Il sole è basso all'orizzonte quando arrivo al campo. Un cagnetto minuto e grigio abbaia fra l'erba alta. Me lo ricordo nel fango, accovacciato su un materasso, durante lo sgombero. Lungo la costa rialzata del terreno, ricoperta dal canneto, noto due o tre baracchine in legno, materassi per terra pieni di panni sparsi, sedie malconce qua e là. Seduta sotto una capanna vedo Roxana, moglie di Sorin, che infila tabacco in una macchinina. Aziona a tempo una leva e tira fuori da quell'affare sigarette bianche e perfette.
Faccio due passi più avanti e incontro Loredana. Ha appena acceso il fuoco. Mette sul tripode una padella nerastra, stende con le mani una palla di pasta, ne fa una striscia sottile che poggia sul fondo rovente. "Vedi, è pane per la cena" mi dice. Ha due bambini che le girano attorno, due gemelli nudi, suoi figli.
Sotto un ombrellone da spiaggia, Edina regge al marito Stefan uno specchietto: lui guarda attento il riflesso del suo viso e fa scorrere lentamente il rasoio che gli porta via la schiuma da barba. In fondo al terreno, due o tre ragazzine scappano, nascondendosi dietro una roulotte. Incontro Dorel che mi riconosce. E' lui che mi guiderà e mi presenterà le persone da intervistare.
Mi siedo con gli altri su un lettuccio. Accanto a me si mette Claudio: occhi neri, capelli radi, carnagione olivastra. Prendo il registratore, accendiamo due sigarette, fumiamo. E' impaziente, come se avesse l'urgenza di parlare. Cominciamo. "Se dovessi dire chi sei - gli domando- cosa diresti? Ad esempio, io dico di me, che sono italiano, che ho studiato a Pisa e faccio il giornalista. Tu?". Lui pensa un attimo, poi dice: "Cosa dico? Sono un uomo povero venuto dalla Romania per cercare in Italia un lavoro per vivere meglio. Questo dico."
Claudio viene da Băileşti, municipio del sud-ovest della Romania, è da nove anni in Italia. "Ho 24 anni, sono qui da quando ho15 anni. Ho finito di studiare e sono partito. Ho fatto il manovale, ho lavorato al nero, qua a Cisanello, a Pontedera. In Romania ho due fratelli piccolini, di 12 e 9 anni, che sono con i nonni. Io sono qui con mio padre e mia mamma, Liliana". La madre spunta da dietro il canneto, ci raggiunge, si siede con noi.
"Prima era venuto mio padre in Italia - continua Claudio - poi io, poi 4 anni fa è venuta mia madre. Mio papà lavorava il porfido, per pavimentazione, faceva il cemento, portava i sassi. Mi trovavo bene qui in Italia, adesso sto male. Qualche anno fa sono rimasto senza lavoro: mi chiamano solo per tre giorni di lavoro alla settimana. Allora gli altri giorni della settimana chiedo l'elemosina in giro, a Cisanello, a Pisa. Perché tre anni fa mio padre ha avuto un ictus e ora non lavora più".
Si è avvicinata altra gente, è in piedi in cerchio davanti a noi, ascolta silenziosa. Chiedo a Claudio di parlarmi della sua terra. "In Romania vivevo in un campo - mi risponde- Vuol dire una vita brutta, non ci sono buone condizioni, non c'è un bagno, non c'è elettricità. La Romania è povera, non c'è lavoro, una casa costa molto e noi non abbiamo soldi per comprarla. Per questo è meglio vivere in Italia per noi. Cosa ti dico ancora? Vorrei che la polizia mi lasciasse qui in Italia. Io mi sono sposato in Romania tre anni fa. Ho lasciato là un bambino, con mia nonna, e sono qui con mia moglie. Sono qui per fare soldi e comprare una casa per la nostra famiglia, così possiamo vivere come tutte le persone. Io non voglio che mio figlio faccia la vita che ho fatto io".
Virginia, la moglie di Claudio, dorme su un lenzuolo nel canneto. E' arrivata a Pisa tre settimane fa. Mi accompagna da lei Gabriela, di quasi cinquant'anni, da quattro in Italia. Mi racconta che ha cinque figli: tre in età infantile sono coi nonni in Romania, Christian è qui e lavora in un'azienda equestre. Mi mostra una cicatrice al petto: il segno di un'operazione chirurgica al Santa Chiara, un peacemaker impiantatole un anno fa, dopo esser svenuta al semaforo di Migliarino.
Sono quasi le nove di sera, al campo si prepara da mangiare. Dorel mi accompagna alla capanna di un'altra famiglia. Seduto quasi nel buio c'è George di quarantanove anni. Viene da Craiova, capoluogo del distretto di Dolj, è qui con la "fidanzata" Eleonora, quarantaquattro anni, il figlio Jon e le figlie Elena, di tredici anni, e Maria, dieci.
"Sono in Italia dal 2003 - mi dice. Ho lavorato come carpentiere a Bergamo, Lodi, Bologna. Vivevo in appartamento con altri della Romania, da un anno sono a Pisa. Quando hai lavoro ti abbracciano tutti, quando non ce l'hai, no".
George mi racconta che ha un'altra figlia Christina, di ventun'anni: è sposata, vive e lavora a Roma. Gli chiedo perché sono venuti a Pisa. "Mi avevano detto -risponde- che qui c'erano dei cantieri aperti. Invece niente. Sono venuto pure per operare mia moglie Eleonora che ha un fibroma all'utero. In Romania non è possibile quest'operazione per noi, costa troppo, lo Stato non ti aiuta".
Si avvicina Manix, anche lui intorno ai quarant'anni. Anche lui come gli altri ha lavorato al nord come piastrellista. Qui a Pisa da ormai sei mesi non trova nulla. "Vedi come stiamo qui? Non è possibile vivere così, non è possibile lavarsi. Qui non sto trovando lavoro come prima. Io sono giovane e non voglio chiedere l'elemosina. Se devo morire di fame qui, meglio tornare in Romania".
La cena frugale è pronta. Sono quasi le dieci di sera. Lascio l'accampamento. Dentro, la consapevolezza del limite del mondo occidentale, della sua ansia di definire le cose, di impostare categorie per trovare necessariamente un ordine al mondo. E nonostante tutto rimanendo incapace di "resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza" dei luoghi comuni.
- Guarda il video: Lungo il confine con le famiglie rom
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Leggi il reportage da Lipovu, paese della Romania, da cui venongo la maggior parte delle famiglie sgomberate a Cisanello:
- Viaggio a Lipovu - Parte prima
- Viaggio a Lipovu - Parte seconda
- Viaggio a Lipovu - Parte terza
- Viaggio a Lipovu - Parte quarta
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