Dopo l'emanazione lo scorso 4 agosto della direttiva del Sindaco per la "garanzia delle regole di convivenza e della sicurezza urbana", dalla giornata di ieri (mercoledì 10 agosto) si sono iniziati a vedere gli effetti concreti e il significato di quel documento.
Alle 8.30 è stato il peggiore dei risvegli possibili quello delle 26 famiglie rom, per la gran parte provenienti da Lipovu, piccola cittadina della Romania, che da vario tempo abitano lungo le rive dell'Arno a Cisanello.
Con un imponente operazione a cui hanno partecipato Carabinieri, Polizia e Polizia Municipale, tutti in grande dispiegamento di forze, le 88 persone di cui 30 minori (15 sotto i 10 anni) sono state sgomberate dal luogo dove vivono e le loro abitazioni abbattute. Presenti all'operazione anche un assistente sociale, e un'ambulanza della Croce Rossa.
Il primo Agosto a queste stesse famiglie era stata notificata l'ordinanza di sgombero, con riferimento a un'altra simile notificata risalente a circa un anno fa; ma non avendo alternative abitative, le famiglie non hanno potuto che rimanere dove oramai abitavano da anni.
Dopo questa notifica, alcune famiglie hanno accettato la proposta del rimpatrio in Romania, ma solo in 17 hanno i requisiti per ricevere i 1000 euro per il viaggio di rientro, che comunque arriveranno non prima di 2-3 settimane; ma nel frattempo si è deciso lo stesso di procedere al loro sgombero .
All'arrivo delle forze dell'ordine non è stato facile per i genitori tranquillizzare i propri bambini, mentre cercavano al contempo di mettere al sicuro le poche cose che possedevano, togliendole alla morsa delle ruspe che incombevano a tirar giù le baracche, e a schiacciare roulotte come lattine.
Padri e madri di famiglia hanno così accatastato alla meglio, nei campi antistanti, i loro arredi, la spesa dei frigoriferi, i panni che fino a due minuti erano stesi ai fili, sedendosi poi sui materassi in mezzo ai campi come se di nuovo fossero in casa: "Cosa faremo ora, dove andremo?".
Domande che hanno posto più volte allo stesso assistente sociale e alla Polizia Municipale senza ottenere alcuna risposta, se non: "Ci dovevate pensare prima, siamo venuti a dirvi dieci giorni fa che qui non potevate più stare".
Alina, donna incinta del terzo bambino, con il marito che ha adesso un contratto di lavoro a tempo indeterminato, è in Italia da 10 anni. Le sue bambine di 6 e 9 anni sono nate in Italia e frequentano scuole italiane. Ha assistito con le sue piccole per mano alla ruspa che distruggeva tutto, poi ha iniziato a camminare tra i mobili accatastati e a controllare di aver preso tutto. Lei con suo marito non ha chiesto il rimpatrio, ritiene di avere il diritto di stare in Italia, dove il marito ha un lavoro garantito e dove le figlie possono istruirsi. "Ho cercato più volte case - spiega - ma nessuno ce l'affitta, pur avendo uno stipendio. E anche per le case popolari abbiamo ricevuto solo risposte negative".
Florian, quarantenne, con moglie e un figlio di 10 anni, era presente al campo perché in ferie. Fa il muratore in una ditta edile, parla ben l'italiano perché sono anni che abita nel nostro territorio. Ha guardato composto, ma con le lacrime agli occhi, distruggere la fatica impiegata per rendere una baracca vivibile tanto da poterla chiamare casa. "Voglio avere una casa, una piccola casa, pagare l'affitto e le tasse - dichiara Florian - non è possibile che il Comune di Pisa non ci spieghi come fare per avere le case popolari, io sono un lavoratore e lavoro sodo".
Mentre le ruspe sono al lavoro, un'altra donna, Teresa, cerca di portare fuori dalla propria abitazione il minimo indispensabile mentre il marito si carica sulle spalle il frigorifero e cerca di metterlo al sicuro. Si siede sul letto con i suoi bambini di uno e 3 anni e aspetta, anche se non sa bene cosa non sapendo dove andare. Fino alla fine ha cercato di difendere il forno a legna che aveva costruito dicendo ai Vigili che stavano intervenendo "ma sapete che pane buono fa quel forno?".
Un altro ragazzo, che non ci rileva il suo nome perché teme ripercussioni dove lavora, anche lui con un contratto a tempo indeterminato ottenuto dopo anni di sacrifici, afferma: "Dove dobbiamo andare? Spostarci poco più avanti su questo stesso argine o forse, come ci hanno detto, andare San Giuliano. Ma cosa c'è a San Giuliano? E' un Comune che fa i miracoli?".
Molte delle famiglie sgomberate hanno ripetuto, infatti, più volte anche agli agenti della Polizia Municipale la stessa domanda: "Ci dite sempre di andare lì, ma cosa c'è a San Giuliano, l'oro?".
Questa non sembra quindi essere la prima volta in cui esponenti della Polizia municipale fanno simili affermazioni in quanto lo stesso capo della Polizia Municipale, Massimo Bortoluzzi, fu protagonista di un simile episodio, che gli costò numerose critiche e prese di distanze, in occasione della notifica di sgombero di questo stesso campo rom nell'Ottobre del 2010.
Le operazioni di demolizione delle abitazioni di queste numerose famiglie è durato per diverse ore e nessuna alternativa è stata data a queste persone. Solo coloro che hanno accettato il rimpatrio sono stati trasportati alla Società della Salute per firmare i fogli necessari alla procedura.
Donne, uomini e bambini sono così rimasti tutto il giorno a cercare di salvare il salvabile tra le macerie, mentre materassi, coperte e molti altri oggetti sono stati portati via e buttati per "scongiurare" che potessero riaccamparsi nello stesso posto.
E così non avendo nessuna alternativa donne, uomini e bambini hanno dormito all'aperto, sull'erba, poco distante da dove fino a ieri si trovavano le loro abitazioni, mentre da ieri notte è stato attivato un presidio permanente della Polizia Municipale per impedire nuovi insediamenti in quella stessa area.
Si è svolta così l'ennesima operazione di sgombero da parte del comune, senza che però a queste famiglie sia stata data alcuna prospettiva concreta.
A quattro anni dal rogo di Livorno, il cui anniversario era proprio ieri, in cui persero la vita quattro bambini rom, Lenuca (6 anni), Eva (12 anni), Danciu (8 anni) e Menji (4 anni), questa operazione appare altrettanto definitiva e senza speranza per queste famiglie che adesso non hanno un luogo dove stare.
Leggi anche:
- Viaggio a Lipovu - Parte prima
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