Il Senato della Repubblica ha approvato il 29 luglio scorso la riforma dell'Università proposta dal Ministro Gelmini (DdL 1905), creando i presupposti per la conversione in legge da parte della Camera al rientro dalle ferie estive. Dopo un avvio lento, larga parte della comunità accademica, con i ricercatori in prima fila, si è mobilitata contro il disegno di legge ma il reale impatto del provvedimento è ancora poco conosciuto al di fuori del mondo accademico.
Questi i possibili scenari che si aprono per Pisa ed il suo Ateneo con l'entrata in vigore della legge.
Una Università subordinata agli interessi dell'impresa?
È ormai palese la volontà del governo di disimpegnarsi progressivamente dal finanziamento dell'università e della ricerca favorendo l'ingresso di capitali privati. Negli ultimi anni il sistema italiano di istruzione e ricerca, già abbondantemente sottofinanziato, è stato oggetto di una serie di tagli ed altri ne sono stati approvati nella recente manovra finanziaria.
Visto il tessuto imprenditoriale locale, caratterizzato da una prevalenza di piccole e piccolissime imprese, già in enorme difficoltà per la crisi economica, sembra difficile immaginare che l'Ateneo pisano possa ricevere un supporto finanziario sostanziale in grado di integrare quello pubblico. La ricerca, soprattutto quella di base, è caratterizzata da tempi di ritorno degli investimenti medio-lunghi e, per questo, non ha mai granché attratto la larga parte dell'imprenditoria italiana, che non brilla per lungimiranza. Anche qualora ci fosse, il finanziamento dei privati all'università pubblica non appare privo di rischi. Non tutti i settori di ricerca hanno lo stesso appeal "commerciale", e quelli che ne hanno potrebbero trovarsi esposti al rischio di un controllo esterno sull'attività di ricerca e sui suoi risultati.
Nel disegno di legge Gelmini è previsto che il Senato Accademico (organo elettivo equivalente per gli atenei al Parlamento nazionale) venga di fatto esautorato, ed il Consiglio di Amministrazione, in cui vengono riservati (per la prima volta) un minimo di tre consiglieri su undici a soggetti non appartenenti all'ateneo, assuma sempre più potere. Al momento, inoltre, non è chiaro da chi e con quali criteri tali membri "esterni" del CdA verranno selezionati: l'esperienza di anni di osservazione della politica e degli affari di questo paese non ci induce però all'ottimismo.
Quale Università per gli studenti di domani?
La legge 133, approvata due anni fa, sta già impedendo il rinnovamento del corpo docente universitario: solo un docente su cinque che vanno in pensione può essere sostituito e le risorse liberate vengono sottratte agli atenei.
Si prospetta una significativa riduzione del numero dei docenti, dato il sostanziale ed effettivo blocco del turn-over ed il sempre più difficile accesso alla professione dei giovani ricercatori. Pisa sarà maggiormente colpita dai pensionamenti (a differenza di altri atenei anagraficamente più giovani, come quello di Firenze). Per quelli che restano è ragionevole aspettarsi un calo di motivazione, viste le misure punitive adottate nei loro confronti (sostanziali tagli stipendiali, unici per durata e impatto anche all'interno del pubblico impiego, che ne ridurranno l'attuale potere d'acquisto; il blocco delle progressioni di carriera e la decurtazione dei fondi per la ricerca).
Questi cambiamenti avranno effetti anche sull'offerta didattica. Ad essere colpiti saranno soprattutto i corsi di laurea a più alta professionalizzazione, dove la didattica maggiormente trae linfa vitale dalla costante innovazione e aggiornamento prodotti dalla ricerca. L'università, inoltre, strangolata dalla riduzione del numero dei docenti strutturati, sarà costretta a scegliere quali corsi di laurea mantenere e si vedrà obbligata a collocare i docenti rimasti sulle lauree triennali (che contano più iscritti) sacrificando le lauree magistrali (cioè il biennio di specializzazione, attivabile solo a fronte di una triennale preesistente). Anche tra i corsi di studi attivati si dovrà scegliere sulla base dei numeri, favorendo poche lauree affollate e tagliando quelle a più bassa frequentazione, indipendentemente dal loro valore culturale e dalla loro capacità di creare occupazione. Questo inevitabile accorpamento dei corsi porterà alla riduzione della qualità didattica, limitando le attività di laboratorio, con un aumento dell'affollamento degli studenti a lezione.
L'accesso universitario per gli studenti a più basso reddito sarà più difficile: come avvenuto in passato, gli atenei saranno costretti ad aumentare le tasse universitarie per far fronte ai tagli. Il disegno di legge prevede inoltre la trasformazione del diritto allo studio in un prestito d'onore: invece di ricevere borse, si contraggono mutui, da estinguere dopo la laurea. È anche immaginabile un incremento del pendolarismo per l'accorpamento regionale tra corsi di laurea promosso dal DdL per abbattere i costi; è intuibile che l'Ateneo fiorentino - più grande e più "vicino" alla Regione - farà la parte del leone nella scelta dei corsi di laurea più appetibili e vedrà incrementato il numero di iscritti a svantaggio degli altri. In alcuni casi, sarà inevitabile l'introduzione del numero chiuso per far rientrare il numero di studenti per docente entro i vincoli sanciti dal Ministero.
La prosecuzione nella carriera universitaria sarà infine consentita solo a chi potrà garantirsi fonti di reddito proprie durante i numerosi anni di precariato o a chi accetterà di proseguire il proprio percorso all'estero.
Cosa cambierà per la città di Pisa?
Se l'Università di Pisa soffrirà a seguito dei tagli e delle misure del DdL, soffrirà inevitabilmente anche la città. La riduzione della qualità dell'offerta didattica ricadrà sulle famiglie che da sempre hanno fatto studiare le proprie figlie e i propri figli nell'ateneo pisano, da molti considerato di eccellenza. Queste famiglie potrebbero in futuro dover scegliere tra un'offerta formativa impoverita per qualità e quantità, e la prospettiva di mandare i propri figli altrove, magari all'estero: la stessa scelta che purtroppo oggi tocca a molte famiglie del Sud Italia. Se diminuirà il numero degli studenti, le ricadute saranno ben più pesanti e coinvolgeranno l'intera economia pisana, da sempre molto legata ai servizi alla popolazione studentesca.
La mortificazione dell'università pubblica ne ridurrà il ruolo di propulsore dell'economia cittadina (si pensi al CNR, alle Aziende Ospedaliere, ai Poli tecnologici, a quelle piccole ma significative aziende orientate all'innovazione nate come spin-off universitari), di garante della qualità di molti servizi pubblici e di welfare, e - non ultimo - di centro di creazione di idee e di confronto culturale.
I ricercatori dell'Ateneo, pronti ad adottare tutte le misure in loro possesso per evitare il realizzarsi di questo scenario e insoddisfatti della scarsa preoccupazione rivolta ad aspetti così essenziali non soltanto per l'Università, ma per la città tutta, si appellano alla cittadinanza ed alle istituzioni locali (Comune, Provincia, Regione, ma anche a tutte le altre associazioni coinvolte e attente al futuro cittadino) perché reagiscano con vigore, esigendo - anche da parte degli organi di governo dell'Ateneo, finora rimasti colpevolmente silenti rispetto a queste problematiche - precise garanzie per evitare il collasso del sistema universitario e le conseguenti ricadute sulla città.
I ricercatori dell'Università di Pisa
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