Gli Olmechi erano un minuscolo popolo
del centroamerica, la loro cultura è considerata la madre di tutte
le culture mesoamericane, nonostante questo, sino a metà
dell'ottocento, nessun europeo poteva minimamente sospettare che
questi omini di gomma (come li chiamavano gli Aztechi) avessero
dettato legge per due millenni a cavallo dell'anno zero, al confine
tra quelli che oggi chiamiamo Messico e Guatemala.
Maya, Zapotechi, Aztechi che vennero
dopo di loro in quella regione, impararono da loro la scrittura,
l'estrazione della gomma e della giada per forgiare utensili, la
costruzione di forni capaci di raggiungere quasi mille gradi, la
cottura della ceramica, le tecniche di coltivazione del mais. Gli
stessi Aztechi, flemmatici iracondi che, sottomessi i vicini, ne
offrivano i cuori agli dei e mangiavano il resto, una volta invasa la
loro regione la indicarono come il paradiso in cui gli dei crearono
la prima razza umana moderna. Gli Olmechi furono soprattutto i primi
al mondo, oltre duemila anni fa, a coltivare il cacao e a consumarlo
regolarmente.
Provate a parlare con chiunque abbia
mai visto una cabossa (il frutto della pianta di cacao) aperta in due
con i semi dispersi in una polpa mucillaginosa immangiabile. È
incrollabilmente disposto a credere che siano venuti gli ufo a
parlarne agli Olmechi o, in alternativa, fermamente convinto che il
primo che ha pensato di trasformare i semi di un frutto così
repellente, in cacao, sia stato il più grande genio della storia
dell'umanità.
Duemila anni dopo, la regione degli
Olmechi è più o meno la provincia della Chontalpa nello stato
messicano del Tabasco. Vi si produce circa l'80% del cacao messicano,
di gran lunga il più pregiato al mondo. I piccoli produttori della
Chontalpa sino a pochi anni fa vendevano il cacao verde alle grandi
manifatture nazionali che, oltre a spuntare prezzi da strozzini,
hanno col tempo imposto che le coltivazioni della varietà Criollo,
pregiatissima specie arrivata direttamente dai Maya, venissero
sostituite dal meno pregiato Forastero, più resistente e più adatto
alla coltivazione di massa.
Da dieci anni, grazie all'iniziativa
della ong locale ATCO (Asesoría Técnica en Cultivos
Orgánicos), è iniziato un processo di organizzazione di quei
produttori in cooperative in modo da lavorare i semi della pianta e
vendere quindi le fave di cacao fermentate ed essiccate, pronte per
la tostatura, ottenendo così ricavi un po' più dignitosi.
A diecimila chilometri di distanza
Andrea Trinci è un omone pacioso, benvestito, che gira con due
vecchi zainetti di cuoio a spalla, un mezzo sorriso disegnato sul
volto, completamente calvo.
Nel 1939 la sua famiglia mette su una
torrefazione artigiana di caffè a Firenze, dopo poco si sposta a
Pistoia. Andrea la prende in mano agli inizi degli anni settanta. Poi
nel 1993 improvvisamente la impacchetta e la vende. Continua a
lavorarci, ma solo per assicurarsi che i nuovi continuino a fare il
caffè come si deve. Dopo dieci anni però li molla, compra uno
stanzone a Cascine di Buti e torna a fare l'artigiano.
Ancora caffè, tostato a legna come
facevano agli inizi. Non è per il gusto o gli aromi, la tostatura a
legna è solo una questione romantica. Lo sa benissimo e te lo dice
ammiccando. I chicchi durante la tostatura non assorbono niente, anzi
perdono circa il 20% del loro peso (quasi interamente in acqua).
L'importante è indovinare la temperatura, quella che fa sviluppare
dentro il chicco gli olii essenziali e allo stesso tempo ne blocca
rapidamente la fuoriuscita tostandolo, inspessendone la parete e
chiudendo il chicco all'esterno. L'equilibrio è delicato e
oggi qualunque sistema elettrico garantirebbe un controllo anche
migliore. Buoni tutti, lui continua a farlo a legna, e sorride.
Da qualche anno alla tostatura del
caffè ha aggiunto quella del cacao, e grazie a Slow Food ha
conosciuto la storia dei coltivatori di Chontalpa. Il cacao della
Chontalpa è nel frattempo diventato un presidio Slow Food,
con l'obiettivo di insegnare a produrre ai coltivatori la pasta di
cacao. Lui contribuisce comprando dai pronipoti degli Olmechi le fave
di cacao essiccate, impara a tostarle, e comincia a farci esperimenti
sino a produrre con le proprie mani le prime tavolette.
Sull'etichetta, tra gli ingredienti
scrive tutto quello che ci mette: pasta di cacao della Chontalpa,
zucchero di canna, burro di cacao. Nient'altro. Anzi sì. Le nibs (granella di fave di cacao tostate) che, mescolate alla pasta di
cacao, diventano dei piccoli forzieri di aroma che dal Messico
vengono a schiudersi in bocca.
Da uno degli zainetti, come un mago dal
cilindro, tira fuori il suo tagliere, un coltellino d'acciaio e una
serie di piccoli pacchettini. In pochi secondi apparecchia davanti a
sé due piccoli piattini con le fave di cacao non ancora tostate e
con la granella di cacao. Accarezza i suoi semini uno per uno, li fa
scorrere tra le dita, li annusa, ti invita a prenderne una manciata
da un sacchetto di carta e odorarli. Quando tiri fuori il naso,
inebriato, da uno dei suoi sacchettini magici ha la faccia
soddisfatta di Mago Merlino con il piccolo Artù.
La granella la metti sotto i denti ed è
un salto direttamente nelle foreste precolombiane dello Yucatan.
Poi le tavolette. Prima la pasta pura
di cacao, 100% di semi tostati e macinati sino a farli diventare una
pasta grazie al burro di cacao contenuto al loro interno. Tutto qui.
Niente zucchero. Niente, meno che mai, lecitina di soia. La mettono
quasi tutti, in realtà perché permette di utilizzare meno burro di
cacao ma ufficialmente come emulsionante per favorire una maggiore
omogeneizzazione degli ingredienti. Ma lui di ingredienti semplicemente non ne ha.
Quando la metti in bocca, la pasta di
cacao al 100%, capisci perché gli Aztechi la chiamavano il cibo
degli dei. L'amaro che ti aspetti scompare, è una questione di
qualità, ti avvolge la bocca, quasi ti inebetisce. Andrea ti avverte
di non esagerare, la teobromina (un alcaloide naturale
stimolante del sistema nervoso centrale) e la caffeina contenute nei semi ti allertano i sensi, i profumi quasi ti
stordiscono.
È strano, il suo cioccolato non è
lucido. Spiega che è perché fa poca attenzione alla concatura,
un processo in cui si mescola a lungo la pasta di cacao liquefatta a
70 gradi. Serve per togliere l'acido e rende la tavoletta
lucida e brillante. Ma è quasi superfluo se il cioccolato è buono.
Ti fa bere un sorso d'acqua (deve
essere della scuola di Veronelli, solo l'acqua per il cioccolato) e
intacca una tavoletta al 75% di cacao, niente vaniglia, solo i suoi scrigni di granella di cacao amalgamati dentro e il 25% zucchero di
canna a velo (di canna perché è l'unico venduto senza amido).
Si passa così, in verticale, dal più
amaro al più dolce. In modo da percepire meglio il cacao in purezza
e da evitare che lo zucchero all'inizio copra tutti gli altri sapori.
L'ultima delle tre tavolette è una
piccola meraviglia. È ancora al 75% di cacao, pochissima vaniglia in
bacca, ma allo zucchero di canna è mescolato il miele di spiaggia
di san Rossore, nettare dei minuscoli fiorellini gialli di elicriso.
Non ci si mette mai il miele nel cioccolato, ma questo ha qualche
nota di liquirizia e tabacco, e nel cioccolato è straordinario. Non
ho mai sentito niente di simile.
Poi, mentre sei ancora avvolto nei suoi
profumi di tostatura e di cioccolato, ti mostra quasi di nascosto la
sua crema spalmabile: zucchero di canna, pasta di nocciole,
olio extravergine di oliva (delle colline intorno) e il suo cacao in polvere. Ne va fiero. La assaggio di nascosto, è
semplicemente straordinaria. È difficile fare una spalmabile, deve
mantenere la morbidezza e non diventare dura e poi deve piacere ai
bambini. È inutile prendersi in giro, si fa per quello e quindi
quello deve essere l'obiettivo.
Mi racconta che c'è arrivato dopo
anni, e ha capito di avere fatto centro tra sapore e morbidezza
quando il suo ragazzino di undici anni, assaggiatore dei suoi
esperimenti, ha dichiarato di volere quella. Era quella
giusta.
Ora però c'è qualcosa che non mi
torna, Cascine di Buti è una via e basta, ci sarò passato un
centinaio di volte, c'è una tipografia, ci si facevano i manifesti.
Come diavolo ho fatto a non notare mai il suo laboratorio delle
meraviglie? Glielo chiedo, mi guarda e ride. Non c'è l'insegna, anzi
sì c'è ma è piccolissima, non l'hai mai notata vero? È fatta
apposta, bisogna cercarla, scovarla, guadagnarsela. Adesso sogghigna.
Quel Mago Merlino senza barba.
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