L'ultimo numero di Pisa Informa, l'organo del Comune di Pisa, riporta in prima pagina la foto del sindaco Marco Filippeschi, con un sorriso beante che lo rende simile a un fraticello. E a farle da cornice un suo testo che conferma l'aspetto celestiale del sindaco. Nell'articolo si cita "il grande Giorgio La Pira", si parla di valori, si afferma che lui è per una progettualità che punta a costruire "città solidali dove siano fatti valere con rigore le regole di convivenza e dunque le differenze possano essere e siano vissute come una ricchezza e senza separatezze con fraternità". Proprio così: "senza separatezze con fraternità".
Belle parole che evocano immagini di calore, integrazione, accoglienza. Poi vai a vedere i fatti e trovi accanimenti persecutori verso gli ambulanti senegalesi e ordini di sgombero per le comunità Rom, l'ultima in ordine di tempo quella eseguita a Cisanello il 12 agosto. Un ordine che ha sgomentato perfino l'assessore regionale Allocca.
Cosa succede al sindaco di Pisa? Un un nuovo caso di sdoppio della personalità, tipo Dr. Jekyll e Mr. Hide, o un normale caso di arrampicata politica di chi strumentalizza parole, valori, persone, per la propria poltrona? Su questo giudicheranno i cittadini che nel frattempo, però, devono stabilire in quale società vogliono vivere.
Le opzioni possibili sono due: quella dell'apartheid e della sopraffazione o quella dell'inclusione e della condivisione, ricordandoci che il problema non riguarda solo Rom e senegalesi. Gli immigrati sono solo l'ultimo scalino di una società classista che indipendentemente dal passaporto esclude chiunque non rientri nei canoni classici di ricchezza, forza, bellezza. Parliamo di disoccupati, disabili, senzatetto, sofferenti psichici, carcerati, poveri in generale, tutta gente che Hitler avrebbe rinchiuso volentieri nei campi di concentramento e che anche i nostri sindaci sceriffi, indipendentemente dal colore politico, spingerebbero volentieri fuori dai propri confini.
La repressione e l'emarginazione come la via più spiccia per ridare splendore alle città finalmente abitate da benestanti, che non entrano nelle case altrui per rubare l'anello, ma che fanno il giro più largo se incrociano un moribondo per terra. Città abitate da benpensanti che guardano con diffidenza chiunque parla un'altra lingua ed ha abitudini diverse. Se poi è trasandato, invadente, chiassoso e magari un po' ladruncolo e trasgressivo, attira su di sé l'intolleranza e l'aperta ostilità. Ed ecco messa in moto la spirale del razzismo e dell'emarginazione che esprime i suoi frutti più crudeli alla seconda generazione, quando i figli degli immigrati nascono europei senza diventarlo mai.
In tutta Europa milioni di adolescenti turchi, africani, asiatici, crescono come cittadini di serie B. Cacciati dalla scuola, rifiutati dalle imprese, rintuzzati nelle periferie cittadine, crescono pieni di risentimento per una società che prima li sollecita al consumismo e al successo, poi li umilia e li esclude. Un risentimento che può trasformarsi in violenza distruttrice come hanno dimostrato i fatti di Londra.
Se decidiamo per l'apartheid non abbiamo niente da cambiare. Continuiamo pure con una politica salariale che mantiene i lavoratori oltre confine al di sotto della soglia della povertà. Continuiamo pure a imporre ovunque la privatizzazione di acqua, energia e altri servizi che colpiscono la gente nei bisogni fondamentali.
Continuiamo pure ad erigere muri e a fare entrare solo braccia da sfruttare. Ma dobbiamo prepararci a lasciare ai nostri figli un mondo sempre più violento perché l'ingiustizia si regge sulle armi. Avrà bisogno di cannoni alle frontiere per respingere i poveri che comunque cercheranno di scalare le nostre mura. Dovrà organizzare spedizioni militari per rintuzzare i focolai di terrorismo internazionale e assicurarsi il controllo delle risorse scarse. Avrà bisogno di un forte stato poliziesco per reprimere la guerriglia urbana e combattere la piccola criminalità di chi deve arrangiarsi per sopravvivere. La strage in Norvegia ci dice che avremo bisogno di un forte stato poliziesco anche per tenere a bada la furia omicida dei cultori della xenofobia.
L'unico modo per evitare questo scenario apocalittico è la disponibilità a condividere. Un cammino che deve spingersi in più direzioni. L'accoglienza innanzi tutto, intesa non solo come soccorso dignitoso di chi approda sulle nostre coste, ma come piena garanzia dei diritti sociali e politici a tutti gli stranieri residenti. Non con provvedimenti speciali a favore degli immigrati, ma tramite un sistema di protezione sociale esteso a tutta la cittadinanza.
Solo se ci organizzeremo per garantire a tutti il diritto alla casa, all'energia minima, all'acqua minima, alla salute, all'istruzione, potremo liberarci dal disagio sociale e costruire una società conviviale finalmente libera da paura e violenza.
Francuccio Gesualdi, presidente del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano
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