Eva Rizzin è una giovane ricercatrice che non nasconde le sue origini «zingare»: «ma la parola zingari», si affretta a spiegarci, «è dispregiativa, e non va usata. È un po' come definire "crucchi" i tedeschi, o "maccaroni" gli italiani. Quando si parla delle nostre comunità, bisognerebbe sempre utilizzare il nome che loro stesse hanno deciso di darsi: i termini corretti in Italia sono "Rom" o "Sinti"». E infatti - correggiamo subito - Eva è Sinta, ed è una delle esponenti più note delle organizzazioni Rom in Italia. «Da qualche anno», precisa, «i diversi gruppi locali si sono dati un coordinamento comune, che si chiama Federazione Rom e Sinti insieme».
Eva ha lavorato per l'Università, ed attualmente svolge attività di ricerca e di consulenza per diversi organismi internazionali, governativi e non, impegnati nella tutela dei diritti delle minoranze. In questa duplice veste - di attivista e di studiosa - gira spesso per l'Italia, contatta i gruppi Rom e Sinti, visita i campi nomadi disseminati nelle periferie urbane, indaga sui fenomeni di discriminazione e di esclusione sociale dei Rom. Per questo è venuta a Pisa, in questi giorni: e si è trovata nel bel mezzo delle vicende burrascose (anche nel senso metereologico del termine...) che hanno coinvolto i Rom, soprattutto rumeni, nella nostra città.
Tu conosci molto bene la realtà dei campi nomadi in Italia. Come hai trovato la situazione di Pisa?
Mi è sembrata una realtà estrema di marginalizzazione sociale: nei campi che ho visitato, tutti non autorizzati, manca l'acqua, non ci sono servizi igienici, si vive in condizioni precarie dentro baracche e sistemazioni di fortuna. Chi sta peggio, qui come in altre parti d'Italia, sono i Rom di più recente immigrazione, come i rumeni. Purtroppo non è una novità...
Da cosa dipendono queste situazioni di estremo degrado?
In Italia manca del tutto una riflessione seria sulle politiche nei confronti dei Rom: politiche riguardanti la casa, il lavoro, il contrasto alle discriminazioni. L'unica eccezione, negli ultimi anni, è stata la Conferenza Europea sulle Popolazioni Rom, organizzata dai Ministeri dell'Interno e della Solidarietà Sociale nel Gennaio 2008: in quella sede, per la prima volta dopo decenni, si è preso atto della necessità di politiche serie su questi temi. E per la prima volta sono state formulate proposte, da parte del governo, per il riconoscimento ufficiale dei Rom come minoranza etnico-linguistica. Purtroppo, il giorno dopo la Conferenza, il Governo Prodi è caduto, e le tante cose dette sono rimaste lettera morta. Col nuovo Governo le politiche nazionali hanno preso la direzione opposta: nel giro di pochi mesi si è passati alla proclamazione dello stato di emergenza, con tre ordinanze di protezione civile che definivano pericolosa la stessa presenza di Rom e Sinti in Italia. Poi sono venuti i censimenti, le impronte digitali ai bambini Rom, gli assalti di Ponticelli, e tutto il triste spettacolo che conosciamo bene. Insomma, si è passati da un primo accenno di politica sui Rom alla cultura dell'emergenza e del pericolo... Un disastro.
Tu dunque contesti la stessa idea di una emergenza Rom: eppure, a parlare in questi termini sono ormai tutti i Sindaci. Quelli delle piccole città capoluoghi di provincia, tra cui Pisa, chiedono maggiori poteri proprio per gestire l'emergenza Rom, l'emergenza baraccopoli: in altre parole, vorrebbero estendere ai piccoli centri urbani le disposizioni già previste per Roma, Milano o Napoli...
Noi contestiamo alla radice questo tipo di politiche. In Italia non esiste nessuna emergenza Rom. Anzi, le denunce di autorevoli organismi internazionali - dal CERD delle Nazioni Unite fino al Parlamento Europeo - parlano di discriminazioni diffuse contro le minoranze Rom e Sinte: e ci dicono che le condizioni di marginalità in cui vivono queste minoranze sono strutturali, nel senso che esistono da decenni e che i governi non fanno nulla per rimuoverle. Altro che emergenza, qui siamo alla segregazione strutturale! E il problema non riguarda solo le comunità di più recente immigrazione, come i rumeni, ma anche i gruppi che sono italiani a tutti gli effetti, che vivono in Italia da secoli, come i Sinti.
Il Sindaco di Pisa dice però che per affrontare la questione Rom servono soldi, finanziamenti: e che il Comune è abbandonato a se stesso, senza risorse da parte dello Stato, ad affrontare da solo queste problematiche.
Ovviamente non conosco da vicino la realtà di Pisa, e non posso esprimermi nel merito. Posso solo dire, in generale, che spesso i Sindaci dicono di non avere risorse: ma le ordinanze di emergenza, le politiche degli sgomberi, lo smantellamento di campi "abusivi" sono cose costosissime. Se i soldi si spendessero per politiche di inserimento abitativo e sociale, si risparmierebbe, e si otterrebbero risultati migliori e più giusti. I cittadini devono sapere che il Ministero dell'Interno, per le famose ordinanze di "emergenza", ha speso circa tre milioni di euro: e - dati alla mano - i Rom censiti dalle forze dell'ordine sono 12.346. Non lo dico io: queste cose si trovano pubblicate sul sito del Ministero... Si sono spesi tre milioni di euro per schedare, censire, sorvegliare, sgomberare, allontanare appena 12.000 persone! E chi paga sono i contribuenti. Con quegli stessi soldi, si sarebbero potute avviare politiche serie di inserimento abitativo, sociale, e sicuramente la spesa sarebbe stata assai minore.
Del resto, ricordo che proprio alla Conferenza Europea di Roma, nel Gennaio 2008, intervenne il Sindaco di Pisa - quello che era in carica prima di Marco Filippeschi - che illustrò il programma Città Sottili. Quel che emergeva era, certo, un impegno non indifferente in termini di costi, perchè il Comune si adoperava per favorire l'inserimento abitativo, il reperimento di case, la scolarizzazione dei bambini e quant'altro. Ma, alla fin fine, si trattava di un investimento: perchè i Rom trovavano lavoro, si inserivano regolarmente, pagavano le tasse, diventavano autonomi. Questo è il punto: bisogna investire sulla rimozione delle discriminazioni, sulle politiche sociali. E' un guadagno per tutti.
Sergio Bontempelli
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