Proseguendo il nostro viaggio nelle religioni (e non solo) a Pisa, incontriamo Armando Castro, esponente della Comunità Ebraica pisana di cui è stato presidente per dieci anni, in due successivi mandati, fino al 2003, quando gli è succeduto l'attuale presidente, Guido Cava.
Gli abbiamo rivolto alcune domande sulla storia della presenza ebraica nella nostra città: una lunga storia su cui è stato pubblicato nel 2010 da Pacini il libro "1150 anni" di Paolo Orsucci e Chiara Giannotti.
Castro ci racconta innanzitutto della sua famiglia: un racconto davvero sorprendente e affascinante, tanto che lui stesso si sente figlio di quello che non esita a definire un "miracolo". I genitori - la madre polacca e il padre siciliano - si sono incontrati nel 1945, reduci entrambi da un campo di concentramento in cui la madre si trovava perché ebrea e il padre come prigioniero di guerra. Castro si sofferma sulle circostanze del loro incontro e sul loro successivo trasferimento in Italia e in particolare, dal 1951, a Pisa.
"Mia madre aveva un pessimo ricordo dei polacchi - aggiunge - perché non l'hanno aiutata di fronte alla furia nazista: le sue compagne di scuola, le sue amiche polacche, i clienti della bottega del padre, il postino stesso, non hanno fatto niente eccetto che sfruttare il bisogno. Dai tedeschi non si aspettava niente, erano il nemico, ma dai polacchi... tanto che anch'io sono stato in Polonia, per la prima volta, soltanto lo scorso anno in occasione della Giornata della Memoria. Non c'ero mai stato prima perché avevo assimilato da mia madre il rifiuto di quella terra che pure era la sua terra di origine."
Come vede la presenza dei cittadini di religione ebraica oggi, a Pisa?
È una presenza antichissima: pensi che quella pisana è la seconda Comunità più antica in Italia, con una presenza costante, dopo quella di Roma: ce n'erano altre, è vero, ma oggi purtroppo sono scomparse. La presenza nel territorio pisano è attestata fin dall'859 grazie a un atto rogato in cui si parla di un Donato "ex genere Ebreorum", in prossimità di S. Miniato.
Il più antico insediamento in città è da collocarsi nella zona compresa tra le attuali vie San Frediano e Pasquale Paoli: qui si trovava, appunto, il Chiasso dei Giudei.
Pisa però, come Livorno, non ha mai avuto un ghetto.
Qual è dunque la storia degli ebrei a Pisa?
La Comunità Ebraica a Pisa si è sviluppata fin da quando la città era una repubblica marinara e costituiva un ponte fra Oriente e Occidente. Durante l'Inquisizione la Comunità è cresciuta grazie a una forte immigrazione sefardita da Spagna e Portogallo, sia a Pisa che a Livorno.
L'attuale sinagoga risale alla fine del secolo XVI, esattamente al 1596; fu trasformata una prima volta nel 1785 e interamente ristrutturata nel 1863 in occasione della ristrutturazione generale del quartiere di San Francesco all'indomani della proclamazione del Regno d'Italia: l'architetto fu Marco Treves, che poi progetterà anche la sinagoga di Firenze.
E la situazione odierna?
Attualmente gli ebrei a Pisa sono 250-300, di cui gli iscritti alla Comunità sono circa 100. Numeri che sono perfettamente in linea con quelli nazionali: in Italia su 60 milioni di abitanti, gli ebrei sono 30.000.
Gli ebrei oggi sono integrati con la città, e vivono naturalmente le stesse opportunità e gli stessi disagi di tutti i cittadini, anche dal punto di vista lavorativo.
La religione è sentita e praticata?
Come succede anche per le altre religioni, molti non sono praticanti. Anche se poi nelle grandi feste ebraiche ci ritroviamo sempre tutti. Teniamo molto alle feste, tra cui le più importanti sono Rosh ha-Shanà, il Capodanno, lo Yòm Kippùr, il giorno dell'espiazione e del ravvedimento dei peccati commessi, il Pèsach, la Pasqua ebraica in cui si ricorda la fuga dall'Egitto.
Le festività si collocano all'interno del calendario ebraico che si basa sul ciclo lunare, un sistema di misurazione del tempo tra i più antichi.
Quale apporto può dare la vostra religione all'umanità oggi?
Credo un contributo di tolleranza, perché la nostra religione ha solo due dogmi di base. Il primo è la concezione della divinità come "unica ed indefinibile". Il secondo recita: "Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te". Per il resto, è vero che ci sono i 10 comandamenti e 613 precetti, ma questi sono per lo più prescrizioni morali e di comportamento, e non dogmi. Il fanatismo si può annidare dappertutto, soprattutto nell'ignoranza e nel rifiuto della cultura: ma la nostra religione è di per sé cultura, studio. In Polonia e in tutti i paesi dell'est Europa, dove la lingua era l' Yiddish, una sorta di tedesco scritto con caratteri ebraici, la sinagoga veniva chiamata "schul", scuola, perché per un ebreo la cultura era la cosa più importante: doveva infatti saper leggere. L'analfabetismo da noi era pressoché sconosciuto, ed anche le donne dovevano andare a scuola poiché è attraverso di loro, le mamme, che i bambini apprendono i primi rudimenti della cultura ebraica.
E poi c'è tanta gioia di vivere: siamo noi che abbiamo inventato il week-end! Secondo la Bibbia il settimo giorno il Creatore si riposò, quindi anche per noi il Sabato deve essere dedicato al riposo e al Signore: il Sabato per noi è il giorno più sacro, quello dedicato alla preghiera, che, ripeto, non è una vera preghiera, un'invocazione, ma una scusa per studiare, per imparare, per raccogliersi insieme ad altri ebrei. C'è un detto che dice che "il Sabato ogni ebreo deve sentirsi un re!". Se lo immagina uno schiavo che ai tempi antichi si fosse rifiutato di lavorare di Sabato? Eppure così è stato. Sarà povero, ma quel giorno deve sentirsi felice; deve accantonare tutte le preoccupazioni. E se un estraneo bussa alla tua porta, dividi con lui ciò che hai perché "così ricorderai che anche tu sei stato estraneo in terra straniera".
La nostra non è solo una religione, ma una vera e propria cultura che investe tutti gli aspetti della vita quotidiana: abbiamo 613 "mitzvot", precetti, che regolano anche gli aspetti più intimi. E' per questo che reputo la religione ebraica una cultura e come tale fondamentalmente aperta.
Come si spiega che su una popolazione mondiale di oltre 7 miliardi di abitanti siamo una minoranza di appena 30 milioni e abbiamo dato un contributo di scoperte, invenzioni, idee sproporzionato rispetto al numero? Basti pensare all'alta percentuale di ebrei che ci sono fra i premi Nobel.
Del resto anche nella nostra città gli ebrei si sono spesso distinti per il loro impegno civile e politico: forse non tutti sanno che Mazzini venne a Pisa perché ospitato dalla famiglia Rosselli. E voglio ricordare Alessandro D'Ancona, che fu prima professore all'Università, poi sindaco di Pisa dal 1906 al 1907 e Senatore del Regno; o il grande psichiatra Silvano Arieti, che dovette scappare negli Stati Uniti per via delle leggi razziali; o, più recentemente, i fratelli Pontecorvo, Bruno, fisico di fama mondiale e Gillo, regista. E due rinomati artisti di oggi: il musicista Piero Nissim e il pittore Daniel Schinasi, fondatore del Neofuturismo.
Una delle Massime dei Padri è quella che ci ricorda di vivere "qui e adesso", per cui vorrei concludere ricordandola:
"Se non vivo io per me, chi vivrà per me?
E se non vivo con gli altri, che cosa sono io?
E se non ora, quando?"
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