Prosegue
il nostro viaggio nei luoghi attraversati dal tracciato della nuova
tangenziale. Dopo il colloquio con l'architetto Massimo Gasperini,
andiamo alla scoperta della zona a nord di Ghezzano.
Non
appena si lascia via Puccini, che collega via del Brennero alla
Vicarese, si è nel silenzio luminoso della campagna, su stradine
strette che costeggiano i fossi e di casa in casa, aprendosi a poderi
e giardini, attraversano la pianura: seguono l'orientamento
regolare della bonifica, fatta in epoca romana e ripresa in epoca
lorenese, intersecano sentieri importanti, come la striscia d'erba
che si avventura tra i campi seguendo il fosso delle Fontanelle fino
ad Asciano, e finalmente, se si perdesse la via, basterebbe
un'occhiata verso l'acquedotto per ritrovarsi.
La
nuova tangenziale, mi racconta Marco, un ingegnere in pensione, corre
per quasi tutto il suo tracciato di là da via Puccini; nell'ultimo
tratto piega però a nord, l'attraversa (dove ora c'è un filare
di pini ci sarà una grande rotonda), viene qua, taglia i campi e
alle nostre spalle, con una seconda curva, riprende la sua direzione;
avvolti dal traffico siamo tagliati fuori dalla pianura di Asciano,
le stradine fuggono nel fondo della campagna, qui restano mozzate e
senza sbocco, e la dolcezza di questi luoghi si fa irreale. "Non
sappiamo più come fermarli" dice con accento angosciato Silvia,
che abita proprio davanti alla futura rotonda.
La
doppia curva della tangenziale è ben nota a molti lettori di
Pisanotizie: "Avendo visto l'assurdità di quel tracciato, se
avessi casa lì, mi arrabbierei parecchio", si legge in un
commento, e le immagini che alleghiamo, elaborate dai
tecnici del comune di San Giuliano, ben documentano l'impatto che
dovrebbe avere su questi territori la nuova viabilità.
Il
problema però è che il tessuto sociale di queste zone, diventate
negli anni una periferia della città, viene messo a dura prova da
questo progetto: tutti vogliono un ambiente salubre, ma l'ambiente
è un bene concreto se si sente di poterlo conservare, altrimenti
ciascuno tenta di salvare almeno i propri interessi; quasi tutti
vorrebbero costruire qualcosa, una casa per il figlio o un casotto
per gli attrezzi, e si guardano l'un laltro con diffidenza. In
questo periodo sempre nuovi campi diventano edificabili, spesso con
il vincolo esplicito di una progettazione in armonia con la nuova
tangenziale ("perché" si chiede Marco commentando gli
ultimi documenti pubblicati sul sito del comune "non
sono mai recepite le osservazioni a tutela dell'ambiente, mentre
quelle che spingono verso la cementificazione si?"), e così prende
corpo l'idea che qui la campagna non esista più e il senso di estraneità si percepisce persino quando si
cambia argomento, e si parla del passato e dei ricordi.
Marco
ha lavorato all'estero, e per tanti anni questi luoghi sono stati
un'Itaca dove sperava di tornare; Silvia invece vive qui da
trent'anni, ma ugualmente si perde quando le chiedo di raccontarmi
qualcosa, come se anche lei in realtà fosse stata altrove. Mi dice
che il tempo è tiranno, e che preferirebbe vivere nella società
pre-industriale, piuttosto che in quella industriale: "nella
società industriale le persone non hanno più il tempo di
incontrarsi"; osservazione che dà l'idea che non si sappia
neppure da dove cominciare e che per fare società sia perduta la
ricetta.
E'
Elena, la figlia di Silvia, che quando si trasferirono qui aveva
undici anni, a descrivermi con nitida nostalgia l'aspetto che
avevano questi luoghi. Prima via Puccini non era così trafficata, e
c'era la scuola elementare: dove ora si sente il rumore del
traffico, si sentivano le voci dei bambini. La città era lontana,
quando d'inverno usciva per prendere il pullman delle sette del
mattino si trovava in mezzo alla notte vasta della campagna. A
Ghezzano, dove ora c'è un centro commerciale, c'era "tutto per
la casa", un bazar di paese dove si poteva trovar di tutto. A
Cisanello non c'era nulla e attorno casa i contadini: i bambini
vedevano mungere le mucche e andavano a giocare nei campi.
Elena
però non è battagliera come gli altri, secondo lei i politici non
dicono le vere ragioni delle loro decisioni, e così le discussioni
restano confinate su un falso terreno, mentre tutto è già
stabilito. E poi è davvero per un interesse collettivo che le
persone protestano? Se spostassero la tangenziale un po' più in
là, devastando altri luoghi, si protesterebbe lo stesso anche qui?
Si
dovrebbe fare uno sforzo per superare i limiti del proprio interesse
personale, il che forse non significa essere meno egoisti, ma trovare
interessi collettivi e il modo per esprimerli, ritrovare la ricetta
per fare società. Ma perché sforzarsi, se tanto le decisioni son
già prese e non si possono discutere?
Non c'è
via d'uscita da questo labirinto: restano le stradine ad
accompagnarmi verso il centro della campagna, in una zona non toccata
dalla tangenziale, dove faccio un incontro straordinario. Ce ne
occuperemo la prossima volta.
Leggi anche la prima puntata:
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2011/04/12 15:04:00 Roberto Morelli per favore, non chiamatela più tangenziale, perché non lo è più (o forse non lo è mai stata)
io propongo: nuova e inutile gimcana di ingresso in Pisa