Esce l'11 ottobre il settimo album, secondo in italiano, della rock band pisana. Ico Gattai ha intervistato per Pisanotizie Andrea Appino, voce e autore degli Zen Circus.
Come mai avete scelto una copertina così
truce e alienante?
E' venuta da sé. Oppure,
potrei risponderti con parole mie in un pezzo di questo disco: "un
outlet infinito è ciò che meritate".
Il
titolo " Nati per Subire" ha un'origine precisa?
Nato per subire me lo scrivevano
alle scuole medie sulla sella del motorino.
Il primo video tratto dal nuovo disco finisce con te
che ti baci a lingua sciolta con un novello Gesù
Cristo sudato. Com'è andata in realtà?
Abbastanza male. Il tipo
era omofobo, ossia un gay represso. Era tutto in paranoia.
Nelle vostre canzoni torna
spesso il tema della religione, come fumo negli occhi.
Lasciatelo dire: Dio non
esiste.
Passiamo oltre, che sul divino ci s'impantana..
"Lo stadio è pieno di ragazzi coraggiosi / l'amico morto
è il santino dei tifosi" - anche per
stare alla larga dalla fede calcistica,
non usi troppa diplomazia.
Diplomazia non so chi tu
sia. Qualche tempo fa, per una misteriosa ragione, eravamo diventati
gli idoli di un gruppo di tifosi della Lazio. E i laziali, insomma,
come dire, tendenzialmente non brillano per la difesa dei diritti umani.
Per un po' la cosa c'ha fatto ridere, poi il nostro bassista Ufo
ha pensato bene di suonare a Roma con una scritta sulla canottiera:
‘Dux me lo Sux'.
In
un altro pezzo del disco canti " Ragazzi in cerchio e una chitarra
suona / la democrazia semplicemente non funziona". Ti riferisci al fatto che,
nella terribile adolescenza, chi impara per primo
"wish you were here" con la chitarra,
ha un potere dittatoriale sulle ragazze
nel poco magico cerchio?
La cosa della democrazia
che non funziona è un'espressione del nostro batterista Karim, in
riferimento ai momenti difficili nella vita sociale di un gruppo rock
come il nostro, sempre in giro a suonare. Poi, certo, le interpretazioni
si moltiplicano in automatico. La cosa del cerchio con la chitarra che
suona mi fa venire in mente gli eterni scimmiottamenti degli episodi
più raccapriccianti del cantautorato italiano, un mondo che m'ha
sempre lasciato indifferente, per usare un eufemismo. Anche se c'è
una specie di tradizione-maledizione che mi avvicina a Fabrizio De André,
mia nonna si prostituiva vicino a via del campo, a Genova.
Genova... la prima
volta che ti sentii cantare in italiano pensai: ma guarda
‘sto stronzo dell'Appino che fa finta di essere torinese e stringe
la "e" come uno sfattone della Valtellina. Invece poi scoprii che
eri mezzo genovese. Ora abiti a Livorno, che per un pisano
è un simpatico paradosso.
Io certe cose le sento nelle
città di mare. Livorno, Napoli, Genova, Trieste.
Ti segnalo
il titolo della recensione di Nati per Subire su XL di Repubblica: "Ecco una bandiera punk'n'roll per gli indignados d'Italia".
Non ti viene da vomitare a leggere roba tipo questa?
In effetti come titolo non
è il massimo. Però sai com'è, chi non ci conosce ha bisogno di
riferimenti forti.
Nel disco c'è una bella
truppa di ospiti.
Ospiti nel disco e amici
nella vita: Ministri, Giorgio Canali, Dente, Enrico Gabrielli, Alessandro
Fiori, Nicola Manzan, Il Pan Del Diavolo, Tommaso Novi dei Gatti Mézzi
e Francesco Motta dei Criminal Jokers. Senza dimenticare Ivan A. Rossi:
molto di più d'un semplice tecnico del suono. Nati per Subire ce
lo siamo fatti da soli, senza produttore artistico, nell'urgenza urticante
di raccontare questo paese malato, raccontarlo attraverso canzoni, flash
veloci, senza volontà di spiegare nulla a nessuno. E' il nostro disco
new wave, condito con elementi di eretico cantautorato italiano. Se
canti in italiano, chiunque ti ascolta, almeno all'inizio, ti paragona
a questo o quello, è inevitabile. Per un po' c'hanno paragonato
a Rino Gaetano, forse per l'irreverenza giocherellona di pezzi come
"Figlio di Puttana". Comunque sia, abbiamo cercato di tritare finemente
queste influenze italiote, in maniera da mantenere denso e senza grumi
l'impasto di folk e di indie-rock americano che ci caratterizza da
sempre.
C'è un pezzo del disco,
"Franco", che mi convince poco, il modo di cantare
è roba da pere nei giardini della centrale elettrica. Poi però, subito
dopo, segue il pezzo che mi piace di più,
"Milanesi al Mare".
"Milanesi al mare" è
un buffo incontro saltellante tra i Righeira e i Talking Heads. In quanto
a quello che dici di "Franco", francamente, non sono d'accordo.
La traccia-fantasma che
chiude il disco scolpisce in poche frasi un italiano medio: drogato,
indebitato e rincoglionito. Senza futuro. Col megaschermo
e le calze bucate. Ma da quant'è che sei diventato così tragico?
Io tragico? No davvero. Io
sono allegro. E sono innamorato.
Guarda il video di "La democrazia semplicemente non funziona"
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