Sabato 17 dicembre ore 15 Piazza Dalmazia. Migliaia di persone arrivano nel luogo dove è stata compiuta la "strage di Firenze", una delle nuove pagine buie del nostro paese: due omicidi di stampo fascista e razzista a opera del neo-nazista Gianluca Casseri. Lì si trovavano Mor Diop e Samb Modou ,martedì mattina, quando sono stati freddati dal militante di estrema destra.
C'è chi porta fiori, chi lascia dei biglietti, tanti i cartelli di solidarietà dei commercianti della zona. C'è dolore, frustrazione, rabbia per quanto è successo. Tanti i modi in cui i fratelli e le sorelle di Mor e Samb lo esprimono: chi in silenzio, chi cantando, chi solo stringendosi per mano con chi ha vicino, chi urlando: "assassini", "razzisti", ma tutti uniti a esprimere la propria indignazione, a ribadire che occorre un'altra politica sull'immigrazione e contro la xenofobia.
Si può morire in Italia nel 2011 per il colore della propria pelle? E' questa una delle domande che risuona centinaia e centinaia di volte in tutto il corteo, un corteo immenso, al di là di ogni aspettativa. Oltre 20 mila persone a dire: "Basta", "No al razzismo" "Chiudete Casa Pound". La comunità senegalese si è mossa da tutta Italia e anche la città di Firenze ha risposto per affermare che "non è stato il gesto di un folle, ma un omicidio pianificato, nato dentro una cultura contro la diversità, le cui centrali in Italia sono state sottovalutate".
Tante le magliette “No al razzismo”, tante le bandiere del Senegal a ribadire da parte di tutti i migranti la dignità di un popolo per le proprie origini e la propria cultura. Un corteo in cui la mescolanza è il tratto distintivo. Tante le associazioni e i movimenti antirazzisti presenti, tanti gli esponenti di altre comunità migranti che sono scesi in piazza con la comunità senegalese. Si reclamano "diritti, lavoro, dignità", l'abolizione della legge "Bossi-Fini" e del reato di clandestinità, si chiedono "spazi per gli ambulanti per poter lavorare" e la "chiusura dei Cie".
La strage di Firenze è una ferita che sarà difficile rimarginare, e chi è in piazza ricorda quanto accaduto negli anni passati, dai morti di Castelvolturno del settembre del 2008 quando la camorra uccise 6 migranti, all'uccisione di Jerry Maslo a Villa Literno nel 1989.
E' composto il corteo, per lo più silenzioso, tanti i cartelli in cui si ribadisce che "Siamo tutti fratelli", che "La differenza è una ricchezza". Le uniche contestazioni sono al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che viene spesso apostrofato lungo il corteo, e che alla fine non salirà neppure sul palco finale, lasciando al presidente del consiglio comunale la rappresentanza della città. Presenti anche i segretari nazionali del Pd, Pierluigi Bersani, di Sel, Nichi Vendola, del Prc, Paolo Ferrero, e del Fiom, Maurizio Landini.
La manifestazione si muove a passo veloce e verso le 17 arriva a Santa Maria Novella. Qui la piazza si riempie integralmente e parte del corteo non riesce ad entrare. C'è tensione, dolore, c'è chi racconta dal palco la storia di Mor e Samb, e chi fa vedere i cartelli dei fratelli uccisi. Tanti vogliono prendere la parola, fare sentire la loro voce, dire: "Basta alla discriminazione e violenza quotidiana che si subisce".
E' Pap Diaw, della comunità senegalese della Toscana, tra i primi a parlare: "Questa è una giornata di dolore e di riflessione collettiva. Oggi Firenze e tutti insieme abbiamo saputo dire 'no', 'noi non ci stiamo', 'non si può morire così', ma questa solidarietà non può durare un solo giorno, occorre voltare pagina, per cui non tollereremo più campagne elettorali fatte sulla pelle dei migranti".
"La politica italiana ha una grande responsabilità - prosegue - perché occorre fermare l'ideologia razzista, chiudere casa Pound. L'Italia non può dimenticare il suo passato, la sua storia antifascista. Mentre ci sono partiti che fanno della xenofobia e della violenza contro i migranti il loro credo. Noi chiediamo al Governo una vera e concreta lotta contro il razzismo".
A prendere la parola è poi il Presidente della Regione, Enrico Rossi. "Cari amici senegalesi - ha esordito il presidente Rossi - voglio prima di ogni cosa ringraziarvi a nome di tutti i democratici per averci invitato, e per averci consentito di ritrovare con voi la nostra anima democratica. Dobbiamo parlare il linguaggio della verità e domandarci se le istituzioni abbiano combattuto con sufficiente rigore il razzismo. Non penso che sia così. Sentiamo troppo spesso ripetere una parola: follia. Non è così. Quanto è accaduto è frutto di una cultura, di una ideologia che spingono alla violenza fascista e razzista".
"In tutta Europa - ha proseguito Rossi - sta emergendo il terrorismo razzista, un clima preoccupante alimentato dalla paura del diverso, in cui si scaricano le frustrazioni di una fortezza in declino. Non abbiamo più molto tempo. C'è stata troppa tolleranza, tutta una politica ha costruito la sua fortuna sul razzismo. Dobbiamo essere chiari ed erigere un muro alto e forte contro le discriminazioni e il razzismo: la presenza dei migranti tra noi è stata troppo a lungo vissuta come una questione di ordine pubblico, come un'invasione o una usurpazione. Abbiamo una legge voluta per punire la clandestinità che va abolita, perché tiene nell'angoscia migliaia di giovani e perché punisce una condizione, non dei reati".
"Chiedo al presidente Napolitano - ha detto ancora Rossi - di riconoscere ai tre senegalesi feriti la cittadinanza italiana, come atto concreto di riconciliazione con la loro comunità. Credo anche che i bambini di genitori stranieri che nascono in Italia dovrebbero essere subito italiani e credo che il fatto che il 10% della forza lavoro del nostro paese non abbia diritto di voto costituisca un regresso per la democrazia. E infine è ora di dire basta con le parole malate, vucumprà, extracomunitario, clandestino, badante: facciamo pulizia anche con le parole".
Tante sono le voci che si susseguono dall'applauditissima rappresentante del partito di opposizione in Senegal, all'ambasciatore senegalese, a Ferrero a Landini.
Dalla piazza viene una forte domanda di giustizia per ciò che è successo, perché quei morti non cadano nel dimenticatoio. Il riconoscimento dei diritti di cittadinanza è fortissima da chi ogni giorno vive l'esclusione e la discriminazione. A chiudere la manifestazione è una preghiera dell'imam di Firenze.
La piazza si scioglie, si torna nelle proprie città di provenienza, nelle proprie case, con la consapevolezza che tutto non "potrà essere più come prima", "non dovrà essere come prima", perché in quella piazza nell'Italia del 2011 Mor e Samb sono morti per il colore della loro pelle, uccisi dalla violenza fascista e razzista.
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