Ci vuole quasi una giornata di
viaggio in Romania per arrivare dal confine ungherese, a Nord, fino
a Craiova. Come mi avevano preannunciato i compagni di viaggio, le strade
rumene sono dissestate, interrotte ovunque, e il furgoncino si ferma
spesso. Arriviamo in serata a Craiova: Toma, il conducente, non ha voglia
di portarmi fino a Lipovu, e telefona lui stesso agli amici che mi ospitano,
chiedendo loro di venirmi a prendere in città.
Trovo un nutrito drappello di
amici "pisani" ad attendermi. L'accoglienza è calorosa, molti abbracci
e un po' di incredulità: il gagiò è venuto davvero a trovarci!
Mi chiamano così, gagiò, con una parola che nella lingua rom
(per me del tutto incomprensibile, e molto diversa dal rumeno, che un
pochino capisco) indica chiunque non sia "zingaro". Ad attendermi
a casa, mi spiegano, c'è un lauto pasto a base di carne, preparato
dalla moglie del mio amico "Lorenzo" (Laurentiu all'anagrafe).
Salgo in macchina, e attraversiamo
la periferia di Craiova per dirigerci verso Lipovu, distante una trentina
di chilometri. Il traffico è intenso nonostante l'ora relativamente
tarda (sono le otto passate). Accanto a noi sfrecciano auto di tutti
i tipi: di tanto in tanto ci sorpassa qualche vecchia "Trabant",
orgoglio della Germania dell'Est ai tempi del comunismo. Ad un semaforo
incontriamo un carretto trainato da un cavallo: a bordo ci sono dei
rom che abitano in una vecchia fabbrica abbandonata lì vicino.
Abbandoniamo la città e
facciamo qualche chilometro costeggiando le campagne. Dopo pochi minuti,
a un incrocio, lasciamo anche la strada asfaltata, e ci inoltriamo in
un sentiero pieno di sassi e di buche. La macchina "rimbalza" spesso,
ma Lorenzo è abituato e guida sicuro. Attorno a noi ci sono solo campi,
interrotti di tanto in tanto da capannoni dismessi: sono le fabbriche
o le aziende agricole statali dell'epoca comunista, chiuse dopo l'89.
"Qui l'economia si è fermata, non c'è lavoro per nessuno", mi
dicono.
Le due Lipovu
Dopo una ventina di minuti di
buche e relativi sobbalzi, arriviamo a destinazione.
Il paese è diviso in due
piccoli villaggi. Passiamo prima dal borgo più grande, che si
chiama "Lipovu de jos" (letteralmente "Lipovu di sotto"):
è la parte più "ricca", quella dove abitano gli emigranti
che hanno fatto in qualche modo "fortuna" all'estero, e che per
questo hanno ristrutturato le loro case, costruendo qualche annesso
o acquistando beni "di lusso" (un frigorifero, una parabola per
la televisione, un'auto nuova). Le strade non sono asfaltate, manca
l'illuminazione pubblica, e c'è ancora chi non ha i soldi per comprarsi
l'auto: davanti alle case si notano i carretti che, guidati da cavalli
o da muli, consentono di girare per il paese. Inoltre, mi spiegano gli
amici, non esiste un sistema fognario: qui i bisogni si fanno in mezzo
ai campi, e vanno a concimare la terra.
Lorenzo però abita a Lipovu
de Sus ("Lipovu di sopra"), che - mi dice - è
la parte più antica, e anche la più povera. Dobbiamo ancora
fare un paio di chilometri per arrivarci. Ai miei occhi di straniero,
i due paesi - "de jos" e "de sus" - sono identici. E quando
arriviamo nel paese "di sopra", il paesaggio è lo stesso: strade
sterrate e casette basse dall'aspetto povero. Non ci sono negozi, non
c'è illuminazione, nulla che somigli ad un luogo "moderno". Qui
il tempo sembra essersi fermato cinquant'anni fa. Sembra, perché non
è così: se si prescinde dall'aspetto tecnologico, e dalle ricchezze
materiali, siamo in un posto vivace e in continuo mutamento. Ma questo
proverò a raccontarlo nella prossima puntata.
A casa dei rom
Arriviamo finalmente a casa, dove
ci accolgono le donne della famiglia: l'anziana mamma di Lorenzo e la
moglie Daniela. Mi abbracciano, si informano del viaggio, si preoccupano
che qualcuno porti in camera lo zaino pesante, e mi fanno sedere a tavola.
Il piatto è già pronto, devo solo mangiare. La cucina rumena, a base
di carne e poco speziata, è una delle mie preferite, mi ricorda i piatti
toscani che, da piccolo, mi cucinava la nonna aretina. Per l'occasione
è stato preparato del maiale arrosto e la "ciorba de burta", una
zuppa a base di trippa e panna acida.
Terminato il pasto, mi guardo
intorno. La casa è poverissima: quattro mura vecchie di decenni,
più una specie di stalla - ristrutturata alla meglio -
in cui sono stati ricavati un cucinotto e due camere. Non c'è acqua
corrente, si usa un pozzetto che attinge ad una falda sottoterra. Il
bagno consiste di una baracchina di legno, allestita pudicamente in
mezzo a due covoni di fieno: una buca serve per fare i bisogni, mentre
per lavarsi bisogna uscire e andare al pozzetto. La cucina, senza frigorifero
né mobili (la roba da mangiare è accatastata per terra), consiste
di una bombola e di un vecchio fornello da campeggio.
Al contempo, mi accorgo di essere
in una specie di fattoria contadina. Attorno a me razzolano le galline
e le oche, più avanti - nascosto in una improvvisata baracca di legno
- c'è il maiale, poi ancora due cani e un'infinità di gatti. Terminata
la cena, gli avanzi vengono buttati in giardino, a nutrire la folta
popolazione animale. Chiuso da una palizzata c'è l'orto con l'insalata,
le zucchine, i pomodori e qualche albero da frutto.
E' questa la prima sorpresa del
viaggio. I "sacri testi" dell'antropologia insegnano infatti
che i rom hanno svolto nella storia - e svolgono tuttora - ruoli
legati al commercio ambulante (da cui la definizione spregiativa di
"nomadi"): da sempre, i "popoli erranti" - vagabondi, pellegrini,
ambulanti - sono stati i primi nemici degli agricoltori, gli "stanziali".
Qui, invece, mi trovo di fronte una famiglia di "zingari contadini".
Questi contadini sono poveri,
poverissimi, ma non affamati: perché qui, anche in tempi di ristrettezza,
la magra economia familiare consente almeno di nutrirsi dei prodotti
dell'orto e della fattoria. Poi, certo, manca tutto il resto: opportunità
di lavoro, progetti per il futuro, e anche i "comfort" della modernità,
dal frigorifero alla televisione, dall'acqua corrente al bagno, fino
alla macchina, al motorino, al computer... E' difficile pensare che
un ragazzo, magari un adolescente, possa progettare di vivere qui tutta
una vita. E tuttavia, non è la fame, né il bisogno immediato di sopravvivenza,
a spingere all'emigrazione. Penso a queste cose mentre, nella povera
"cameretta degli ospiti", vengo sorpreso dal sonno.
Sergio Bontempelli
Leggia anche:
- Viaggio a Lipovu. Parte prima
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