Vittorio
Cheirasco era un medico. Non uno di quei dottoroni con i baffi
all'umberta e l'aria da luminare sul piedistallo, capaci di
sentenziare senza nessuna emozione il prossimo destino dell'ammalato
ai parenti raccolti in attesa di una parola di speranza. Molto più
umilmente un piccolo medico condotto, con la borsa di cuoio
autarchico sdrucita, che visitava i pazienti a domicilio girando in
bicicletta, o più spesso a piedi, per i quartieri-dormitorio degli
operai, dalle parti di Porta Palazzo, nella Torino del secondo
dopoguerra.
Un
po' tracagnotto, collo basso e largo, robusto più che grassoccio
anzi in gioventù aveva un fisico che nelle foto di primo novecento,
in canottiera al circolo Ufficiali del regio esercito, non sfigurava.
Pare fosse un discreto boxeur ma soprattutto si dice che avesse mira
invidiabile al tirassegno. Al punto da essersi guadagnato il
nomignolo di ciec'adritta,
cieco-a-dritta per la sua abitudine di tenere chiuso l'occhio destro
incollando il sinistro al mirino della carabina.
Ma
ciò che davvero lo contraddistingueva era il suo testone grosso e
squadrato che tanto lo ostacolava nel suo unico vezzo in fatto di
vestire. Poteva infatti andare in giro con gli stessi pantaloni,
giacca e soprabito, sempre in piega e pulitissimi ma via via sempre
più lisi, per tutto l'inverno ma certo non faceva economia sul
cappello che doveva essere, quello sì, di buon taglio e ottimo
feltro. Gli piacevano i fedora con l'ala un po' più corta del
normale, foderate di seta all'interno e con la fascetta di seta alla
base della cupola.
Per
trovarli della sua misura e, cosa ancor più difficile, capaci di
alleggerire quel testone, si rivolgeva al miglior artigiano della
città che aveva bottega dal 1884 in via san Pio, scendendo
giù dai portici di via Nizza, appena fuori da Porta Nuova, verso il
lungopo e il parco del Valentino. Variani: cilindri, bombette e
feltri per uomo fatti su misura.
Più
che per spirito di servizio, il fatto di visitare a domicilio, era
dovuto al fatto che in casa non aveva uno straccio di stanzetta che
potesse essere adibita a studio (di uno studio indipendente neanche a
parlarne). Il suo non era certo un mestiere da far soldi, o forse sì
perché qualcuno dei suoi compagni di studi ci si era, se non
arricchito, quanto meno creato una posizione benestante. Ma di certo
non come lo intendeva lui. Le mutue non esistevano ed il quartiere,
già povero di suo, aveva accolto nel periodo tra le due guerre
l'immigrazione poverissima dal Sud Italia.
All'inizio
non
senza qualche difficoltà, poi pian piano le case di
ringhiera avevano svolto la funzione di armonizzatore sociale. Poveri,
piemontesi e meridionali, vivendo insieme su quei ballatoi sentivano
meno il senso di isolamento e scoprivano la possibilità di
condivisione della quotidianità. Le ringhiere erano il centro della
vita e il cortile su cui si affacciavano era il regno indiscusso dei
tantissimi bambini, poverissimi e cenciosi ma tutti allo stesso modo,
che era quasi come non esserlo nessuno.
La
porta del dottor Cheirasco, medico chirurgo, si apriva su un
soggiorno che accoglieva tutte le attività diurne della famiglia,
sino a sera quando diventava camera da letto per i figli. In più
c'era solo una cucina e una camera matrimoniale, e un bagnetto
miserevole che era già un lusso rispetto alle poche latrine
condivise tra gli altri occupanti della ringhiera, sui ballatoi o nei
vani scala.
Il
suo giro di visite cominciava al mattino e si snodava più lungo le
miserie e le povertà del quartiere che seguendo l'agenda degli
appuntamenti. Riempita più che dai malanni dagli scarti dei
colleghi. Diagnosi banalissime e sempre uguali, ammalato
di fame incapace a pagare.
A
parte pochi spiccioli di rimborso dall'Istuto Nazionale di Sanità,
metteva insieme solo qualche pollastro (vivo) da chi li teneva in
casa, più raramente qualche lepre o qualche beccaccia dai tanti
cacciatori e poi formaggi, salami, fiaschi di barbera e uova. E
chiacchere, quelle grazie a dio ricche e abbondanti da tutti.
Tanto
che del pranzo e della famiglia spesso si dimenticava. Solo
all'imbrunire, che d'inverno, con i fumi delle cucine a carbone a
ricoprire la città come un coltrone, potevano anche essere le
quattro del pomeriggio, il suo stomaco realizzava che forse era l'ora
di tornare a casa.
Prima
però c'era sempre un'ultima visita, il signor Pautasso da Avigliana,
ex operaio scelto alle Officine Grandi Riparazioni, catturato e
deportato in Germania da dove era tornato indietro con una gamba
zoppa e una moglie.
Sufficiente
l'una per garantirgli una pensioncina da due soldi e una sedia da
portiere in un elegante condominio di via Lagrange, e l'altra una
compagnia per il pranzo e la cena.
Un
po' perché reclamava sempre una nuova visita per la gamba, un po'
perché quel medico era l'unico che resisteva ad ascoltarlo, casa
Pautasso era sempre l'ultima tappa del giro di visite del dottor
Cheirasco.
Che
di solito veniva accolto dall'invito a scommettere sulle partite di
bocce al vicino sferisterio De Amicis, Andoma
a giughé al balôn (con
la o piemonteisa, chiusa). O, ahimè più raramente, invitato a
entrare in casa dove alla moglie bastava un'occhiata per capire che
quell'uomo, prima di ogni altra cosa e anche del bicchiere di Barbera
che il marito era lesto a mettere in tavola, aveva inequivocabile
bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. E allora da brava
piemontese, seppur d'adozione, le bastavano pochi minuti per mettere
in tavola una specie di merenda. La marenda sinòira come
aveva imparato a dire dalle vicine.
Aveva
sempre un bel pezzo di toma o bruss, d'estate qualche carpione,
salame cotto, acciughe al bagnet
vert,
peperoni di Carmagnola sotto vinaccia, qualche uovo sodo, un po' di
bollito della sera prima (anche quello in salsa verde) e una specie
di bruschetta in bianco che lì chiamano sòma
d'aj,
fatta con l'aglio di Caraglio.
La
marenda sinòira è stata l'antenata del nostro apericena, o del
brunch americano. Un rito nato al crepuscolo nelle campagne delle
Langhe alla prima luce del lume a petrolio. Che i contadini delle
Langhe consumavano per trascorrere in compagnia quelle ore che la
cura dei campi lasciavano libere prima che fosse ora di cena. Sulla
strada per il ritorno a casa si bussava ad un uscio per salutare un
amico e la padrona di casa metteva in tavola quelle piccole cose
quasi solo per accompagnare il fiasco di barbera o di dolcetto, Una
merenda che col passare delle ore diventava appunto sinòira,
da sina, cena in piemontese.
La
signora Pautasso, quando ormai l'ora di cena era quasi passata e quei
due non accennavano a separarsi, per dare il rompete le righe
ricorreva alla ferma gentilezza tedesca e metteva in tavola due
tazzine di Rumtopf
che
voleva proprio dire
basta lì per stasera è finita.
Usava
un grande vaso di terracotta (il Rumptopf appunto ) con un coperchio
a chiusura ermetica (lei lo sigillava volta per volta con la pasta di
pane) che si riempe progressivamente di frutta fresca e zucchero, 100
grammi per ogni 200 di frutta e si copre poi con un litro di rum
scuro.
Poi
ogni frutto che i campi offrivano col progredire della stagione
veniva lavato, asciugato, fatto a pezzi grossi e aggiunto al
composto. Cominciava in maggio con le fragole e proseguiva a giugno
con ciliege, more, pesche, albicocche, prugne, per poi passare a
settembre a pere, fichi, uva e finire a novembre con le arance.
Se
occorre aggiungendo dell'altro rum in modo che coprisse sempre il
tutto.
In
fondo si può cominciare anche a settembre e usare solo uva, pere,
mele e arance, volendo anche qualche fettina di ananas. L'importante
è fermarsi un mese prima di aprirlo definitivamente e offrirlo in
tavola.
Due
ciliegie e la mezza pesca in Rumtopf chiudevano la marenda sinòira
di casa Pautasso e il dottor Cheirasco faceva finalmente ritorno a
casa.
Dove
lo attendeva il broncio della moglie alla quale provava timidamente
ad inventare elenchi di malati immaginari da assistere, ottenendone
però in cambio sempre la stessa frase, rassegnata e comprensiva
insieme.
La
cativa lavandera a treuva mai la bona péra.
- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Terzo Girone. In cucina con Chourmo"
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