C'è una valigia piena di fogli, dattiloscritti, appunti, faldoni e cartelline, trenta chili in tutto, che va a fuoco. E non è un'immagine dedotta da un romanzo, ma il "simbolo" dal quale è mosso nella giornata di venerdì 21 ottobre l'intervento di apertura di Gao Xingjian, premio Nobel per la Letteratura, che ha così inaugurato la nona edizione del Pisa Book Fstival.
Quasi una prolusione quella di Gao, dedicata a "Letteratura e libertà", durante la quale il poeta, romanziere, scenografo, regista e pittore cinese di natali e cittadino francese dagli anni Novanta, ha ripercorso le tappe della sua carriera e della sua storia personale, in compagnia di Simona Polvani e di Antonietta Sanna, traduttrice dal francese quest'ultima, dei testi teatrali "Il sonnanbulo", "Il mendicante di morte" e "Ballata notturna", tutti compresi nel volume edito da Ets Editore di Pisa e presentato proprio durante questa edizione del Pisa Book Festival.
Garbato e assorto come sempre durante le sue apparizioni pubbliche, Gao Xingjian ha ricordato il suo esilio volontario in Francia in seguito ai fatti di piazza Tian An Men, esito quasi inevitabile di una vita in fuga, tutta dedicata all'arte e alle sue molteplici espressioni. "Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia aperta, nella quale convivevano tradizione e apertura all'Occidente. Quando arrivai la prima volta in Francia, per essere un intellettuale nato e cresciuto culturalmente in Cina, avevo letto già moltisismo della letteratura europea".
Poi, il ricordo della scoperta della pittura, aspetto determinante per comprendere a fondo il genio totale di Gao: "Ho cominciato a dipengere a dodici anni. Ed è forse per questa precocità che ho appreso da subito quanto fosse ingiusto frapporre confini di qualsiasi tipo nell'espressione artistica".
"Negli anni del liceo, in Cina durante gli anni della Rivoluzione Culturale - così racconta Gao - avevo già un mio giudizio di valore sulla letteratura e sull'arte in generale. E questo mi pose subito in una condizione di pericolo rispetto ai tempi che vivevamo allora. Portavo i miei manoscritti presso alcuni autori di quegli anni, ma tutti mi consigliavano non inviarli agli editori e di tenerli nascosti, perché mi avrebbero senz'altro messo nei guai".
Ecco, allora, emergere dal fondo della memoria quella valigia di trenta chili andata in fumo. A chi gli domanda che fine abbiano fatto quei testi, Gao risponde: "A cosa serve saperlo? Ho così tante cose ancora da scrivere che non ho tempo di pensare a ciò che è andato distrutto".
Gli anni più duri del regime maoista hanno significato per Gao continue censure ai suoi testi e una latente condizione di quotidiano controllo da parte degli organismi preposti: "Mi chiedo quando ci sbarazzeremo delle ideologie del XX Secolo, soprattutto di quelle che lo hanno devastato, annullato".
In conclusione, una riflessione sulla fuga omaggia uno dei suoi testi teatrali più letti e tradotti, appunto, "La fuga" del 1990 (tradotta in italiano da Simona Polvani): "Per essere davvero liberi bisogna andare ovunque e si ha il dovere morale di fuggire quando si è oppressi, schiacciati da un potere superiore, violento. La fuga è un fenomeno che solo in parte riguarda il corpo, esso concerne in misura maggiore la mente, perché è un atto di libertà".
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