"Vogliamo la verità, il mare non e' una discarica". Circa duecento persone, ieri 8 gennaio, al Porto Mediceo di Livorno, hanno sostenuto con forza questo messaggio alla manifestazione organizzata per chiedere spiegazioni sull'incidente accaduto alla nave "Venezia" il 17 dicembre scorso. Partita da Catania per Genova in condizioni meteorologiche particolarmente avverse, con mare in tempesta a forza dieci e onde alte svariati metri, la nave cargo del gruppo "Grimaldi Lines" ha perso in mare, a nord dell'isola di Gorgona, due semirimorchi con circa 200 bidoni contenenti rifiuti tossici - non ancora recuperati.
Dietro questo appello si sono raccolti ieri i diversi volti della protesta che ha riunito numerosi cittadini oltre ai partiti locali (Sel, Rifondazione Comunista, Idv, Verdi) a svariate sigle di comitati ambientalisti (Cittadini Ecologisti, No al Rigassificatore, Legambiente, Greenpeace) e alle organizzazioni sindacali (Cobas, Unicobas, Usb).
Una vicenda che presenta diversi lati oscuri tutti da chiarire. Due, in particolare, i punti più importanti: come mai un cargo veloce che trasporta sostanze a base di ossido di cobalto e di molibdeno decide di partire da Catania per Genova in condizioni di viaggio così rischiose? E perché, dopo la perdita del carico denunciata alla Capitaneria di Porto dal comandante del cargo all'arrivo nel porto ligure, la notizia dell'incidente è stata trasmessa con ben dodici giorni di ritardo alle autorità interessate, come ad esempio al Comune di Livorno?
«Ci sono stati ritardi difficili da spiegare. La sensazione che abbiamo è che neppure le autorità marittime sappiano bene che cosa sia successo - spiega Alessandro Giannì, responsabile delle campagne di Greenpeace Italia -. Si tratta di una grave circostanza che ci preoccupa molto. Devono dirci come intendono recuperare questi fusti, che cosa contengono esattamente e che pericoli ci sono per il mare e la catena alimentare».
Nel frattempo la "Grimaldi Lines" ha comunicato di aver contattato una ditta specializzata in ricerche subacquee a grande profondità per recuperare i fusti dispersi che dovrebbero giacere a centinaia di metri di profondità nel mezzo dell'area protetta del Santuario internazionale di mammiferi marini Pelagos. Un posto che negli ultimi tempi è diventato un luogo "privilegiato" per disperdere in mare veleni di ogni tipo.
"Non vogliamo un'altra Moby Prince" sostengono con decisione i manifestanti che hanno voluto ricordare la tragedia irrisolta di oltre venti anni fa. Tra i partecipanti anche alcuni esponenti delle forze di maggioranza del Comune di Livorno (Idv, Sel, Pd). L'intervento di Arianna Terreni, consigliera di maggioranza del Comune di Livorno, è stato contestato da diversi manifestanti. «Anche noi - ha ribadito la Terreni durante la protesta - vogliamo che questa storia non finisca nel silenzio e porteremo la protesta all'interno delle istituzioni. Più voci saremo, più risposte potremo avere».
"Non è possibile - sostiene Giannì - che in un'area che si ritiene protetta come il Santuario dei Cetacei, con accordo internazionale ratificato dall'Italia più di 10 anni fa, ci si trovi ancora a questo punto. Greenpeace ha denunciato lo stato vergognoso del Santuario dei Cetacei dimostrando la contaminazione delle sogliole e di varie zone dei fondali del Santuario. Da Toscana e Liguria abbiamo ottenuto la convocazione di un tavolo tecnico per avviare finalmente una gestione seria. I problemi del Santuario sono noti e sicuramente i trasporti sono una parte".
Durante la manifestazione di ieri si è ipotizzata l'organizzazione per fine febbraio di un convegno internazionale "di tutti i popoli che si affacciano sul mar Mediterraneo per controllare e vigilare sugli organismi istituzionali che dovrebbero tutelare l'ambiente".
La magistratura intanto ha aperto un'inchiesta sull'accaduto.
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