Parlare di razzismo con chi lo subisce, indagare il significato delle 'Parole Sporche' che classificano le persone insieme a chi se le ritrova addosso, magari senza neppure conoscerle. Un incontro che si è trasformato in dibattito e workshop, dove l'italiano si è mescolato al francese, all'arabo, al wolof e ad altri dialetti.
Protagonisti, i ragazzi della casa di accoglienza di Capannori a Lunata, gli educatori e gli assistenti sociali che ci lavorano e due giornalisti abituati a riflettere su questi temi: Lorenzo Guadagnucci di Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno) e Giulio Sensi della Fondazione Volontariato e Partecipazione, che ha coordinato il dibattito. L'iniziativa fa parte del programma di 'Mosaici 2012' che si occupa dell'integrazione tra cittadini italiani e stranieri nel Comune di Capannori.
Ogni giorno il mondo dei media tratta notizie riguardanti cittadini di nazionalità diverse residenti in Italia, perlopiù in merito a fatti di cronaca nera, fra delitti e reati vari. Con quali parole il giornalismo italiano racconta all'opinione pubblica questi fatti? Se lo è chiesto Lorenzo Guadagnucci, che ha fondato il gruppo Giornalisti contro il razzismo e ha scritto un libro, "Parole Sporche", nel quale passa in rassegna le espressioni comuni e il modo stereotipato usati per parlare degli immigrati.
E allora, eccoli i clandestini, quelli arrivati sui barconi, chi dalla Libia, chi dalla Tunisia. Sono proprio i ragazzi, tutti giovani, che sono ospitati a Capannori. Guardando le immagini di uno dei tanti sbarchi avvenuti l'anno scorso, loro riconoscono subito Lampedusa. Alcuni sono fuggiti dalla Libia dove lavoravano fino allo scoppio della guerra, altri hanno lasciato una Tunisia tanto bella quanto povera nelle zone al di fuori del circuito del turismo.
"L'arrivo di qualche centinaia di profughi è stato, per molti mesi, l'apertura di tutti i telegiornali e ogni giorno si trattava di un'emergenza, legata sempre alla sicurezza. Seguivano poi il duro commento del ministro dell'Interno e quello più blando di un rappresentante dell'opposizione", fa notare Guadagnucci. "Ma ciò che contava non era la storia di quelle persone, bensì il pericolo che potevano rappresentare per il nostro paese."
L'etimologia della parola clandestino rimanda a qualcuno che si nasconde e in Italia viene usato come appellativo per chi non ha il permesso di soggiorno. Manu Chao dedicò a questa condizione una celebre canzone nel 2000. In Francia vengono chiamati Sans Papier (senza documenti), più neutro e oggettivo, che si può tradurre con irregolare, privo di un regolare permesso di soggiorno.
Di solito viene usato pure il termine extracomunitario che, erroneamente, spesso si attribuisce anche ai romeni e ad altri popoli ormai entrati nell'Unione Europea. Non si usa mai, invece, per quei cittadini provenienti da paesi ricchi e democratici, quali gli USA, l'Australia, la Svizzera e così ha assunto caratteristiche spregiative. Ancora di più possiamo dire per vu cumprà, forse ora passato di moda ma che è stato molto diffuso negli anni Ottanta e Novanta.
"Il termine più giusto, a pensarci bene, è il semplice persona, che li comprende tutti", puntualizza Guadagnucci, che però avverte: "In Italia i media insistono nell'etnicizzazione dei reati", come si è visto anche in alcuni recenti fatti di cronaca, da Roma a Torino. E' il cliché del nomade stupratore che non può non essere tale. Partendo da questo presupposto, il 9 dicembre scorso a Torino, alcuni cittadini si sono sentiti in diritto di andare a bruciare un campo Rom, per vendicare un presunto stupro subito da una giovane italiana che invece si era inventata tutto".
Su questo caso, un quotidiano come La Stampa ha dovuto scusarsi, tanto erano stati espliciti gli articoli e soprattutto i titoli pubblicati: "Mette in fuga i due rom che violentano la sorella". "D'altronde - ricorda Guadagnucci - alla Borsa delle notizie un italiano che investe un immigrato vale "n", mentre un immigrato che investe un italiano vale "n x 2".
I lettori dei giornali e gli spettatori dei tg forse non lo sanno e molti giornalisti forse non se lo ricordano, ma esiste un protocollo deontologico, la "Carta di Roma", sottoscritta dal Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana concernente i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta e i migranti. La Carta promuove la responsabilità sociale dell'informazione sui temi dell'immigrazione.
Informare con correttezza però non è l'unica cosa che si dovrebbe fare. Esiste un problema di visibilità e di cittadinanza di tutta una serie di temi che non vengono affrontati. E' il non-raccontato della vita quotidiana dei migranti, delle loro origini e della loro storia. E di comunicare gli ospiti della struttura di Capannori, hanno voglia. Prendono la parola per dire che "molti italiani non sanno e non capiscono perché noi abbiamo lasciato i nostri paesi", "se avessi trovato un giornalista a Lampedusa gli avrei raccontato com'è andata" e per denunciare che "un ragazzo della Guinea Conakry è stato investito da un italiano in Sicilia ma questa notizia non è mai apparsa su nessun giornale".
La situazione attuale di questi profughi in fuga dalle guerre e dalle rivoluzioni, che hanno avuto il permesso umanitario temporaneo di sei mesi, è di attesa e di speranza per il responso delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. Con un pezzo di carta valido, hanno fiducia di riuscire a trovare un lavoro magari come pavimentista, per mettere a frutto quanto imparato dal corso di formazione professionale organizzato dalla Cassa Edile.
Anche il giornalismo potrebbe diventare una professione per qualcuno e sarebbe un'occasione importante di crescita culturale delle redazioni, ha spiegato Guadagnucci. Con una telecamera e un microfono, i ragazzi hanno raccontato loro stessi in un video intenso e divertente. Hanno approfittato di una sagra locale per andare a discutere con i volontari all'opera e ne sono nate discussioni interessanti su grandi temi, quali la giustizia, la povertà, la politica. Su tutti, la conclusione di un anziano in forza nelle cucine: "Per fare i ricchi, ci vogliono i poveri".
E se esiste un deficit informativo qua in Italia, Ahmed - nome di fantasia - ci fa pensare che esista un grande gap anche sulle altre sponde del Mediterraneo. In un italiano essenziale racconta di aver vissuto in povertà in Tunisia, di non aver avuto i giocattoli perché suo padre non poteva comprarli a lui e ai suoi 7 fratelli e sorelle. A 13 anni era già in cerca di lavoro e pensava all'Europa. E riflette: "Questo continente è il secondo al mondo per l'economia e il benessere ma siamo arrivati qui e abbiamo trovato altra merda. Così ho rubato perché stavo in strada e non avevo da mangiare, cos'altro potevo fare?".
Sono passati vent'anni da quando i lavavetri marocchini tornavano a casa con auto usate, regali e soldi da mostrare ai parenti, raccontando di fantomatiche opportunità di lavoro. Stessa cosa per i senegalesi che iniziarono a vendere sulle spiagge. Li spingeva l'orgoglio di volercela fare, pena il rischio di non essere creduti e di venire etichettati come incapaci. Dalle rivoluzioni nordafricane degli ultimi mesi, con la caduta dei regimi che controllavano ovviamente anche l'informazione, nasce l'opportunità per il mondo dei media, di intessere relazioni con gli omologhi di là dal mare. Un modo per combattere i pregiudizi e magari anche rivitalizzare una società chiusa e statica come quella italiana, che non sa valorizzare le proprie risorse umane. Questo sì, in maniera democratica a prescindere dal colore della pelle.
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