30/08/10 08:17 | autore: Sergio Bontempelli Stampa

Viaggio a Lipovu. Parte seconda 0

Prosegue il racconto di viaggio nel paese dei rom romeni che abitano nei campi di Pisa. La povertà, le case senza acqua corrente, le strade buie e sterrate. E una sorpresa: qui i rom non sono nomadi né ambulanti, ma contadini. E lavorano la terra. Il racconto di Sergio Bontempelli

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Ci vuole quasi una giornata di viaggio in Romania per arrivare dal confine ungherese, a Nord, fino a Craiova. Come mi avevano preannunciato i compagni di viaggio, le strade rumene sono dissestate, interrotte ovunque, e il furgoncino si ferma spesso. Arriviamo in serata a Craiova: Toma, il conducente, non ha voglia di portarmi fino a Lipovu, e telefona lui stesso agli amici che mi ospitano, chiedendo loro di venirmi a prendere in città. 

Trovo un nutrito drappello di amici "pisani" ad attendermi. L'accoglienza è calorosa, molti abbracci e un po' di incredulità: il gagiò è venuto davvero a trovarci! Mi chiamano così, gagiò, con una parola che nella lingua rom (per me del tutto incomprensibile, e molto diversa dal rumeno, che un pochino capisco) indica chiunque non sia "zingaro". Ad attendermi a casa, mi spiegano, c'è un lauto pasto a base di carne, preparato dalla moglie del mio amico "Lorenzo" (Laurentiu all'anagrafe).  

Salgo in macchina, e attraversiamo la periferia di Craiova per dirigerci verso Lipovu, distante una trentina di chilometri. Il traffico è intenso nonostante l'ora relativamente tarda (sono le otto passate). Accanto a noi sfrecciano auto di tutti i tipi: di tanto in tanto ci sorpassa qualche vecchia "Trabant", orgoglio della Germania dell'Est ai tempi del comunismo. Ad un semaforo incontriamo un carretto trainato da un cavallo: a bordo ci sono dei rom che abitano in una vecchia fabbrica abbandonata lì vicino.  

Abbandoniamo la città e facciamo qualche chilometro costeggiando le campagne. Dopo pochi minuti, a un incrocio, lasciamo anche la strada asfaltata, e ci inoltriamo in un sentiero pieno di sassi e di buche. La macchina "rimbalza" spesso, ma Lorenzo è abituato e guida sicuro. Attorno a noi ci sono solo campi, interrotti di tanto in tanto da capannoni dismessi: sono le fabbriche o le aziende agricole statali dell'epoca comunista, chiuse dopo l'89. "Qui l'economia si è fermata, non c'è lavoro per nessuno", mi dicono. 

Le due Lipovu

Dopo una ventina di minuti di buche e relativi sobbalzi, arriviamo a destinazione.

Il paese è diviso in due piccoli villaggi. Passiamo prima dal borgo più grande, che si chiama "Lipovu de jos" (letteralmente "Lipovu di sotto"): è la parte più "ricca", quella dove abitano gli emigranti che hanno fatto in qualche modo "fortuna" all'estero, e che per questo hanno ristrutturato le loro case, costruendo qualche annesso o acquistando beni "di lusso" (un frigorifero, una parabola per la televisione, un'auto nuova). Le strade non sono asfaltate, manca l'illuminazione pubblica, e c'è ancora chi non ha i soldi per comprarsi l'auto: davanti alle case si notano i carretti che, guidati da cavalli o da muli, consentono di girare per il paese. Inoltre, mi spiegano gli amici, non esiste un sistema fognario: qui i bisogni si fanno in mezzo ai campi, e vanno a concimare la terra. 

Lorenzo però abita a Lipovu de Sus ("Lipovu di sopra"), che - mi dice - è  la parte più antica, e anche la più povera. Dobbiamo ancora fare un paio di chilometri per arrivarci. Ai miei occhi di straniero, i due paesi - "de jos" e "de sus" - sono identici. E quando arriviamo nel paese "di sopra", il paesaggio è lo stesso: strade sterrate e casette basse dall'aspetto povero. Non ci sono negozi, non c'è illuminazione, nulla che somigli ad un luogo "moderno". Qui il tempo sembra essersi fermato cinquant'anni fa. Sembra, perché non è così: se si prescinde dall'aspetto tecnologico, e dalle ricchezze materiali, siamo in un posto vivace e in continuo mutamento. Ma questo proverò a raccontarlo nella prossima puntata. 

A casa dei rom 

Arriviamo finalmente a casa, dove ci accolgono le donne della famiglia: l'anziana mamma di Lorenzo e la moglie Daniela. Mi abbracciano, si informano del viaggio, si preoccupano che qualcuno porti in camera lo zaino pesante, e mi fanno sedere a tavola. Il piatto è già pronto, devo solo mangiare. La cucina rumena, a base di carne e poco speziata, è una delle mie preferite, mi ricorda i piatti toscani che, da piccolo, mi cucinava la nonna aretina. Per l'occasione è stato preparato del maiale arrosto e la "ciorba de burta", una zuppa a base di trippa e panna acida.  

Terminato il pasto, mi guardo intorno. La casa è poverissima: quattro mura vecchie di decenni, più una specie di stalla - ristrutturata alla meglio -  in cui sono stati ricavati un cucinotto e due camere. Non c'è acqua corrente, si usa un pozzetto che attinge ad una falda sottoterra. Il bagno consiste di una baracchina di legno, allestita pudicamente in mezzo a due covoni di fieno: una buca serve per fare i bisogni, mentre per lavarsi bisogna uscire e andare al pozzetto. La cucina, senza frigorifero né mobili (la roba da mangiare è accatastata per terra), consiste di una bombola e di un vecchio fornello da campeggio. 

Al contempo, mi accorgo di essere in una specie di fattoria contadina. Attorno a me razzolano le galline e le oche, più avanti - nascosto in una improvvisata baracca di legno - c'è il maiale, poi ancora due cani e un'infinità di gatti. Terminata la cena, gli avanzi vengono buttati in giardino, a nutrire la folta popolazione animale. Chiuso da una palizzata c'è l'orto con l'insalata, le zucchine, i pomodori e qualche albero da frutto. 

E' questa la prima sorpresa del viaggio. I "sacri testi" dell'antropologia insegnano infatti che i rom hanno svolto nella storia - e svolgono tuttora - ruoli legati al commercio ambulante (da cui la definizione spregiativa di "nomadi"): da sempre, i "popoli erranti" - vagabondi, pellegrini, ambulanti - sono stati i primi nemici degli agricoltori, gli "stanziali". Qui, invece, mi trovo di fronte una famiglia di "zingari contadini".  

Questi contadini sono poveri, poverissimi, ma non affamati: perché qui, anche in tempi di ristrettezza, la magra economia familiare consente almeno di nutrirsi dei prodotti dell'orto e della fattoria. Poi, certo, manca tutto il resto: opportunità di lavoro, progetti per il futuro, e anche i "comfort" della modernità, dal frigorifero alla televisione, dall'acqua corrente al bagno, fino alla macchina, al motorino, al computer... E' difficile pensare che un ragazzo, magari un adolescente, possa progettare di vivere qui tutta una vita. E tuttavia, non è la fame, né il bisogno immediato di sopravvivenza, a spingere all'emigrazione. Penso a queste cose mentre, nella povera "cameretta degli ospiti", vengo sorpreso dal sonno. 

Sergio Bontempelli

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- Viaggio a Lipovu. Parte prima

 

 

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