L'assemblea generale dei docenti dell'Università di Pisa convocata ieri mattina (19 ottobre per chi legge) dall'ANDU, l'Associazione Nazionale Docenti Universitari, ha segnato un momento importante della mobilitazione contro il DDL Gelmini, che ormai da mesi va avanti con determinazione. Partita a giugno con la dichiarazione di indisponibilità da parte dei ricercatori "a svolgere incarichi didattici non obbligatori" è diventata in breve tempo la protesta di tutta l'Università, e non una mera rivendicazione di categoria.
L'indisponibilità dei ricercatori ha messo a nudo la fragilità della struttura universitaria, che si regge in gran parte su lavoro precario e non retribuito. In molte Facoltà la programmazione didattica è stata posticipata a lungo, per l'impossibilità di garantire un'offerta completa e di qualità, in mancanza delle "prestazioni volontaristiche" dei ricercatori. La protesta ha così riportato al centro della discussione politica l'Università: la sua struttura monolitica e statica, senza ricambio generazionale, la mancanza cronica di fondi per la didattica e la ricerca, ma anche le baronie e i meccanismi decisionali verticistici.
Il tentativo da parte del Governo di accelerare l'iter parlamentare del DDL e di approvarlo nella prima metà di ottobre, ha poi reso concitati i tempi della mobilitazione: nelle scorse settimane assemblee di tutte le facoltà hanno reso possibile un'Assemblea di Ateneo partecipatissima sfociata poi nell'occupazione del Rettorato; gli studenti medi, gli universitari, uniti ai Cobas Scuola e in generale al mondo della formazione sono scesi in piazza; si sono creati strumenti di coordinamento delle varie componenti univeristarie in mobilitazione.
L'Assemblea di ieri si inserisce a pieno in questo quadro e segna il primo momento di confronto ufficiale tra le componenti docenti dell'Università di Pisa e il neo Rettore Massimo Augello.
Molti sono i messaggi che escono dall'Assemblea, tanto dagli interventi "istituzionali" quanto da quelli del personale docente: il rigetto completo del DDL Gelmini, la necessità di democratizzare le dinamiche decisionali e allargare i processi partecipativi a tutto il variegato mondo universitario, il rifiuto della precarietà, il bisogno di analisi, chiarezza, coordinamento e mobilitazioni comuni.
La prima fase dei lavori assembleari è necessariamente dedicata all'analisi del DDL Gelmini e alla definizione di una posizione condivisa.
Per l'Andu parla il coordinatore nazionale Nunzio Miraglia: "Il DDL Gelmini va ritirato in toto in quanto non è emendabile. E' necessario prima di tutto discutere sui due principali nodi problematici: la governance e il precariato. Gli attuali organi decisionali, il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione, devono essere riformati in organi collegiali elettivi, realmente democratici e responsabili. È da rigettare l'idea di fondo del decreto di legge: pochi docenti ordinari, tanti associati-assistenti, molti ricercatori precarizzati a tempo determinato (3+2 anni, +3 non rinnovabili). E' necessario bandire fin da ora, con nuovi specifici e aggiuntivi fondi statali, almeno 20mila posti di terza fascia (posti di ricercatori, ndr) e creare per il futuro una cadenza certa di concorsi nazionali per posti di terza fascia, banditi in autonomia dai singoli Atenei su fondi propri o ministeriali".
Le attese per una presa di posizione da parte del nuovo Rettore sono altissime. Augello dice di essere presente principalmente "per ascoltare". Di fatto il Professor Augello subentrerà in carica all'uscente Rettore, Marco Pasquali, solo a partire dal primo Novembre e quindi non si sbilancia, esprimendo soltanto quelli che saranno i principi guida del suo mandato: "Il mio primo obiettivo sarà di portare le posizioni dell'Ateneo nelle sedi opportune. A lavorare in tal senso ho già iniziato ieri (luned, durante l'incontro avuto con il Presidente Napolitano. Il secondo sarà la modifica dello Statuto di Ateneo, già iniziata da una Commissione di trenta membri. In tutto questo i ricercatori, voi docenti, gli studenti saranno da stimolo. L'Università deve essere una comunità accademica, dove non c'è un uomo solo al governo, ma organi collegiali, da ri-valorizzare all'insegna della trasparenza, della democrazia, dell'apertura al dialogo e della responsabilità".
Anche la prorettrice uscente alla didattica, la professoressa De Francesco, futura prorettrice -vicaria, esprime la necessità di agire al più presto per "contrastare le bugie e le calunnie montate ad arte dai mass media per denigrare l'Università pubblica. L'Università ha indubbiamente dei problemi che senz'altro noi vogliamo risolvere. Ma non è da buttare a mare. Ad esempio la meritocrazia c'è già: almeno nella mia esperienza personale i ragazzi migliori riescono a restare in Italia. Il fatto poi che all'estero gli italiani siano ricercatissimi dimostra come la nostra didattica conservi un'alta qualità. E' necessario fare chiarezza sui veri problemi dell'Università, manifestarli alla CRUI e definire l'Università che vogliamo".
Tutti i docenti che intervengono esprimono un bisogno di luoghi di incontro e di discussione, di una fase elaborativa-propositiva, di un maggiore coordinamento tra tutte le componenti universitarie.
Anna Rossi, docente associata della Facoltà di Scienze, comunica di aver creato un "coordinamento degli associati, che adesso mira a muoversi in parallelo con la protesta partita dai ricercatori. Pian piano sta avanzando l'idea che la protesta riguarda tutti e che la ripresa della didattica non significa il ritorno alla normalità, ma solo un atto di responsabilità verso gli studenti iscritti ai corsi di laurea, ben sapendo che si tratta della migliore didattica possibile in questa condizioni, non certo in assoluto".
Un altro monito all'unità viene dalla Prof. Daria Coppola, una docente della Facoltà di Lingue e Letterature straniere: "Bisogna chiederci che Università vogliamo, fare proposte e mettere in campo diverse forme di lotta, tutti insieme, al di là delle caste e della concorrenza tra colleghi. E' arrivato il momento di dare un significato diverso a parole come merito, competitività".
Sul "che fare?" Domanda che piomba sull'assemblea come una mannaia dopo la fase di analisi, risponde una ricercatrice di Veterinaria, la dottoressa Tognetti, rappresentante dei ricercatori nel Consiglio di Amministrazione: "in questi giorni sta nascendo l'idea di costruire un gesto simbolico di grande impatto, come è già stato fatto a Torino: la rassegna delle dimissioni da parte dei Presidi della Facoltà e dei Presidenti dei Corsi di Laurea. Ovviamente il lavoro da fare per arrivare a questo risultato è lungo e interno alle Facoltà. Occorre poi potenziare il coordinamento tra ricercatori e associati, riprendere i lavori iniziati dal tavolo trasversale "Università Bene Comune", che per ora comprende studenti e ricercatori, ma che si sta allargando anche agli associati. Per noi ricercatori il prossimo obiettivo è il lancio di un'assemblea generale dei ricercatori di tutto l'Ateneo".
Da ultimo viene affrontata la spinosa questione del reclutamento di nuovi ricercatori e del cosiddetto "prepensionamento forzato" di quelli con 40 anni di servizio. Il Professor Augello spiega che "la pubblicazione dei bandi per 85 ricercatori e la stabilizzazione di 89 unità del personale tecnico-amministrativo sono state battaglie politiche durissime. A suo tempo, in Senato Accademico dissi: "rendiamo possibile ciò che è necessario", perché si tratta del futuro di due componenti imprescindibili per un corretto funzionamento dell'organismo universitario. In un primo momento, in mancanza di fondi, la decisione del Senato Accademico di dare avvio ai cosiddetti "prepensionamenti forzati" era stata una decisione dolorosa ma necessaria per rendere possibile l'operazione".
Il 12 ottobre, alla luce di nuove risorse che si sono liberate, il Senato Accademico ha chiesto al Consiglio di Amministrazione di valutare, attraverso un'analisi attenta dei costi e delle compatibilità, la possibilità di revocare i "prepensionamenti forzati" e introdurre una forma di scelta volontaria. Martedì 26 ottobre si terrà la decisiva seduta del CDA: la decisione presa in tale sede non sarà né di fatto né di diritto rivalutabile".
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