Le cronache dei giorni scorsi hanno registrato l'incalzare del dibattito intorno ai problemi riguardanti l'agricoltura legata al territorio. La coltivazione dei cereali, la produzione di pane e pasta locali, la salvaguardia dell'allevamento degli ovini, e poi lo stato di salute di olio e vino: problemi che si legano a doppio filo a una rinnovata percezione del fenomeno agricolo sempre più vicino alle ragioni del locale, di quella che con una formula molto efficace viene definita "filiera corta".
Il territorio della provincia di Pisa, sin dalla prima ora, ha mostrato una sensibilità spiccata in merito alle questioni legate all'agricoltura e ai prodotti che da essa provengono, tanto da essere stata citata molto spesso come esempio virtuoso, o come modello al quale guardare anche per sollevare ulteriori problemi, per lanciare rinnovati allarmi sui pericoli che corre l'economia legata all'agricoltura. Ne abbiamo parlato con il direttore della Cia di Pisa, Stefano Berti.
Non sono lontani gli anni in cui parlare di filiera corta, tutela del prodotto e dei produttori locali, di cibo "buono e giusto" era un'attività tutta teorica. Oggi questi argomenti sono diventati materia di cronaca e di dibattito quotidiano, segno che hanno raggiunto un grado di realizzazione altissimo. In tal senso, il territorio pisano da quali risorse e da quali problematiche è caratterizzato?
Potrebbe essere tranquillamente definito una "Toscana in miniatura". Infatti, con l'esclusione dell'alta montagna, sono presenti tutte le caratterizzazioni territoriali della nostra Regione. Si va dalle pianure del nord della provincia, ai terreni collinari, alle immense superfici boscate della Val di Cecina. Queste differenze devono essere considerate una ricchezza, ma dovrebbero comportare anche politiche e scelte amministrative diversificate sui territori. Fortunatamente negli ultimi anni è progressivamente cresciuta la sensibilità dei cittadini verso le produzioni locali. E' maturata la consapevolezza che le scelte alimentari che quotidianamente facciamo, contribuiscono a migliorare o a deteriorare sia l'ambiente che ci circonda che la nostra qualità della vita. Scegliere cibo "buono e giusto" non sempre vuol dire risparmiare. Per questo sono utili processi di educazione alimentare che, partendo dalle scuole, facciano capire che si può risparmiare anche comprando locale se si limitano gli sprechi e se si mangia e si beve un po' meno, ma meglio.
E' di qualche giorno fa il suo invito, rivolto alla Regione, a tutelare gli allevamenti di ovini presenti nella provincia che rischiano di scomparire a causa di una competizione non sostenibile con gli allevamenti industriali. Lei ha rinforzato la sua tesi con l'osservazione che quel tipo di pastorizia rappresenta anche una difesa del territorio dal degrado e dall'abbandono. Potrebbe riportare altri esempi di produzione "virtuosa" in crisi che necessiterebbe di una maggiore tutela?
Tutti i comparti zootecnici (ovino, bovino e suino) della nostra provincia non sono e non potranno mai essere competitivi con gli allevamenti del Nord Italia e di altri paesi europei. L'unica possibilità è quella di puntare a elevati standard di qualità e di legare le produzioni ai territori. Un'altra produzione virtuosa per eccellenza è quella cerealicola. Basti pensare che i cereali sono la materia prima necessaria per fare pane e pasta, cioè gli alimenti principe delle nostre tavole. Soprattutto il pane ha un valore quasi sacrale nella nostra cultura contadina. I contadini considerano un vero e proprio "delitto" buttare il pane. Da qui provengono le numerore ricette di riutilizzo del pane raffermo (ribollita, panzanella, pappa col pomodoro) che sono diventati piatti chic in ristoranti di grido.
E' assurda e inaccettabile la "forbice" che esiste tra il prezzo contribuito ai nostri agricoltori e il prezzo di pane e pasta destinato ai consumatori. Intere aree della nostra Provincia, in particolare le colline di S. Luce e la Val di Cecina, sono particolarmente vocate per la produzione di cereali e hanno terreni difficilmente riconvertibili ad altre produzioni. Servono perciò politiche che portino al controllo locale dell'intera filiera, fino cioè alla realizzazione di molini, pastifici e forni per la produzione di pasta e pane con marchi territoriali, prediligendo il consumo locale nelle mense, negli ospedali e nella ristorazione.
Per questo sarebbe
auspicabile la tracciabilità della materia prima e per questo
servirebbero normative europee specifiche. Tuttavia, in mancanza di
vincoli legislativi, riterremmo utile e coerente che la GDO, almeno
quella Cooperativa, volontariamente indicasse la provenienza del grano
su tutte le confezioni di pane e di pasta. Questo potrebbe indurre molti
cittadini anche a spendere qualche centesimo in più al giorno, nella
consapevolezza che questo produrrebbe benefici indiretti all'ambiente
che li circonda e alla loro salute.
E' di oggi la notizia che
la Regione Toscana ha conquistato maggiori finanziamenti per
l'apicoltura. L'assessore Salvadori ha salutato questo successo come la
sponda ideale per salvaguardare la tipicità del miele toscano e così
mantenerne intatta la qualità. Quali sono i prodotti del territorio che
meriterebbero una simile attenzione?
L'olio toscano rischia seriamente di scomparire. I prezzi attuali dell'extravergine non coprono assolutamente i costi di produzione. Gli standard medi di qualità delle regioni del Sud Italia e di altri paesi mediterranei come la Spagna, la Grecia e quelli del Nord Africa, hanno raggiunto dei buoni livelli con costi produttivi molto più bassi. Servono politiche di marketing che riportino a vantaggio dei nostri produttori il valore aggiunto che dà il brand "Toscana". Quel valore aggiunto c'è, basti vedere le campagne pubblicitarie di bottiglie d'olio che di Toscano hanno solo la "c" aspirata. La politica dei "campanili" va superata, ogni nostro territorio dichiara di avere il prodotto migliore e su questa base si è creato il proprio marchio. Troppi marchi però ingenerano solo confusione nel consumatore che a quel punto tende a fare le proprie scelte basandosi esclusivamente sul prezzo, e noi siamo "fregati".
Si aggiunga il vino che dopo le frodi alimentari e lo scandalo metanolo, ha avuto un notevole rilancio. Anche Pisa è diventata una Provincia di grandi vini. Questo però ha portato a un livello di offerta in termini di quantità non più sostenibile dal mercato. Io ritengo che tale offerta vada drasticamente e con coraggio ridotta. 20 anni fa i produttori di Champagne in Francia si trovarono ad affrontare lo stesso problema. Insieme decisero che la produzione andava abbassata almeno del 30%. Tutti andarono in quella direzione. Oggi in Toscana ed anche nella nostra Provincia bisognerà fare lo stesso, limitando le produzioni e partendo da quelle di più scarsa qualità. Anche per il vino vanno promosse azioni di educazione alimentare che inducano a bere meno ma a bere bene.
I primi dieci anni del nuovo millennio sono stati contraddistinti in campo agricolo dall'acceso dibattito sulla necessità che si introducano o meno nelle coltivazioni organismi geneticamente modificati. La tesi che sostengono i favorevoli a tale pratica sottolinea l'enorme vantaggio economico che rappresenterebbe l'uso di questi organismi. Qual è la posizione della Cia in merito? OGM e tutela delle produzioni locali possono convivere? Esiste una "terza via"?
E' un argomento molto complicato che va affrontato senza semplificazioni e senza demagogia. Risulta per me difficoltoso addentrami nella materia dal punto di vista scientifico anche perché ci sono, su tesi contrapposte, autorevoli scienziati di orientamento politico-culturale diverso. La Cia ha fatto da tempo la scelta della contrarietà alle produzioni OGM, io posso dire con convinzione che ai produttori italiani e Toscani in particolare gli OGM non convengono. La nostra grande forza è quella del legame prodotto-territorio e della sua tipicità e gli OGM non vanno certamente in questa direzione.
Anche la tutela del paesaggio è un tema ormai quotidiano. Potrebbe spiegare quali sono le condizioni di convivenza tra produzione agricola (intesa secondo un'ampia accezione del termine) e paesaggio, affinché quest'ultimo possa essere salvaguardato?
E' più semplice di quel che può sembrare. Basta tornare con convinzione a un'agricoltura che produca beni alimentari per le necessità dei cittadini (co-produttori come li definiscce Carlo Petrini). I nostri paesaggi sono tra i più antropizzati del mondo. Ma la mano dell'uomo, fino allo scorso secolo, non aveva prodotto danni. I contadini hanno sempre saputo che la terra va rispettata se si vuole che continui a dare i propri frutti. Purtroppo scellerate scelte politiche e logiche di mercato che hanno molto spesso imposto un'agricoltura non finalizzata alla produzione di alimenti ma alla percezione di indennizzi, hanno fatto molti danni. Danni che possono continuare, per esempio, con l'utilizzo dei terreni per campi fotovoltaici. Sono assolutamente favorevole allo sviluppo delle energie rinnovabili, fotovoltaico compreso, ritengo però che siano molto più efficaci impianti dimensionati e meno impattanti.
La filiera corta, la tutela e dunque la scelta del prodotto locale sono sempre il frutto di un'azione congiunta di agricoltori e consumatori. Il produttore coglie una mutata sensibilità nel consumatore e quindi offre un prodotto che vada incontro a quest'ultimo? Oppure coloro che lavorano la terra possono svolgere un ruolo di difesa attiva, di tutela quotidiana attraverso il proprio lavoro?
Efficace è la definizione che Carlo Petrini dà del consumatore. Lo chiama co-produttore. E' diventato tale perché con le proprie scelte determina anche le scelte produttive dell'agricoltore. Quindi più le scelte saranno virtuose, più ne beneficeranno i nostri agricoltori e conseguentemente, in maniera indiretta, tutti i cittadini. Evidentemente la sensibilità dei consumatori sta progressivamente mutando in maniera positiva. Fino a pochi anni fa, la riduzione degli addetti in agricoltura, era valutato come un parametro economico positivo. Ora, finalmente, ci si sta rendendo conto che l'abbandono dei territori da parte degli agricoltori è un danno gravissimo per tutti. La valenza economica, ambientale e sociale della nostra agricoltura, per le nostre comunità, deve però avere il giusto riconoscimento economico e questo passa anche attraverso l'evoluzione culturale dei cittadini che maturano questa consapevolezza accrescendo la reputazione degli agricoltori troppo spesso, in maniera semplicistica, additati come categoria assistita.
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