Nell’ultima manovra correttiva figura la cosiddetta liberalizzazione del collocamento che rimette al centro, in maniera critica, ruolo e funzioni del servizio pubblico all’impiego e dei Centri per l’impiego.
Operazione che è sembrata inevitabile perché, ad oltre 10 anni dalla riforma del mercato del lavoro, in molte regioni e province non sono state attivate le politiche organizzazione e operative per dar corpo reale alla riforma; e perché si è spesso avuta una visione burocratica e notarile dei Centri per l’impiego. In questa situazione, però, non si trovano né la Toscana né altre regioni che, negli anni, hanno costruito un sistema di intervento nel mercato del lavoro che funziona.
Occorre, inoltre, ricordare che là dove la formazione, specialmente quella finanziata dal FSE, è rimasta in carico totale o prevalente alle regioni, è stata invalidata l’opportunità, per i territori e quindi per le province, di utilizzarla come strumento fondamentale per rispondere ai bisogni formativi, occupazionali e di incentivazione dei cittadini e delle imprese.
Risulta quindi evidente che non ci sia nulla da inventare per fare funzionare il Servizio pubblico all’impiego, là dove non funziona: basterebbe infatti utilizzare quei modelli regionali e provinciali di intervento in cui si è constatato che è determinante ai fini della risposta sociale un sistema formazione e lavoro fortemente integrato.
Abbiamo sperimentato e consolidato che la costruzione di reti sociali-economiche e di ricerca partecipate, il monitoraggio costante del mercato locale del lavoro, la rilevazione condivisa dei bisogni formativi, l’integrazione di tutti gli strumenti a disposizione (dall’uso combinato delle risorse, ai progetti nazionali ed europei), se finalizzati ad obiettivi specifici creano una governance territoriale importante in cui il settore formazione e lavoro è centrale.
E’ altrettanto ovvio che questa governance sia stata molto incisiva quando la crisi economico-occupazionale non era alle porte. Infatti gli strumenti che adoperavamo e di cui ancora oggi disponiamo erano stati pensati per un’economia in crescita e per un mercato del lavoro in movimento, mentre oggi l’uso abnorme degli ammortizzatori sociali, con tutte le ricadute ad esso collegate, ha provocato uno tsunami sociale e organizzativo per tutto il sistema, spuntando gli strumenti a disposizione.
La domanda che ci dobbiamo porre è: il sistema pubblico all’impiego e i Centri per l’impiego, con gli strumenti a disposizione e pur avendo personale competente, sono in grado, anche là dove funzionano, di dare risposte organizzate incisive? Altra domanda è: quando ci si rivolge al servizio pubblico all’impiego, cosa si pensa di trovare? Una risposta stile vecchio collocamento o stile agenzia privata? Se così fosse significa che non si è riusciti a cogliere la complessità del momento e la difficoltà, a fronte della mancanza di politiche industriali e del lavoro nazionali, a dare risposte risolutive da parte dei territori.
Ritengo sia opportuno riflettere sul sistema lavoro, che solo a Pisa
e provincia ha visto, nel 2010, un numero di 80.000 fra persone e
imprese prese in carico dai servizi; e che nei primi 4 giorni di
luglio ha incrociato 1891 persone. Perché troppo spesso nel
dibattito sull’utilità delle province e sulla necessità della loro
abolizione, spaccati quale quello del lavoro non vengono presi in
considerazione, preferendo trasferire all’ambito del privato, quasi
fosse taumaturgico, ruoli e funzioni che per senso civico e
costituzionale appartengono invece al servizio pubblico.
Anna Romei
assessore al lavoro della Provincia di Pisa
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