21/05/10 08:08 | autore: danilo soscia Stampa

Quale futuro per Immanuel Kant? L'intervista di Pisanotizie a Claudio La Rocca 0

Al via il XI Congresso Kantiano Internazionale presso il Palazzo dei Congressi, durante il quale si avvicenderanno insigni studiosi da tutto il mondo. Il prof. Claudio La Rocca dell'Università di Genova: "Secondo Kant si può disporre di una ragione che non è solo una commisurazione di costi e benefici, che non è, come disse Kant una volta, "amministrazione dei nostri affari". Questo Kant non so se abbia un futuro, ma, come direbbe lui stesso, deve avere un futuro"

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In occasione del XI Congresso Internazionale della Kant-Gesellshaft che si terrà a Pisa presso il Palazzo dei Congressi dal 22 al 26 maggio, Pisanotizie ha rivolto alcune domande al professor Claudio La Rocca, docente ordinario di Filosofia Teoretica presso l'Università degli Studi Di Genova e insigne studioso dell'opera e del pensiero di Immanuel Kant. Il Congresso pisano sarà dedicato al tema "Kant e la filosofia in senso cosmopolitico" e ospiterà numerosi contributi su alcuni aspetti del pensiero del filosofo, articolandosi in sedute plenarie e sezioni tematiche. L'iniziativa è organizzata, sotto l'alto patronato della Presidenza della Repubblica e con il patrocinio dell'ambasciata tedesca, dalla società italiana di studi kantiani Kant Gesellschaft e dall'Università di Pisa in collaborazione con la Normale e l'istituto Sant'Anna.

Non è facile semplificare in una formula sintetica il lavoro filosofico di Immanuel Kant. Pur con il timore di scadere in luoghi comuni scolastici, si potrebbe dire che Kant è stato il primo a esprimere in modo articolato l'idea che la filosofia dovesse essere, prima di ogni cosa, una riflessione analitica sulle condizioni e i limiti che rendono valida l'attività conoscitiva dell'uomo. Quale riflesso ha avuto, e quale continua ad avere anche nella quotidianità di ciascuno di noi, questa breve quanto 'rivoluzionaria' formulazione?

In realtà, ed è anche uno degli scopi del congresso mostrarlo, Kant non voleva essere in primo luogo un filosofo della conoscenza e dei suoi limiti. Non c'è dubbio che sia stato anche questo, e che soprattutto abbia riformulato - in un modo che si può dire quasi irreversibile - il concetto di conoscenza metafisica. Ma per Kant la critica della conoscenza era funzionale alla possibilità di porre in modo sensato le domande che interessano necessariamente ognuno, o dalle quali comunque dipende molto della vita di ognuno: che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa mi è lecito sperare? L'analisi del sapere era vista in relazione al compito di individuare, in modo preciso, la logica di discorsi che non sono quelli della conoscenza, ma che possono essere anche più importanti: anzitutto il discorso morale, che risponde a criteri diversi, per Kant però altrettanto o più vincolanti.

In 'Sostanza e Funzione' Ernst Cassirer dimostrò come la filosofia kantiana fosse perfettamente organica allo sviluppo della scienza moderna avviato da Galileo Galilei, del quale Kant sarebbe in una particolare misura l' "erede", così come eredi di Kant sarebbero poi stati Einstein e Gödel. Un unico filo di senso sembrerebbe dunque legare parabole filosofiche che, pur lontane nella storia, descrivono l'essenza di una tradizione di pensiero che ha condizionato l'aspetto del nostro presente.

Kant è stato visto, a ragione, come il filosofo della fisica newtoniana; ma è importante forse anche di più il suo riferimento alla scienza moderna come ad una forma di interrogazione cui la natura viene sottoposta, contro l'idea di una scienza empirica come semplice registrazione di fatti. Di questo ruolo delle forme concettuali di indagine rispetto ai nudi dati la scienza post-newtoniana è stata ancora più consapevole. Einstein ha scritto una volta: "Ciò che mi sembra la cosa più importante nella filosofia di Kant è che, in essa, si parla di concetti a priori per costruire la scienza". Non cercherei però un filo troppo diretto con Einstein e Gödel: i percorsi del pensiero scientifico e logico sono complessi e intricati - Gödel è stato anche colui che ha rilanciato, con la sua "prova matematica dell'esistenza di Dio", quella prova ontologica dell'esistenza di Dio di cui Kant è stato celebre critico. Ricorderei invece la molteplicità delle riflessioni di tipo scientifico ed epistemologico di Kant, che investono anche altri campi, in particolare la biologia: riguardo alla quale ha offerto - nella Critica della capacità di giudizio - riflessioni fondamentali sulla natura specifica e irriducibile degli organismi viventi. Fritjof Capra ha sottolineato una volta come Kant sia stato il primo ad usare il termine "auto-organizzazione", e in modo straordinariamente simile alle concezioni contemporanee della complessità.

Al di là del contributo accademico che mette in luce la straordinaria vivacità di studi e posizioni rispetto all' "universo kantiano", qual è la ragione intrinseca che porta a organizzare oggi un Congresso Internazionale sulla figura e il pensiero di Immanuel Kant?

Ci sono almeno due ragioni: una più "interna", per così dire, ossia il fatto che Kant sia un filosofo oggetto di studio e di riflessione forse come nessun altro. Può dare un'idea di questa intensità di ricerca il fatto - credo unico almeno in ambito filosofico - che esistono ben sette riviste scientifiche internazionali (sei a stampa ed una online) dedicate esclusivamente allo studio del pensiero di Kant, dalla Germania all'Italia, dal Brasile al Giappone, agli Stati Uniti. C'è poi una ragione meno interna alla filosofia di Kant, che riguarda il ruolo che il pensiero kantiano ha nella riflessione contemporanea. Una volta superata, anche nella tradizione analitica anglosassone, una pregiudiziale empirista che si traduceva in pregiudizi antikantiani, il confronto con modelli kantiani di pensiero è presente e vivo in ogni ambito della filosofia contemporanea, dalla teoria della conoscenza e della mente, all'etica, al pensiero politico, alla filosofia della religione. Ricordo, per fare solo degli esempi, il recente confronto di Jürgen Habermas con la filosofia della religione di Kant, o quello di autori come John McDowell e Robert Brandom (quest'ultimo sarà presente al Congresso di Pisa) con la sua filosofia della conoscenza. L'etica contemporanea, inoltre, non è pensabile senza Kant. Si può essere naturalmente kantiani o antikantiani, ma Kant è uno di quei pochissimi autori nella storia che hanno offerto dei modelli di pensiero con i quali è necessario comunque fare i conti.

In una prospettiva più strettamente archeologica, quali elementi, quali peculiarità del modello kantiano sono andate smarrite nel tempo a vantaggio di altre (anche per intervento delle numerose scuole che si sono confrontate intorno al pensiero dell'autore della Critica della ragion pura) e che, a suo avviso, andrebbero recuperate?

Devo dire che non è più un momento in cui domini una prospettiva che ne soffoca altre, come era stato in parte per la prospettiva neokantiana o, in Italia, per la lettura neoidealistica di Kant, né che vi siano oggi aspetti propriamente dimenticati. Sia l'esegesi kantiana che l'uso teorico del suo pensiero hanno raggiunto oggi una notevole apertura, e non direi che vi sono prospettive trascurate. Naturalmente ci sono ancora pregiudizi, e ci sono divergenze interpretative significative. Ma molti aspetti prima meno studiati - ad esempio, l'antropologia - lo sono ora molto di più, anche grazie ad edizioni di testi, come appunto le Lezioni sull'antropologia. Sembra paradossale, ma dopo duecento e più anni ci sono ancora testi kantiani da scoprire. Forse tra le cose che restano da fare è quella di uscire dalla prospettiva segnata per così dire dalla "politica editoriale" di Kant, ossia dall'immagine del suo pensiero che risulta dalle opere che Kant ha pubblicato. Il materiale testuale di cui disponiamo è più ampio (appunti, lezioni), e consente di scoprire una complessità maggiore di pensiero di Kant in ambiti non direttamente investiti dalle sue opere edite. Ad esempio, per farne uno soltanto, una teoria del conoscere empirico più complessa di quella solo legata alle strutture di fondo della Critica della ragion pura.

Per avvicinare i termini evidenziati dal prossimo Congresso pisano, potrebbe spiegare cosa si intende per filosofia in senso 'cosmopolitico'?

Kant parlava di filosofia "in senso scolastico", intendendo quella che ha di mira solo un obiettivo teorico, la perfezione logica del sapere. La filosofia in senso cosmopolitico o cosmico (è problematica già la traduzione dei termini usati da Kant) è invece quella che ha a che fare, dice Kant, con gli scopi essenziali della ragione umana, ovvero con ciò che interessa necessariamente ognuno. E' una filosofia per la "vita", non per la pura conoscenza, si potrebbe dire semplificando un po'. Kant ha sviluppato poi una visione "tecnica" di tutto il sapere, ha sostenuto cioè che ogni attività umana - scienze comprese - ha un valore di scambio, è relativa a fini in ultima istanza arbitrari (seppure non per questo necessariamente negativi). Da questo escludeva la filosofia come qualcosa che ha un valore intrinseco, una "dignità", e legava questa dignità della filosofia alla possibilità di ogni essere razionale di porsi dei fini assoluti. Non era la però la vecchia idea della metafisica come "regina delle scienze", che Kant ha anzi contribuito a detronizzare: la razionalità filosofica significava per Kant una razionalità che tiene conto della possibilità dell'uomo di non seguire finalità date - bisogni - ma di porsi da sé liberamente degli scopi, compatibili con quelli di chiunque.

Una filosofia in senso cosmopolitico secondo questo significato non può non tradursi nel dovere di garantire le condizioni per il libero dispiegarsi degli scopi di ognuno, e questo significava per Kant anche in ultima istanza, oltre gli stati, un "tutto cosmopolitico" che garantisse le condizioni per uno sviluppo pacifico - Kant è il filosofo del progetto Per la pace perpetua, di cui ancora si discute. In questo senso il concetto kantiano di filosofia si traduce anche in un progetto cosmopolitico nel senso più consueto del termine, legato alla politica internazionale.

Se invece dovesse elaborare un giudizio da 'archeologia del futuro', a suo avviso cosa sopravviverà della tradizione kantiana nel pensiero filosofico dei prossimi anni? Ci sarà un ritorno, per così dire, in auge, oppure un ridimensionamento dell'impronta di Kant nella storia del pensiero occidentale?

Qui mi chiede un pronostico che confina con un vaticinio. Posso dire quali elementi certamente meritano di sopravvivere, e forse - ma devo dire forse - sopravviveranno in futuro. Se letto senza rigidità, Kant offre una immagine della ragione molto mobile e flessibile (il che non significa "debole"), adatta a problemi del presente e probabilmente del futuro. Nel suo pensiero hanno un peso notevole le procedure di creazione di un consenso intersoggettivo, più di quanto ne abbiano le verità acquisite: si è parlato di una ragione "repubblicana", nel senso che Kant vede la ragione come priva di principi di autorità, ma come un ambito in cui ognuno ha il suo voto e il suo diritto di veto: a patto però di accordarsi con le procedure che consentono ad ognuno di partecipare a questo "gioco". Il famoso - e per qualcuno malfamato -imperativo categorico, che indica poi l'orizzonte, lo sfondo in cui si muove anche il resto della riflessione di Kant, segnala l'obbligo di porsi in una prospettiva da tutti condivisibile, senza anticipare in alcun modo un bene sostanziale e vincolante. Indica un modo di agire, non un obiettivo obbligato da perseguire. Questo vuol dire anche che si propone una alternativa tra l'affermazione di un valore assoluto e il relativismo delle infinite prospettive: assoluto è il modo di ricercare in comune qualcosa che valga per tutti, e questo ci dà vincoli sufficienti per convivere degnamente, e libertà sufficiente per non imporre o subire modi di vita. Una importante filosofa e interprete di Kant che partecipa al nostro Congresso, Onora O'Neill, ha parlato della ragione kantiana come di una possibilità che risulta alternativa sia rispetto al fondazionalismo sia al post-modernismo: che non offre algoritmi già pronti per guidarci in qualunque occasione, e dunque verità su cui riposare, ma indicazioni per costruire insieme intese possibili. Su questo, si possono però basare cose non secondarie come i diritti dell'uomo, e una convivenza possibile, che lasci lo spazio ad ognuno di cercare le proprie risposte alle domande ultime. Si può disporre cioè di una ragione che non è solo una commisurazione di costi e benefici, che non è, come disse Kant una volta, "amministrazione dei nostri affari". Questo Kant non so se abbia un futuro, ma, come direbbe lui stesso, deve avere un futuro.

 

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