01/10/11 09:54 | autore: Chourmo Stampa

La cativa lavandera a treuva mai la bona péra 0

La marenda sinòira e il Rumtopf di Hannerose

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Vittorio Cheirasco era un medico. Non uno di quei dottoroni con i baffi all'umberta e l'aria da luminare sul piedistallo, capaci di sentenziare senza nessuna emozione il prossimo destino dell'ammalato ai parenti raccolti in attesa di una parola di speranza. Molto più umilmente un piccolo medico condotto, con la borsa di cuoio autarchico sdrucita, che visitava i pazienti a domicilio girando in bicicletta, o più spesso a piedi, per i quartieri-dormitorio degli operai, dalle parti di Porta Palazzo, nella Torino del secondo dopoguerra.

Un po' tracagnotto, collo basso e largo, robusto più che grassoccio anzi in gioventù aveva un fisico che nelle foto di primo novecento, in canottiera al circolo Ufficiali del regio esercito, non sfigurava. Pare fosse un discreto boxeur ma soprattutto si dice che avesse mira invidiabile al tirassegno. Al punto da essersi guadagnato il nomignolo di ciec'adritta, cieco-a-dritta per la sua abitudine di tenere chiuso l'occhio destro incollando il sinistro al mirino della carabina.

Ma ciò che davvero lo contraddistingueva era il suo testone grosso e squadrato che tanto lo ostacolava nel suo unico vezzo in fatto di vestire. Poteva infatti andare in giro con gli stessi pantaloni, giacca e soprabito, sempre in piega e pulitissimi ma via via sempre più lisi, per tutto l'inverno ma certo non faceva economia sul cappello che doveva essere, quello sì, di buon taglio e ottimo feltro. Gli piacevano i fedora con l'ala un po' più corta del normale, foderate di seta all'interno e con la fascetta di seta alla base della cupola.

Per trovarli della sua misura e, cosa ancor più difficile, capaci di alleggerire quel testone, si rivolgeva al miglior artigiano della città che aveva bottega dal 1884 in via san Pio, scendendo giù dai portici di via Nizza, appena fuori da Porta Nuova, verso il lungopo e il parco del Valentino. Variani: cilindri, bombette e feltri per uomo fatti su misura.

Più che per spirito di servizio, il fatto di visitare a domicilio, era dovuto al fatto che in casa non aveva uno straccio di stanzetta che potesse essere adibita a studio (di uno studio indipendente neanche a parlarne). Il suo non era certo un mestiere da far soldi, o forse sì perché qualcuno dei suoi compagni di studi ci si era, se non arricchito, quanto meno creato una posizione benestante. Ma di certo non come lo intendeva lui. Le mutue non esistevano ed il quartiere, già povero di suo, aveva accolto nel periodo tra le due guerre l'immigrazione poverissima dal Sud Italia.

All'inizio non senza qualche difficoltà, poi pian piano le case di ringhiera avevano svolto la funzione di armonizzatore sociale. Poveri, piemontesi e meridionali, vivendo insieme su quei ballatoi sentivano meno il senso di isolamento e scoprivano la possibilità di condivisione della quotidianità. Le ringhiere erano il centro della vita e il cortile su cui si affacciavano era il regno indiscusso dei tantissimi bambini, poverissimi e cenciosi ma tutti allo stesso modo, che era quasi come non esserlo nessuno.

La porta del dottor Cheirasco, medico chirurgo, si apriva su un soggiorno che accoglieva tutte le attività diurne della famiglia, sino a sera quando diventava camera da letto per i figli. In più c'era solo una cucina e una camera matrimoniale, e un bagnetto miserevole che era già un lusso rispetto alle poche latrine condivise tra gli altri occupanti della ringhiera, sui ballatoi o nei vani scala.

Il suo giro di visite cominciava al mattino e si snodava più lungo le miserie e le povertà del quartiere che seguendo l'agenda degli appuntamenti. Riempita più che dai malanni dagli scarti dei colleghi. Diagnosi banalissime e sempre uguali, ammalato di fame incapace a pagare.

A parte pochi spiccioli di rimborso dall'Istuto Nazionale di Sanità, metteva insieme solo qualche pollastro (vivo) da chi li teneva in casa, più raramente qualche lepre o qualche beccaccia dai tanti cacciatori e poi formaggi, salami, fiaschi di barbera e uova. E chiacchere, quelle grazie a dio ricche e abbondanti da tutti.

Tanto che del pranzo e della famiglia spesso si dimenticava. Solo all'imbrunire, che d'inverno, con i fumi delle cucine a carbone a ricoprire la città come un coltrone, potevano anche essere le quattro del pomeriggio, il suo stomaco realizzava che forse era l'ora di tornare a casa.

Prima però c'era sempre un'ultima visita, il signor Pautasso da Avigliana, ex operaio scelto alle Officine Grandi Riparazioni, catturato e deportato in Germania da dove era tornato indietro con una gamba zoppa e una moglie. Sufficiente l'una per garantirgli una pensioncina da due soldi e una sedia da portiere in un elegante condominio di via Lagrange, e l'altra una compagnia per il pranzo e la cena.

Un po' perché reclamava sempre una nuova visita per la gamba, un po' perché quel medico era l'unico che resisteva ad ascoltarlo, casa Pautasso era sempre l'ultima tappa del giro di visite del dottor Cheirasco.

Che di solito veniva accolto dall'invito a scommettere sulle partite di bocce al vicino sferisterio De Amicis, Andoma a giughé al balôn (con la o piemonteisa, chiusa). O, ahimè più raramente, invitato a entrare in casa dove alla moglie bastava un'occhiata per capire che quell'uomo, prima di ogni altra cosa e anche del bicchiere di Barbera che il marito era lesto a mettere in tavola, aveva inequivocabile bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. E allora da brava piemontese, seppur d'adozione, le bastavano pochi minuti per mettere in tavola una specie di merenda. La marenda sinòira come aveva imparato a dire dalle vicine.

Aveva sempre un bel pezzo di toma o bruss, d'estate qualche carpione, salame cotto, acciughe al bagnet vert, peperoni di Carmagnola sotto vinaccia, qualche uovo sodo, un po' di bollito della sera prima (anche quello in salsa verde) e una specie di bruschetta in bianco che lì chiamano sòma d'aj, fatta con l'aglio di Caraglio.

La marenda sinòira è stata l'antenata del nostro apericena, o del brunch americano. Un rito nato al crepuscolo nelle campagne delle Langhe alla prima luce del lume a petrolio. Che i contadini delle Langhe consumavano per trascorrere in compagnia quelle ore che la cura dei campi lasciavano libere prima che fosse ora di cena. Sulla strada per il ritorno a casa si bussava ad un uscio per salutare un amico e la padrona di casa metteva in tavola quelle piccole cose quasi solo per accompagnare il fiasco di barbera o di dolcetto, Una merenda che col passare delle ore diventava appunto sinòira, da sina, cena in piemontese.

La signora Pautasso, quando ormai l'ora di cena era quasi passata e quei due non accennavano a separarsi, per dare il rompete le righe ricorreva alla ferma gentilezza tedesca e metteva in tavola due tazzine di Rumtopf che voleva proprio dire basta lì per stasera è finita.

Usava un grande vaso di terracotta (il Rumptopf appunto ) con un coperchio a chiusura ermetica (lei lo sigillava volta per volta con la pasta di pane) che si riempe progressivamente di frutta fresca e zucchero, 100 grammi per ogni 200 di frutta e si copre poi con un litro di rum scuro.

Poi ogni frutto che i campi offrivano col progredire della stagione veniva lavato, asciugato, fatto a pezzi grossi e aggiunto al composto. Cominciava in maggio con le fragole e proseguiva a giugno con ciliege, more, pesche, albicocche, prugne, per poi passare a settembre a pere, fichi, uva e finire a novembre con le arance.

Se occorre aggiungendo dell'altro rum in modo che coprisse sempre il tutto.

In fondo si può cominciare anche a settembre e usare solo uva, pere, mele e arance, volendo anche qualche fettina di ananas. L'importante è fermarsi un mese prima di aprirlo definitivamente e offrirlo in tavola.

Due ciliegie e la mezza pesca in Rumtopf chiudevano la marenda sinòira di casa Pautasso e il dottor Cheirasco faceva finalmente ritorno a casa.

Dove lo attendeva il broncio della moglie alla quale provava timidamente ad inventare elenchi di malati immaginari da assistere, ottenendone però in cambio sempre la stessa frase, rassegnata e comprensiva insieme.

La cativa lavandera a treuva mai la bona péra.

- Leggi i precedenti articoli della rubrica "Terzo Girone. In cucina con Chourmo"

Bombe a Brindisi. Don Ciotti: "Attacco alla società civile" - di

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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