Se si nomina l'Afghanistan il pensiero
corre soltanto a terroristi, talebani, invasioni di marines americani
e, se si ha buona memoria, alla discesa dell'Armata Rossa in sostegno
della repubblica laica del Partito Democratico Popolare
dell'Afghanistan sul finire degli anni settanta.
Si tende a ignorare come questo
territorio, quasi totalmente montuoso e nella restante parte
desertico, sia biologicamente una sorta di rappresentazione reale del
giardino delle delizie.
Non essendosi mai sviluppata
un'agricoltura di massa, il patrimonio genetico vegetale non è stato
forzatamente indirizzato verso le specie più produttive. Questo ha
fatto sì che la biodiversità fruttifera si sia mantenuta al punto
che, nonostante guerre e invasioni degli ultimi trent'anni, si
contano ancora oltre milleduecento varietà di mandorla, oltre a
decine di varietà, completamente scomparse nel resto del mondo, di
albicocco, melograno, melo, gelso, fico. Nella parte settentrionale
del paese, al confine con gli stati del ex blocco sovietico, si
estendono sterminate foreste di pistacchi di qualità alimentare
infinitamente superiore alle nostre. Nella sola zona di Herat, al
confine con l'Iran, si contavano negli anni sessanta oltre cento tipi
di vite.
Il patrimonio genetico è così
sterminato che da qualche anno l'Unione Europea ha finanziato e
avviato un imponente progetto di classificazione degli alberi da
frutto afghani.
Dalle uve di Herat, più che il vino,
si produce la migliore uva passa del mondo. Importata in Europa sin
dai tempi della via della seta, negli anni settanta il 60%
dell'uvetta commercializzata nel mondo proveniva dai filari di Herat.
Oggi si calcola che abbiano resistito
una settantina di varietà, sette delle quali sono considerate di
qualità superiore per forma, colore, consistenza e sapore.
Grazie all'estate particolarmente calda
i grappoli sviluppano elevate concentrazioni zuccherine; questo,
insieme alla tecnica di essiccazione che prevede l'immersione per
qualche istante in acqua bollente in modo da produrre micro
lacerazioni sulla buccia, accorcia sensibilimente il tempo di
essicazione al sole. In questo modo l'uvetta conserva un colore
chiaro e resta morbida.
Ultimamente, a causa delle crescenti
difficoltà economiche e di esportazione, molti produttori locali
hanno abbandonato le vecchie cultivar per dedicarsi a specie più
comuni, più adatte alla produzione intensiva ma certamente meno
pregiate.
L'Unione Europea in collaborazione con
Slow Food e le università di Herat e Firenze, tentano da qualche anno
di incentivare la ripresa della coltivazione delle specie più
pregiate, salvandole così dall'abbandono e dall'estinzione, ma anche
di favorire in questo modo la sostenibilità degli agricoltori
afghani in termini di risorse umane ed economiche.
Il superare le frontiere è un'impresa
anche solo per coltivatori e agronomi di Herat, figuriamoci per le
merci. I produttori e ricercatori afghani in visita in Toscana, dopo
essere stati rispediti indietro per due volte alla frontiera dello
scalo aereo svizzero, hanno dovuto scegliere una rotta alternativa:
l'equazione Afghanistan-pericolo è difficile da estirpare.
La collaborazione con l'università di
Firenze quest'anno ha portato sino agli stand dell'Agrifiera una
cinquantina di acini delle tre più importanti varieta di uvetta di
Herat.
Oltre ad incontare i visitatori
dell'Agrifiera, le uvette (e i produttori) di Herat hanno incontrato
maestri pasticceri e cioccolatai della nostra zona per ragionare
delle possibili commercializzazioni di un prodotto così
straordinario.
Centocinquanta acini in tutto, gli
unici presenti attualmente in Italia. Non sembrano nemmeno parenti
delle nostre uvette scure e rinsecchite. Sono luminose, profumate,
morbide, talmente colorate da sembrare luminose. A pensarci è
impressionante, assaggiandone uno sembra di fare un sacrilegio.
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