Presentati nella giornata di ieri (lunedì 22 novembre), in
occasione dell'inizio della quinta edizione del Corso Avanzato di
Terapia Antibiotica, organizzato dalla UO di Malattie Infettive di
Pisa, sono stati pubblicati i dati relativi all'infezione da HIV in
Toscana e nell'area pisana.
In Toscana sono 300-350 nuovi caso all'anno. Sale l'età media del
primo riscontro dell'infezione che oggi avviene intorno ai 40 anni.
La modalità più frequente è il rapporto eterosessuale non protetto
abituale o occasionale.
Il Prof. Francesco Menichetti e il Dott. Riccardo Iapoce della
U.O. di Malattie Infettive di Pisa, fornendo i dati aggiornati
relativi alla diffusione dell'infezione da HIV, hanno dunque
riportato alla ribalta una questione sanitaria certamente ancora non
risolta, e quasi del tutto dimenticata.
Dall'inizio dell'epidemia a tutto il 2009 i casi di AIDS segnalati
in Italia sono stati 61.537 e ben 39.253 pazienti (pari al 64%) sono
deceduti. Attualmente sono note 22.284 persone affette da AIDS
viventi e all'incirca 140.000 soggetti con infezione da HIV, per un
totale di oltre 160.000 soggetti con infezione da HIV/AIDS.
L' infezione da HIV continua a diffondersi anche in Toscana, dove
ad oggi si contano circa 1500 pazienti con AIDS conclamato e circa
5000 soggetti sieropositivi noti, e ogni anno si documentano 300-350
nuove infezioni (un incremento percentuale del 5-7% all'anno). Vale
la pena di sottolineare che, in accordo a una prevalenza stimata di
infezione da HIV in Italia pari a 2,6 x 1000 abitanti, il dato
toscano noto dei 5000 sieropositivi potrebbe considerarsi quasi
raddoppiato. Questo avviene per la presenza di casi di infezione
"occulta" ovvero non nota, ma che essendo presenti vanno
essenzialmente ad ampliare il bacino di infezione.
A Pisa, presso l'ambulatorio della Clinica di Malattie Infettive
dell'Ospedale di Cisanello, vengono oggi seguiti oltre 850 soggetti
sieropositivi, con 58 nuovi pazienti presi in carico da Gennaio a
Settembre 2010.
Negli ultimi 30 anni la modalità con cui l'infezione viene
contratta e l'età a cui avviene il primo riscontro di infezione si è
sicuramente modificato. Mentre all'inizio l'infezione da HIV era
essenzialmente appannaggio dei tossicodipendenti, a seguire degli
omosessuali e infine degli eterosessuali, negli anni 90 l'infezione
risultava già in calo tra i tossicodipendenti e aumentava tra
omosessuali e eterosessuali.
Oggi l'infezione si verifica soprattutto tra gli eterosessuali
(50%). L'età media alla diagnosi di infezione da HIV si è
progressivamente spostata in avanti dall'inizio della epidemia negli
anni '80 in cui avveniva ad una età media di circa 26 anni. Negli
anni Novanta la diagnosi veniva effettuata intorno ai 35 anni e oggi
l'età media in cui viene diagnosticata l'infezione è di 40 anni, a
volte, quindi, già in fase avanzata di malattia o in vero e proprio
stato di AIDS.
L'epidemiologia attuale dell'infezione e le tendenze che questa ha
assunto negli anni dall'inizio dell'epidemia ad oggi descrivono un
fenomeno che per la nostra regione risulta in aumento nella
popolazione, e con una età media di diagnosi che si è spostata ai
40 anni.
Questo appare sicuramente in relazione con la pesante assenza di
campagne adeguate di sensibilizzazione e prevenzione che invitino,
soprattutto i giovani, all'esecuzione del test per l'HIV non certo al
fine di una qualsiasi stigmatizzazione, ma al fine di un precoce
intervento terapeutico che nel caso dell'infezione da virus
dell'immunodeficienza umana è considerato salva-vita, come
dimostrano le curve di letalità per AIDS che sono crollate dal 90 %
al 10% e quelle di sopravvivenza per i sieropositivi che sono invece
aumentate dall'introduzione negli anni Novanta della terapia
antiretrovirale (TARV).
A contribuire inoltre a tale andamento epidemiologico e alla
costituzione di bacini occulti di infezione, vengono individuate
alcune sostanziali contraddizioni presenti nella L135/90, elemento
giuridico che garantisce e regola l'assistenza ai soggetti
sieropositivi e che dispone chiaramente che il test per l'HIV possa
essere eseguito esclusivamente su richiesta o con il consenso
dell'interessato.
A partire dalla L135/90 viene anche posta un' ulteriore
problematica evidente dal punto di vista più strettamente medico, ma
che pone in essere anche questioni di ordine etico allorquando un
soggetto, che acquisisce conoscenza della sua sieropositività, non
intenda informare tempestivamente il suo partner.
La legge attuale vincola il medico a non informare il partner
dello stato di sieropositività ma al tempo stesso, come continua il
Prof. Menichetti "costringe il medico a venir meno a un obbligo
professionale ed etico".
Dall'infezione da HIV non si guarisce, ma grazie alla terapia
antiretrovirale la malattia può essere controllata, e può in
sostanza far si che chiunque sia sieropositivo possa svolgere una
vita familiare, sociale, lavorativa ed emotiva del tutto normale.
L'ultima suggestione che arriva dalla U.O. di Malattie Infettive è
infine in relazione alla spesa sanitaria per tale terapia. Infatti,
se solo in parte la spesa per gli antiretrovirali è aumentata per il
crescente numero di pazienti che la ricevono regolarmente, per la
maggior parte l'aumento della spesa verificatosi negli ultimi anni
(si parla di circa 9000 euro l'anno per paziente) è da attribuire
alla commercializzazione di farmaci si meglio tollerati e più
efficaci, ma anche ben più costosi.
Così, se da un lato, conclude il Prof. Menichetti "è
necessario che i tecnici identifichino criteri basati
sull'appropriatezza, che permettano di contenere la spesa degli
antiretrovirali, è altresì determinante che l'industria
farmaceutica faccia ogni ragionevole sforzo per ridurre il costo dei
farmaci, senza peraltro compromettere le risorse dedicate alla
ricerca."
E se anche la terapia antiretrovirale riesce a garantire lunghi
tempi di sopravvivenza in relativo stato di salute, è, per questa
patologia, come per altre, d'importanza fondamentale la prevenzione
che permetta da un lato, con l'uso del preservativo, di evitare il
contagio e dall'altro, eseguendo il test, di poter porre diagnosi di
malattia e quindi di iniziare una terapia efficace.
Questo, certo, non può solo essere lasciato all'organizzazione di
una sola giornata all'anno di sensibilizzazione, come sarà anche per
il prossimo 1 dicembre, o alle poche associazioni che sul territorio
se ne occupano come la Ass. Salus, ma dovrebbe coinvolgere un
pubblico più ampio e più giovane possibile, magari tornando proprio
a parlarne nelle scuole medie e superiori, come quando questa
infezione, e non una delle periodiche e stagionali epidemie
influenzali che suscitano oggi tanto fermento mediatico, doveva
essere conosciuta da tutti per essere evitata.
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