Una vasta depressione che si estende tra le province di Pistoia e Firenze, conquistata man a mano dai coltivi nel corso del Novecento - soprattutto in epoca fascista - e storicamente serbatoio di febbri malariche, come del resto tutte le aree paludose: a quella porzione di terra, gli abitanti dei centri vicini davano il semplice nome di "Padule", e tanto bastava per far realizzare all'interlocutore di che cosa si parlava.
Nell'estate del 1944, causa l'imperversare della guerra, in quello spazio si riversò un gran numero di profughi, spesso intere famiglie, provenienti per lo più dal fiorentino e dal pistoiese. Alcuni si sistemarono come poterono, in baracche, cercando rifugio nelle macchie di vegetazione; altri, più fortunati, ebbero la possibilità di alloggiare nelle case dei contadini e dei pastori situate ai margini del Padule.
Quella gente era scappata per sfuggire alla tempesta. Ma nell'agosto del 1944, la tempesta avrebbe sommerso proprio il terreno fangoso che si allargava nell'area a nord di Fucecchio.
Poco distante infatti, a Chiesina Uzzanese, aveva il suo quartier generale la 26ma Divisione corazzata tedesca. Il comando era stato assunto alla fine di luglio da Eduard Crasemann, imprenditore fattosi soldato dopo il fallimento della sua azienda. Fu suo l'ordine che portò al massacro del 23 agosto.
La guerra si metteva male per i tedeschi. Il fronte, attestato sull'Arno, stava per muoversi. Per rendere sicura la fuga occorreva quindi bonificare la zona del Padule, renderla asettica dalla presenza di ogni possibile rischio per le truppe del Reich. Questa fu probabilmente la motivazione alla base dell'ordine di dar via ai rastrellamenti. Ma l'ordine stabilì di non effettuare alcuna ricognizione preliminare, nessuna procedura per distinguere la popolazione civile dalle eventuali bande partigiane. Perché?
Qui occorre entrare nella testa dei soldati tedeschi, soprattutto in quella del loro comandante. Crasemann aveva prestato servizio in Europa Orientale, più precisamente in Polonia e Ucraina, prima di essere trasferito in Italia. A est era un'altra guerra, probabilmente la più efferata di tutto il conflitto mondiale. La presenza delle bande partigiane dedite ad azioni di guerriglia era fortissima, e di sicuro Crasemann rimase in un certo senso "impressionato" da quello stato di cose. Giunto in Toscana, pensò di dover attendersi anche qui una situazione del genere. A ciò va aggiunta la frustrazione per una guerra che nell'agosto del 1944 appariva oramai indirizzata verso un'unica conclusione, una conclusione sfavorevole al Reich di Hitler.
Nessuna distinzione. Per Crasemann nel Padule non vi erano civili innocenti, estranei alle azioni partigiane. Neppure i bambini: erano staffette. «Non ho spiegato affatto agli ufficiali come dovessero comportarsi nei riguardi di persone diverse dai partigiani - avrebbe detto anni dopo Joseph Strauch, il capitano che condusse l'operazione sul terreno quel 23 agosto - In tale zona tutti erano partigiani e dovevano essere uccisi».
Ma era reale il pericolo di una così forte presenza partigiana? No, assolutamente. L'unica banda attiva in zona era la formazione "Silvano Fedi", guidata dal professor Aristide Benedetti, iscritto al Partito d'Azione. In tutto erano all'incirca 40 uomini. Poca cosa, per costituire una vera minaccia per i tedeschi.
I tedeschi partirono dal loro quartier generale nella notte del 23. Verso le 6 di mattina entrarono nella fattoria "La Tabaccaia", in località Pratogrande: qui vennero uccise 9 donne, un ragazzo di vent'anni e due bambini di 13 e 9 anni. Un'ora dopo le camionette raggiunsero la fattoria di Oreste Silvestri. Proprio il Silvestri, scampato alla strage, avrebbe ricordato quei momenti circa un anno dopo: «Altri soldati entrarono nella stalla. Uno si diresse verso di me e mi voltò con un forcone che si trovava lì vicino. E udii uno che diceva in italiano: "spara ancora su di lui" e quindi udii che qualcuno rispondeva in tedesco ed io sentii la parola "capute". Essi non spararono su di me sembrando soddisfatti e andarono via. Circa 5 minuti più tardi udii che mia moglie gridava "nessuno più vive sono tutti morti"». Momenti agghiaccianti, come quelli dell'uccisione del piccolo Antonio, 27 mesi, nel mentre cercava di svegliare la madre morta: «Tra le sue braccia essa aveva ancora suo figlio Antonio che era ancora vivo e gridava "mamma, mamma". Io vidi due soldati che si dirigevano verso di lei, ed uno che diceva: "no capute": egli sollevò il suo fucile e con il calcio colpì la testa del bimbo, che cessò di gridare».
La violenza proseguì nelle ore successive alla fattoria Simoni, a Stabbia, a Massarella, a Ponte Buggianese, a Cerreto Guidi.
Verso le 13 il sangue cessò di essere versato. Alla fine a perdere la vita furono quasi certamente in 175, tutti civili, incluse molte donne, ragazzi e bambini.
Chi ha pagato per quella giornata di follia omicida? Pochi, e poco. Joseph Strauch venne condannato nel settembre 1948 a sei anni di reclusione dal Tribunale Militare Territoriale di Firenze. Per Crasemann, dieci anni. Di recente, è stato sancito il rinvio a giudizio per quattro militi tedeschi - oggi tutti pluriottantenni - coinvolti nel massacro. E' poi notizia di un mese fa che potrebbe essere citata civilmente la Germania come Stato per la strage del Padule.
Ma l'impressione è che quelle 175 vite oramai non avranno più giustizia.
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