunciare tutto ciò che si agitava ribollendo dentro di lui, e il paese lo prese per matto.

Però chi, se solo immaginasse che esistono, non cercherebbe frenetico, ansioso, quelle parole capaci di garantirgli anche solo un piccolo pubblico?

Per stupire mezz'ora basta un libro di storia e in fondo la pazzia di Frank Drummer il matto è solo anacronismo, è soluzione fanciullesca ma geniale. È, nella certezza che esistano, tentativo di imparare a memoria le parole, tutte; tutte quelle dei venti volumi dell'Enciclopedia Britannica.

Per poi recitarle, confuse, mescolate, affalansteriate in modo superbamente caotico.

Invece quietamente silenziosa e imperturbabile, la vita dei non matti continua a scorrere quieta, rimpiangendo lo scemo sottovoce, perche' il matto in fondo aiuta a far sentire gli altri normali.

Conosco un posto che è come il prato dietro la chiesa di Spoon River.

Prima che pian pianino la modernità, o forse il tempo, li portassero via ci vivevano tante storie. C'era il venditore di ammollati e le sue vasche di marmo e l'acqua che ci scorreva sempre come in un giardino giapponese. L'arrotino e i suoi mille gatti che però giocava ai cavalli e apriva solo quando l'ippodromo era chiuso. Una buffa tipa, mitologicamente metà donna e metà sedia, con la sua bancarella di vestiti livornesi. Due vecchi sposini scappati da un disegno di Peynet ingiallito e le loro mille miscele di caffe'. La signora con il paiolo che lo scoperchiava e dentro nuotavano rane e arselle ma che aveva anche i ranocchi già infilati e spellati, se proprio vivi ti facevano paura. Il negozio piccolissimo che vendeva tutto, che se volevi un sacchetto dell'aspirapolvere di una marca sconosciuta, che l'avevi già cercato ovunque, lui ti chiedeva solo: piccolo o grande? La Regina, che era la prima tra tutti i fruttaroli e gridava come in una tempesta per chiamare i clienti. Il macellaio che ora ci si va a bere l'aperitivo e nella stanza sul retro, quella dove ora ci sono i tavolini per bere al chiuso, ci faceva il mallegato e le salsicce

E c'era il matto, che non era Frank Drummer, ma recitava anche meglio.

Che una volta si fermò di fronte a un negoziante che aveva rifatto il bar tutto luci e paiettes, prese fiato, e sentenziò Te fai tanti discorsi, ma i clienti guardano i fatti. Che poi un'altra volta, inspiegabilmente attratto dalla lavagnetta del menu' fuori da un'osteria, si alzò dal bisolo dov'era seduto, s'avvicinò, impugnò il gessetto e cominciò a fare strani segni tra i numeri dei prezzi: è alla lavagna che si vede la prova del nove, dal posto son buoni tutti. O quella volta che, sarà stata quasi mezzanotte, a due tizi visibilmente impegnati a risolvere chissà quale questione telefonando come due centralinisti, dichiarò: I problemi si risolvono la mattina e il pomeriggio, no la sera e la notte.

Se ci si pensava, a stare attenti, non sbagliava mai. Non potevi mai dire, in fondo, che stesse dicendo una scemenza.

Solo una volta tutti pensarono che in effetti aveva esagerato, quando avvicinò una signora in coda dal macellaio: La punta di petto, tagliata fine... borgo stretto, borgo largo, è buonissima. Facendo con le mani il gesto di chi rigira una bistecca in una padella.

Ora a tutto c'è un limite: la punta di petto in tegame non la fai. Lo sanno tutti che è taglio da bollito. Anche il macellaio in quell'occasione l'allontanò sgarbato senza nemmeno regalargli la salsiccia di prammatica.

Matti, loro.

Andatevi a guardare l'Artusi, studiate, leggete i classici come diceva Calvino.

E già che ci siete preparatevi un po' di brodo vegetale, carota, sedano, cipolla, patata, pepe nero, gambi di prezzemolo, una foglia alloro.

La punta di petto, tagliatela fine, dello spessore di due dita, pepatela e infarinatela e, nel frattempo, fate andare in un tegame a bordi bassi un battuto con guanciale, cipolla, sedano, carota e un pezzetto di burro, condendolo con sale, pepe e un rametto di timo fresco. Passate la fetta di petto in tegame da entrambe le parti, sfumate con un pò vino bianco, coprite a filo con il brodo e tirate la carne a cottura coprendo con un coperchio.

Servitela con sopra un battuto molto fine di foglie di prezzemolo e buccia di limone, quasi fosse un ossobuco. Un piatto principesco, un taglio saporito, economico, dimenticato. Eh sì: la punta di petto, tagliata fine... è buonissima.

[...] E la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia:
Una morte pietosa lo strappò alla pazzia
.

- Leggi anche i precedenti articoli della rubrica "Terzo Girone. In cucina con Chourmo"

Fabrizio De Andrè - Un Matto - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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