Prosegue il dibattito nell'ateneo sulla delicata fase che sta attraversando l'università italiana e in particolare quella pisana. A prendere la parola questa volta sono i ricercatori di Chimica e Chimica Industriale, nonché quelli della Facoltà di Agraria, che in un due documenti distinti hanno evidenziato le criticità riscontrate e "minacciato" di non accettare più incarichi didattici se non ci saranno precise prese di posizione.
"I ricercatori del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale esprimono profonda preoccupazione in merito ai cambiamenti in atto a tutti i livelli nell'Università - si legge nel primo testo, sottoscritto da 18 ricercatori - resi palesi da provvedimenti quali il pensionamento forzoso dei ricercatori aventi 40 anni di età contributiva e dai contenuti del disegno di legge Gelmini attualmente in discussione in commissione parlamentare".
Per quel che riguarda la situazione pisana, il punto immediatamente evidenziato fa riferimento a quello che molti stanno definendo un "problema di democrazia": "la restrizione degli spazi democratici all'interno dell'Università, con la concentrazione dei poteri nelle mani di una ristretta schiera oligarchica, lo svuotamento di funzioni del Senato Accademico a favore del Consiglio di Amministrazione, presieduto da un Rettore con caratteristiche simili a quelle di un monarca."
"L'ulteriore estensione del precariato già ampiamente presente nel mondo della ricerca universitaria, con la creazione di una nuova figura di ricercatore a tempo determinato che verosimilmente costituirà l'ennesima posizione a termine prima di un'assunzione a tempo indeterminato. A questo allungamento dei tempi necessari ad ottenere una collocazione accademica stabile per i molti precari in attesa si affianca la drastica diminuzione delle probabilità di progressione di carriera per i ricercatori attualmente a tempo indeterminato, con ruolo ad esaurimento". Come terzo punto "la costante diminuzione degli stanziamenti a favore del mondo della formazione e della ricerca, che sta costringendo molti dipartimenti ad utilizzare parte dei magri fondi di ricerca persino per il pagamento delle utenze ed il sostentamento delle biblioteche."
"Un'efficace azione di contrasto - conclude il testo - a quello che appare una tessera di un più ampio smantellamento del sistema della formazione nel nostro paese può solo venire da una risposta corale di tutte le componenti del sistema universitario - e aprendo uno scenario di aspra mobilitazione dichiarano - I ricercatori del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale chiedono la convocazione di un'assemblea di ateneo dei ricercatori nella quale discutere le forme di protesta più opportune, non escludendo la possibilità di ritirare la disponibilità ad assumere carichi didattici nel prossimo anno accademico, un compito al quale per anni ci siamo volontariamente prestati senza neppure la contropartita di un riconoscimento formale del lavoro svolto."
Altrettanto dura la lettera dei ricercatori di Agraria, sottoscritta da 31 ricercatori, che criticano pesantemente innanzitutto il Ddl Gelmini: "Ratifica, di fatto, la messa ad esaurimento della figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con quella del ricercatore a tempo determinato, senza prevedere, né per gli uni né per gli altri, alcun riconoscimento giuridico e/o economico dell'attività di didattica frontale", e comunicano da subito "la loro attuale indisponibilità a ricoprire incarichi didattici non obbligatori per legge a partire dall'Anno Accademico 2010-2011 e si riservano di accettare tali incarichi solo nel momento in cui saranno apportati cambiamenti sostanziali nella prospettata riforma legislativa in riferimento al ruolo del ricercatore."
La richiesta, particolarmente rilevante, è rivolta "ai docenti di prima e seconda fascia" cui chiedono "di effettuare solo le ore di didattica relative al loro incarico istituzionale a partire dall'Anno Accademico 2010-2011 e di impegnarsi a non coprire gli insegnamenti resi vacanti per indisponibilità dei ricercatori", ma anche a tutti i componenti del Consiglio di Facoltà, affinché esprimano "solidarietà nei confronti dei ricercatori, con una mozione che confermi e rafforzi lo spirito di coesione e unità di tutte le componenti universitarie."
I ricercatori chiedono infine "al Consiglio di Facoltà, al Preside e al Rettore di farsi portavoce nelle idonee sedi (MIUR, CRUI, CUN, ecc.) del disagio e delle preoccupazioni qui espresse, al fine di promuovere radicali modifiche del disegno di legge in oggetto", e "proprio perché primariamente interessati a contribuire alla costruzione di una Università sempe più efficiente, valuteranno la possibilità di recedere dalle prospettate azioni di protesta, qualora le criticità ora indicate dovessero trovare ascolto e soluzione."
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