30/11/09 09:50 | autore: danilo soscia Stampa

“La conoscenza annienta la paura dell'altro”. L'intervista di Pisanotizie a Francesco Gnerre 0

L'autore del volume “L'eroe negato” è stato tra i relatori del trentennale che Pisa ha dedicato al primo pride italiano. Omosessualità e critica della società nelle parole di uno degli esponenti di punta degli “studi gay” in Italia.

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Francesco Gnerre è un noto studioso di letteratura italiana, oltre che docente di studi di genere all'Università di Roma "Tor Vergata". La sua "fama", oltre che essere legata a una complessa e multiforme attività critica, si è alimentata nel tempo per la scrittura e la pubblicazione di uno dei testi di riferimento per gli "studi gay", ovvero "L'eroe negato - Il personaggio omosessuale nella narrativa italiana contemporanea". Nella giornata che la città di Pisa ha dedicato ai trent'anni del primo "Pride" italiano, Francesco Gnerre ha esposto durante il suo intervento alcune teorie sulle difficoltà incontrate dalla cultura omosessuale per affermare un proprio percorso identitario riconosciuto e le cause che, in buona parte, ne hanno determinato l'insorgenza. "Eccentrici, neoplatonici e altri mascheramenti. La difficile elaborazione di una cultura gay in Italia", un percorso sintetico e magistralmente articolato, che ha avuto il grande merito di definire un quadro generale sull'emersione di un'identità gay nel panorama letterario nazionale, paragonandolo costantemente a quello europeo e statunitense.

L'eversione espressa dal primo movimento gay è stata edulcorata dallo sdoganamento dell'omosessualità soprattutto nell'universo dei media e dello spettacolo?

Sicuramente sì; è necessario, però, chiarire alcuni passaggi. La presenza costante all'interno dei media della figura dell'omosessuale non mi convince, e soprattutto non mi soddisfa. In una parola: non mi piace. Stiamo parlando ancora di un "oggetto strano", caratterizzato da molti stereotipi. Un aspetto su tutti: sembrerebbe quasi che il carattere della serietà non possa appartenere alla personalità omosessuale. C'è ancora solo "colore", ossessione per lo spettacolo e per l'esibizione di sé.

Si tratta di un passaggio a suo avviso inevitabile, oppure di un'evoluzione necessaria?

La perdita di una certa dimensione eversiva è un dato di fatto. L'omosessuale è sempre vissuto in contesti ostili e marginalizzati, costretto a una pratica di annullamento del sé che aveva come esito l'invisibilità. Negli anni Settanta le cose cambiano. Attraverso la provocazione si poteva conquistare proprio quella stessa visibilità negata, e rinnegata, nel tempo.

Quali sono stati gli strumenti d'elezione perché questo processo avesse un'incidenza reale nella società?

Non bisogna mai dimenticare che il movimento omosessuale si collocava in una dimensione "extraparlamentare", rivoluzionaria, la stessa che si poneva come fine l'abbattimento del sistema vigente e la fondazione di un mondo migliore basato sull'uguaglianza di tutti gli individui. Al di là delle analisi storiche sugli esiti di quella lotta, posso dire che oggi, accanto a quella "normalizzazione" di cui si diceva, è rimasta ancora intatta la necessità di un riconoscimento reale. Una necessità democratica, la stessa che proviene dall'attuazione dell'articolo 3 della nostra Costituzione.

E della provocazione di allora cosa è sopravvissuto?

Il bisogno di provocare, in questa fase storica, è semplicemente minore. I tacchi a a spillo di Mario Mieli sono stati un necessario punto di partenza, ma ora è necessario rivolgere lo sguardo oltre. La società oggi è pronta a recepire il nostro bisogno di uguaglianza, senza che esso debba passare dall'esacerbazione dei toni.

L'affermazione di un'identità gay in Italia passa anche attraverso lo strumento letterario?

In italia esiste oggi un vero e proprio deficit del dibattito sul riconoscimento attivo di un'identità omosessuale, con tutto ciò che ne consegue in materia di diritti civili. Ma la responsabilità di questo vuoto è da imputarsi anche al mondo artistico e intellettuale. In Francia, negli anni Settanta e Ottanta, intervenivano su riviste e quotidiani grandi pensatori come Sartre, Foucault i quali, tra i molti meriti, riconoscevano nell'omosessualità un problema di centrale importanza e, in virtù di questo, ne facevano emergere la portata generale creando un "senso comune". Ho conosciuto in Italia scrittori, registi che non hanno mai voluto fare i conti con la propria omosessualità e che hanno preferito tacere piuttosto che incorrere nel rischio del pubblico scandalo.

Un ritardo culturale?

E' come se l'Italia fosse esclusa da quella parte di mondo nella quale ai gay viene riconosciuto il diritto di cittadinanza.

Dopo Pier Vittorio Tondelli, quali sono gli autori che oggi in Italia tentano di mettere in scena un'epica omosessuale?

Sono molti i giovani scrittori che hanno fatto dell'omosessualità un motivo costante della loro produzione. Mi viene in mente, forse ultimo di una lunga serie, Luigi Carrino con il suo bellissimo "Acqua storta" dove si racconta una storia d'amore omosessuale all'interno della camorra napoletana. Una storia forte che da sola non basta, però, a colmare quel vuoto che ci separa dal resto del mondo.

La nascente industria letteraria rivolta in maniera specifica al mondo omosessuale non comporterà per caso una banalizzazione dei toni?

Va bene anche la banalizzazione. Vedo in modo tutto sommato positivo queste nuove esperienze. Seguo con grande attenzione i lavori di giovani case editrici come la Playground che, oltre a pubblicare ottimi testi, conduce una politica di ricerca in grado di esprimere risultati interessanti. Un tempo, un libro a tematica omosessuale poteva trovare asilo solo presso piccoli e coraggiosi editori. Oggi le grandi case editrici, per mere ragioni di mercato, prescindono da questo parametro e fanno a gara a pubblicare il libro maggiormente commerciabile. Va bene così, si favorisce la circolazione. D'altra parte è pur sempre la conoscenza che annienta la paura dell'altro.

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