I 550 rom censiti dai comuni dell'area pisana, e destinatari di interventi di accoglienza, sarebbero il «limite massimo» che la zona può sopportare e accogliere: oltre quel limite, si rischierebbe l'ingestibilità. Di conseguenza, le persone «in esubero» - quelle che popolano i campi e gli insediamenti «non autorizzati» - dovrebbero essere allontanate dal territorio.
È questo, in sostanza, il senso del Protocollo di Intesa - ancora in via di definizione - che coinvolgerà i comuni della zona e la Regione: annunciato nei giorni scorsi da un comunicato congiunto del Sindaco di Pisa Marco Filippeschi e del Presidente della Toscana Claudio Martini. Ne abbiamo parlato con Piero Colacicchi, fiorentino, presidente della ONG «Osservazione», esperto di fama internazionale di politiche contro la discriminazione nei confronti di Rom e di Sinti.
Si profila dunque, nella zona pisana, un vero e proprio "numero chiuso", un "tetto massimo" di Rom che possono essere accolti e inseriti nel territorio. Qual'è la tua opinione a riguardo?
Non posso esprimere un parere, perché lavoro nell'area fiorentina e non conosco la situazione di Pisa. Non ho avuto modo di leggere il comunicato congiunto di Filippeschi e Martini, né le polemiche attorno a quel testo. Dare giudizi su cose che si ignorano non mi sembra corretto. Posso parlare, in generale, dell'idea del «numero chiuso», del «tetto massimo»: ma senza riferimenti al fatto specifico, su cui non sono informato.
Si, certo. Ovviamente chiedevamo un parere sulla questione generale, sulla legittimità dei «numeri chiusi».
In generale, non c'è nessun motivo per dire "questo numero di rom va bene, un numero superiore è eccessivo". È evidente che vi sono profili discriminatori in un discorso del genere: i cittadini - italiani o stranieri - sono uguali di fronte alla legge, e vanno trattati nello stesso modo. I Rom sono cittadini, e se hanno i requisiti per stare in Italia nessun Comune può allontanarli...
Molti Sindaci parlano di migrazioni quantitativamente insostenibili... Dicono che un territorio non può sopportare una pressione eccessiva.
È un discorso bizzarro, per almeno due motivi.
In primo luogo, i Rom sono un'esigua minoranza della popolazione. Secondo le rilevazioni del Ministero dell'Interno si tratterebbe di 150.000 individui al massimo in tutta Italia: in termini percentuali, significa lo 0,2-0,3% della popolazione. Anche nelle città con presenze maggiori i numeri sono molto contenuti. Nelle grandi aree metropolitane - Roma, Milano, Napoli... - una recente rilevazione del Ministero dell'Interno ha censito in tutto 12.346 persone. Non mi si parli, di fronte a queste cifre, di «insostenibilità».
E poi, che significa «numero eccessivo»? In base a cosa si stabilisce che i Rom sono «troppi»? Con lo stesso criterio - e lo dico in modo volutamente provocatorio - si potrebbe parlare di «numeri eccessivi» di persone coi capelli biondi... perché il «troppo» viene attribuito solo ai Rom?
I Sindaci, però, parlano di numeri eccessivi in rapporto alle capacità di accoglienza. Il ragionamento riguarda la spesa dei Comuni: se ci sono troppe persone che vivono nei campi, dovrò spendere soldi in misure di accoglienza. E i soldi, dicono i Sindaci, non ci sono...
Anche questo è un ragionamento di senso comune, che alla prova dei fatti non tiene. I campi, gli insediamenti non autorizzati dei Rom finiscono per costare molto di più delle politiche di accoglienza. E anche gli sgomberi costano.
Per allontanare centinaia di Rom devo mobilitare agenti di polizia o di polizia municipale. Per espellere i Rom stranieri devo avere gli aerei per i rimpatri, il giudice per la convalida dell'allontanamento, le forze dell'ordine per scortare le persone espulse... E tutto questo ha costi altissimi. Mantenere sul territorio campi non autorizzati significa spendere soldi per la sorveglianza, e poi per l'eventuale sgombero. Alla fin fine, una politica ragionevole di inserimento abitativo e lavorativo costa meno. E produce i suoi risultati: perché se uno straniero sta qui con un permesso di soggiorno e un lavoro, alla fine pagherà anche le tasse.
Voglio dire che alla fine il discorso sui soldi rischia di essere un po' strumentale: è un modo per legittimare politiche restrittive, ma non corrisponde alla realtà dei fatti.
Il problema è casomai quello di politiche di accoglienza adeguate.
Il Sindaco di Pisa dice che la città ha già speso moltissimo per le politiche di accoglienza, per esempio con il programma "Città Sottili": ma oggi si è creata una nuova pressione, dovuta all'arrivo di comunità di origine romena che si sono insediate nelle "baraccopoli"...
Vorrei ricordare che i Rom - in generale - non sono nomadi: nessuno di loro vuol vivere in tende o baracche. E questo vale a maggior ragione per i Rom rumeni: al loro paese abitavano in alloggi, e nella stragrande maggioranza dei casi erano lavoratori salariati. Sono arrivati qui per cercare un lavoro, per vivere una vita dignitosa: se, in Italia, li troviamo nei campi, o nelle baracche costruite ai margini dei fiumi, questo dipende soprattutto dalle discriminazioni diffuse nei loro confronti, e dalle politiche messe in pratica dall'Italia.
Non sono io a dirlo: lo dicono, sistematicamente e da vari anni, gli istituti internazionali di ricerca, l'Unione Europea, il Parlamento Europeo, le agenzie dell'ONU, e in generale tutti gli enti preposti alla tutela dei diritti umani. Se i Rom arrivano in Italia e finiscono nelle baracche, significa che c'è un problema nelle nostre politiche: non combattiamo abbastanza le discriminazioni, non favoriamo l'inserimento abitativo, non lavoriamo sull'accoglienza e sui diritti. Gli sgomberi non risolvono il problema, ma lo alimentano: perchè producono nuove esclusioni, nuove marginalità.
Quali sono, in concreto, le politiche che si possono mettere in campo?
Si può far tesoro, per esempio, dell'esperienza toscana. La Regione aveva approvato, alla fine degli anni '80, una legge sui Rom e sui Sinti che era molto rigida, e individuava i campi nomadi come unica soluzione. Poi, però, la stessa Regione ha ascoltato le associazioni, le rappresentanze dei Rom e dei Sinti, i tecnici che avevano maturato esperienze specifiche - penso per esempio alla Fondazione Michelucci, un istituto di urbanistica che si è occupato molto di queste questioni -, e ha capito che i campi nomadi non erano affatto insiti nella "cultura dei Rom", non erano assolutamente una "buona politica". Gradualmente, l'approccio in materia è cambiato: prima nel '95, con la seconda legge sui Rom, che era meno rigida, più flessibile. Poi con la nuova normativa del 2000, dove si supera la logica dei campi, e si individuano le possibili alternative.
Si parla, per esempio, di "autocostruzione": significa che sono i Rom stessi che costruiscono le proprie abitazioni. Oppure di "autorecupero": si individuano alloggi dismessi, o edifici abbandonati, e poi sono gli stessi Rom che li ristrutturano, per andarci ad abitare. Sono soluzioni poco costose per i Comuni, e al contempo efficaci. Se si vuole, se si ha la volontà, le proposte ci sono.
Intervista a cura di Sergio Bontempelli
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