La crescente intolleranza verso l'immigrato e i tentativi di sottrarre alle donne il dominio sul proprio corpo, negli ultimi anni, dominano in maniera sempre crescente il dibattito nazionale. Ma quale relazione esiste tra il progetto imperialista di Mussolini e gli appelli a fare più figli rivolti alle famiglie italiane? Ecco un libro, "Difendere la razza. Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini" (Ed. Sensibili alle foglie, 2009), che segue con programmatica attenzione il filo rosso, ma sarebbe meglio dire 'nero', che lega passato e presente. A spiegarcelo è la stessa autrice del volume, Nicoletta Poidimani, intervistata da Pisanotizie in occasione della presentazione del suo lavoro, frutto di 8 anni di ricerche fra Italia ed Etiopia, che si terrà stasera alle ore 21 presso la sede del Progetto Rebeldia. E che nella prefazione a "Difendere la razza" spiega: " Conoscere questa parte della nostra storia è urgente soprattutto oggi, col riattivarsi, sulla pelle di donne e uomini migranti, in nome della sicurezza, di vecchi e sperimentati dispositivi razzisti e de-umanizzanti che si formarono proprio nei cinquant'anni dell'esperienza coloniale in Africa".
Il sottotitolo del suo lavoro recita "Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini". In che modo in questo progetto si coniugano le politiche razziali e quelle sessuali?
Innanzitutto va sottolineato che si parla di progetto imperiale, perché in realtà, fortunatamente, le prospettiva che componevanp questo progetto non si sono realizzate fino in fondo. Il nesso fra le politiche razziali e quelle sessuali è proprio quella categoria di 'purezza della razza italiana' che esigeva un disciplinamento della sessualità, perché il colonialismo negli anni, già nel periodo liberale, si era alimentato della rappresentazione delle donne, soprattutto delle giovanissime ragazze africane, come corpi 'disponibili' e come premio per la conquista. Ciò diede luogo a una promiscuità sessuale e razziale nelle colonie con nascite in crescita esponenziale di meticci, che divennero un grosso problema nel momento in cui venne conquistata l'Etiopia, nel maggio del '36, e venne dichiarato l'Impero italiano dell'Africa Orientale. Ed ecco che, per ottenere la purezza della razza italiana - un progetto sostenuto fortemente dal regime e da tutto un entourage di antropologi, giuristi, medici - diventava fondamentale mettere in atto politiche sessuali. Ad esempio, nel '37 il Governo fascista diede vita alla legge "Sanzioni per i rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi", che prevedeva una pena da 1 a 5 anni di reclusione per il cittadino italiano scoperto ad avere una relazione continuativa con una donna colonizzata, o per la cittadina italiana con un uomo colonizzato, ma il caso era piú specifico sugli uomini. E la gravità di questa pena era direttamente proporzionale al coinvolgimento emotivo e affettivo espresso dalla relazione.
Lei scrive di un convergere di diversi codici comunicativi, così come di diverse discipline e saperi, nella costruzione della ‘razza italiana'. Quali furono gli strumenti piú efficaci usati dal Regime per veicolare questo concetto?
Teniamo conto che gli italiani all'epoca erano un popolo con un livello molto alto di analfabetismo, quindi era l'immagine ad assumere un ruolo di primo piano nella veicolazione dei messaggi: dunque l'uso di immagini, fotografie, ma anche di barzellette; questo genere di rappresentazione era ciò che funzionava meglio dal punto di vista 'nazional-popolare'. Ma in questo progetto di purezza razziale convergevano anche altre dinamiche, come il piano medico, quello giuridico, tutti quegli elementi cioè che concorrevano a un disciplinamento dei comportamenti.
Oggi assistiamo nel nostro paese a una crescente ostilità verso l'altro e il riproporsi di rigurgiti razzisti e di intolleranza. Vede delle analogie col mito fascista della superiorità razziale?
Assolutamente sì. E non è un fatto casule, dato che continua a vigere in Italia lo Ius sanguini, ovvero il diritto fondato sul sangue, quindi sulla razza, che appunto era in vigore già nell'epoca fascista: la costruzione dell'identità italiana, dell'italianità, passa dunque attraverso una costruzione di tipo razziale. Non è un caso, ad esempio, che i bambini figli di immigrati che nascono in Italia, che studiano nelle scuole italiane, che insomma crescono qui non abbiano la cittadinanza italiana, quando invece dei venezuelani o dei brasiliani che riescono a dimostrare di discendere da antenati italiani ottengono la cittadinanza e quindi il diritto di voto. Per cui, già a partire da questo, vediamo che esiste nel nostro sitema giuridico un razzismo profondo, e per razzismo intendo proprio una concezione basata sulla razza fondata sul senso biologico, legata al sangue, che risale molto indietro nel tempo e che è tutt'oggi valida. E questo chiaramente apre la strada ai tantissimi aspetti di quello che è il razzismo contemporaneo. Un fenomeno che continua ad avere, appunto, una connotazione di tipo biologica, anche se spesso esasperata, poi, da tematiche di tipo culturale e religioso.
Lei afferma che nel linguaggio quotidiano torna a riaffacciarsi una concezione della donna e della famiglia di stampo clerico-fascista. Concretamente questo cosa vuol dire?
Gli esempi concreti sono abbondantissimi. Prendiamo gli attacchi che ci sono oggi all'auto-determinazione della donna. Un'area della destra istituzionale converge con il pensiero della Chiesa. Siamo ancora ai Patti Lateranensi in fondo, e anche questo è un segnale di non poco conto per quanto riguarda le ingerenze della Chiesa nello Stato italiano e le connivenze dello Stato italiano con la religione cattolica. Ed ecco, appunto, che gli attacchi all'autodeterminazione della donna e all'aborto oggi stanno assumendo proprio questo tipo di connotazione. Il continuo richiamo, ad esempio, alla nascita di pochi bambini italiani, cioè di razza italiana, rispetto invece al numero di nascite di immigrati, ovvero questa continua esortazione rivolta alle donne a riprodursi nonostante la fase di crisi economica in cui siamo. E i premi di natalità, che esistevano anche sotto il fascismo, oggi sono dati anche da tante istituzioni locali. Sono stati proposti anche a livello agovernativo. Questo è solo un esempio ma che, a mio parere, rende molto l'idea. Se ne potrebbero fare moltissimi altri: il ruolo della donna inteso fondamentalemente come custode e anche riproduttrice della razza è ritornato a presentarsi con forza e con molta 'arroganza'.
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