Questo è un film che ti mette le mani nello stomaco. Fra tre anni l'Italia sarà così. Più o meno come ora, ma un po' peggio. Sì, lo so, la visione d'un film, è un fatto intimo, personale. Ognuno ci sente quello che ci sente. Aiuto. Sento una truppa di traumi passati che fanno la fila per l'eruzione. La fila scorre. La storia funziona.
L'Ultimo Terrestre non è un film di fantascienza, non è una commedia, non è un film d'azione, non è un horror.
Che sia un thriller travestito da epopea psicologica? Un noir con venature d'intenso e pulsante neorealismo postindustriale? E qual è la differenza tra thriller e noir? E perché non utilizzare la parola -iperrealismo- per insistere sulla scottante drammatica attualità di cui il film si cosparge, prima dell'incendio finale?
L'Ultimo Terrestre è il primo film per il cinema di Gian Alfonso Pacinotti: una pellicola che si muove, agile e cupa, in un paese triste. Può essere che la situazione descritta negli scarni e carichissimi 100 minuti di film, sia particolarmente tragica, però questa non è una storia fuori dalla cronaca locale. E' anche troppo dentro, è una vicenda che dal particolare, dalla provincia toscana (ma potrebbe essere anche lombarda o campana), scivola, in continuazione, nella situazione generale.
Una storia uscita dalla cantina della famiglia felice che campeggia nei cartelloni sulla statale. Una storia che entra nei gangli marci d'un vasto strato di società italiana. Un film che entra nella solitudine di un call-center, di un palabingo, d'un autogrill, nella solitudine di quelli che vanno a trans, a puttane, di quelli che hanno lavorato tre anni in America, eppoi sono tornati, chissà perché. Quelli che vanno alla processione della santa immacolata del paese, perché un miracolo è successo tanti anni fa e dimenticarlo sarebbe un peccato. Quelli che le donne sono tutte uguali.
L'Ultimo Terrestre fa anche ridere: sei lì che ridi, e, dopo un inizio spiazzante, ti sembra che la storia ti conceda una pausa di pace. Sei lì, in un'oasi di tormentato relax e cerchi di acchiappare l'ascensore cosmico per salire nella quinta dimensione: provi a respirare più profondamente, quasi mistico. Sei lì e provi a rilassarti, intanto arrivano gli alieni e non sembra una cosa più pericolosa di altre. Sembra una cosa strambamente comica, innocua, e invece, no.
Qui non è tranquillo nulla.
Gli alieni sono una questione che t'entra in casa. Portano la luce sui mostri che ti mangiano il fegato, fanno i conti in tasca al diavolo, gli alieni, prima o poi, arrivano, e ti scavano nel passato, che tu ci creda o non ci creda. Gli alieni non sono buoni e non sono cattivi, sono solo un po' più razionali, più pratici, più freddi.
Gli alieni non esistono: sono un efficace stratagemma filmico.
L'alieno del poster del film stringe in mano un cuore verde. Non si sa se il cuore è il suo cuore e poi se lo rimetterà dentro il petto, non si sa se questa sia solo una scenetta per farci vedere che il cuore ce l'ha pure lui. Oppure il cuore verde che l'alieno stringe in mano è il nostro cuore. Un cuore in confusione, perché questo è un film che ti mette le mani nello stomaco, questa è una storia d'amore, dell'amore che arriva negli angoli impossibili.
Questo articolo contiene 0 commenti.
Clicca qui per lasciare il tuo commento.