In
paese chi c'è?
Il prete, lo scemo e ì buho. Gli altri son pe' far numero, 'icché contano?
Quando
Bertolucci (Giuseppe) scrive per Benigni il monologo di Cioni Mario
di Gaspare fu Giulia è il 1975, pochi anni prima Fabrizio De Andre
mette in canzoni L'Antologia di Spoon River. Canta le anime del
piccolo cimitero di un paesino della provincia americana, un
minuscolo angolo di mondo in cui si concentrano le passioni, i vizi,
gli amori e le crudeltà degli uomini; di ognuno mette in versi la
sua storia terrena, le angustie, gli errori, le furbizie, le
vendette, le speranze e le sofferenze.
Morì
solo, rinchiuso in penombra condannato a rimpiangere l'aria e la
luce, Frank Drummer. La sua lingua non riusciva a pronunciare tutto
ciò che si agitava ribollendo dentro di lui, e il paese lo prese per
matto.
Però
chi, se solo immaginasse che esistono, non cercherebbe frenetico,
ansioso, quelle parole capaci di garantirgli anche solo un piccolo
pubblico?
Per
stupire mezz'ora basta un libro di storia e in fondo la pazzia di
Frank Drummer il matto è solo anacronismo, è soluzione
fanciullesca ma geniale. È,
nella certezza che esistano, tentativo di imparare a memoria le
parole, tutte; tutte quelle dei venti volumi dell'Enciclopedia
Britannica.
Per
poi recitarle, confuse, mescolate, affalansteriate in modo
superbamente caotico.
Invece
quietamente silenziosa e imperturbabile, la vita dei non matti
continua a scorrere quieta, rimpiangendo lo scemo sottovoce, perche'
il matto in fondo aiuta a far sentire gli altri normali.
Conosco
un posto che è come il prato dietro la chiesa di Spoon River.
Prima
che pian pianino la modernità, o forse il tempo, li portassero via
ci vivevano tante storie. C'era
il venditore di ammollati e le sue vasche di marmo e l'acqua che ci
scorreva sempre come in un giardino giapponese. L'arrotino e i suoi
mille gatti che però giocava ai cavalli e apriva solo quando
l'ippodromo era chiuso. Una buffa tipa, mitologicamente metà donna
e metà sedia, con la sua bancarella di vestiti livornesi. Due vecchi
sposini scappati da un disegno di Peynet
ingiallito e le loro mille miscele di caffe'. La signora con il paiolo che lo scoperchiava e dentro nuotavano rane
e arselle ma che aveva anche i ranocchi già infilati e spellati, se
proprio vivi ti facevano paura. Il negozio piccolissimo che vendeva
tutto, che se volevi un sacchetto dell'aspirapolvere di una marca
sconosciuta, che l'avevi già cercato ovunque, lui ti chiedeva solo:
piccolo
o grande?
La Regina,
che era la prima tra tutti i fruttaroli e gridava come in una
tempesta per chiamare i clienti. Il macellaio che ora ci si va a bere
l'aperitivo e nella stanza sul retro, quella dove ora ci sono i
tavolini per bere al chiuso, ci faceva il mallegato e le salsicce
E
c'era il matto, che non era Frank Drummer, ma recitava anche meglio.
Che
una volta si fermò di fronte a un negoziante che aveva rifatto il
bar tutto luci e paiettes, prese fiato, e sentenziò Te
fai tanti discorsi, ma i clienti guardano i fatti. Che
poi un'altra volta, inspiegabilmente attratto dalla lavagnetta del
menu' fuori da un'osteria, si alzò dal bisolo dov'era seduto,
s'avvicinò, impugnò il gessetto e cominciò a fare strani segni tra
i numeri dei prezzi: è
alla lavagna che si vede la prova del nove, dal posto son buoni
tutti. O quella volta che, sarà stata quasi mezzanotte, a due tizi
visibilmente impegnati a risolvere chissà quale questione
telefonando come due centralinisti, dichiarò: I
problemi si risolvono la mattina e il pomeriggio, no la sera e la
notte.
Se ci si pensava, a
stare attenti, non sbagliava mai. Non potevi mai dire, in fondo, che
stesse dicendo una scemenza.
Solo
una volta tutti pensarono che in effetti aveva esagerato, quando
avvicinò una signora in coda dal macellaio: La
punta di petto, tagliata fine... borgo stretto, borgo largo, è
buonissima.
Facendo con le mani il gesto di chi rigira una bistecca in una
padella.
Ora
a tutto c'è
un limite: la
punta di petto in tegame non la fai. Lo sanno tutti che è taglio da
bollito. Anche il macellaio in quell'occasione l'allontanò sgarbato
senza nemmeno regalargli la salsiccia di prammatica.
Matti,
loro.
Andatevi a guardare
l'Artusi, studiate, leggete i classici come diceva Calvino.
E
già
che ci siete preparatevi
un po' di brodo vegetale, carota, sedano, cipolla, patata, pepe nero,
gambi di prezzemolo, una foglia alloro.
La
punta di petto, tagliatela fine, dello spessore di due dita, pepatela
e infarinatela e, nel frattempo, fate andare in un tegame a bordi
bassi un battuto con guanciale,
cipolla, sedano, carota e un pezzetto di burro, condendolo con sale,
pepe e un rametto di timo fresco. Passate la fetta di petto in tegame
da entrambe le parti, sfumate con un pò vino bianco, coprite a filo
con il brodo e tirate la carne a cottura coprendo con un coperchio.
Servitela con sopra
un battuto molto fine di foglie di prezzemolo e buccia di limone,
quasi fosse un ossobuco. Un piatto principesco, un taglio saporito,
economico, dimenticato. Eh sì: la punta di petto, tagliata fine... è
buonissima.
[...]
E
la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo
e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa
ironia:
Una morte pietosa lo strappò alla pazzia.
- Leggi anche i precedenti articoli della rubrica "Terzo Girone. In cucina con Chourmo"
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