Il Progetto Rebeldia ospiterà questa sera (18 maggio) alle 18, il volume di Leslie Ray "La lingua della terra. I Mapuche in Argentina e Cile" (BFS edizioni, pp. 232, ill., € 20,00), in collaborazione con la Biblioteca F. Serantini, il Chicco di Senape ed Emergency. L'iniziativa sarà introdotta da Flaviano Bianchini e sarà presente l'autore. Con una scrittura chiara e appassionata, Leslie Ray racconta le tradizioni e l'identità culturale di un popolo "senza confini"che ha subìto pesanti discriminazioni razziali negli ultimi due secoli. Pisanotizie ha incontrato l'autore de "La lingua della terra. I Mapuche in Argentina e in Cile" per approfondire alcune questioni che sono emerse dalla lettura del libro.
Può descrivere qual è la situazione attuale del popolo Mapuche?
La risposta immediata sarebbe che i Mapuche stanno combattendo coraggiosamente, contro le imprese forestali, contro i multinazionali dell'energia, contro i giganti delle monocolture, contro i vari Benetton, ma la verità è piu' 'prosaica'. La maggior parte della popolazione mapuche, a est e a ovest delle Ande, oramai vive nella grandi città, più o meno emarginata, lottando per trovare lavoro e i mezzi per sopravvivere.
Nonostante tutto, i Mapuche resistono, raccolti a sud del celeberrimo fiume Bio-bio, nella regione che i Conquistadores chiamarono Araucania. Quali carateristiche peculiari ha assunto la resistenza di questo popolo?
Appunto, una parte di loro, ma una parte altrettanto significativa dei mapuche vive a Santiago. Quanti esattamente è difficile da dire, visto lo stigma sociale forte contro l' 'indigeno' nel Cono Sud. Quanto alla resistenza, chi vive nelle comunità cerca di condurre una vita tradizionale, allevando bestiame e coltivando, combattendo il degrado ambientale e l'avvicinarsi dei fili spinati. Ma questa vita tradizionale è alla portata di poca gente mapuche. Nelle città, per la maggior parte i mapuche campano come possono, cercando di recuperare la loro identità, e anche di forgiare una nuova identità, quella di Warriache (mapuche della città). Gli artisti e gli artigiani mapuche, i poeti, i muralisti, i musicisti, gli storici, cercano di mantenere viva la loro cultura in una società che non la valorizza, anzi, tende a disprezzarla.
In tal senso quali sono le prospettive future?
E' difficile essere troppo ottimisti, in Cile in particolare, considerando il numero alto di prigionieri politici mapuche, condannati o in attesa di giudizio, sotto leggi che restano in vigore dai tempi di Pinochet. Detto questo, vedo emergere lentamente una certa presa di coscienza da parte di una componente delle società cilena e argentina, rispetto all'importanza della storia mapuche e indigena in generale nella formazione di Cile e Argentina. Finalmente si inizia a insegnare la loro lingua, il mapudungun, nelle scuole, e i musei della Patagonia ora riconoscono che c'era già una società e una cultura vibranti quando sono arrivati gli europei. Comunque, questi sono piccoli segni di miglioramento. La realtà di tutti giorni continua a essere fatta soprattutto di razzismo e intolleranza.
Sull'orizzonte della storia Mapuche, si colloca la vita e l'opera di artisti come la poetessa Rayen Kvyeh. La sua è una storia di continua presa di coscienza e di repressione, intessuta di esilio e di persecuzione. Nella sua continua erranza, tra l'Europa e l'America Latina, la sua voce ha testimoniato l'esilio di un popolo. Lo stesso popolo che è stato in carcere come lei, che ha vissuto la tortura e la perdita dell'identità.
E' vero. E i mapuche in esilio giocano un ruolo fondamentale nella disseminazione delle informazioni sulle comunità in conflitto. Sto parlando, per esempio, di Mapuche International Link in Inghilterra, con la quale collaboro, e di altri gruppi di appoggio dei mapuche in Europa e in America del Nord. Forse riescono a farsi ascoltare meglio dei loro compagni in Cile e Argentina, dove i mass media li ignorano, a parte quando vogliono presentarli come violenti per fomentare l'insicurezza.
La storia dei Mapuche è una storia di continua lotta contro l'invasore. Questo elemento come si riflette sulle nuove generazioni cresciute in stati che non riconoscono la sovranità del loro popolo, come l'Argentina e il Cile?
Credo che la verità sia molto complessa. I giovani militanti hanno una certa rabbia contro la generazione dei loro padri, che non ha mantenuto viva la lingua, che ha idealizzato la vita in comunità ma è poi migrata verso la città, che ha cercato di integrarsi senza successo in una società intollerante. I giovani mapuche di San Carlos de Bariloche e d'intorni, per esempio, si autonominano 'Warriache', come ho detto sopra, e non riconoscono il nome Bariloche, preferendo chiamare la cittèà Furilofche, il nome nella loro lingua. La citta di Generale Roca, che ha preso il nome del genocida del popolo mapuche, la chiamano Fiske Menuko. Nel loro modo di porsi rispetto al mondo che li circonda, sono più vicini ai punk che ai loro genitori.
La sua esperienza con i Mapuche, sopratutto nel passaggio simbolico da 'winka' (invasore) a 'peni' (fratello), che origine ha e come si è sviluppata nel tempo?
La parola "winka" vuol dire "invasore", "bianco", "ladro", concetti spesso intercambiabili per loro. Collaborando con i miei amici mapuche, in Europa e nelle città dell'Argentina, il mio scopo è stato di cercare di dare una voce in inglese e ora in italiano per le loro rivendicazioni. Nel libro ho cercato di presentare la loro situazione attuale e la loro storia il più onestamente possibile, di citare prevalentemente gli storici mapuche, e di fare parlare loro in prima persona, piuttosto che dare i miei giudizi, che non hanno valore, visto che non mi presento come "esperto", ma solo come intermediario. Sono fin troppo abituati a sentire gente winka che parla per loro; nel libro "La lingua della terra", sono loro a parlare.
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