"Chi è il nemico del mio tempo? Facile, il tempo". Quando parla della sua pittura, Massimo Pasca - Papa Massi ha pochi tentennamenti. E così la storia di ogni singolo disegno, tra quelli esposti fino al 12 febbraio presso l'Arsenale di Pisa, riguarda da vicino questa lotta silenziosa e definitiva tra l'artista e il tempo, anzi: la ritrae.
"Non troverai traccia di matita sotto ai miei disegni. Nel farli si sono espansi in maniera catartica, come una specie di scrittura automatica. Nessuna idea preconcetta, nessuna intuizione, se non il bisogno irrinunciabile di cominciare a tracciare, e da macchia veder nascere figura, da un tratto sghembo il profilo improvviso di un volto".
Si intitola appunto "Nemico del mio tempo" la piccola - quanto intensa - mostra che il cantante dei Working Vibes ha allestito presso il foyer del cinema Arsenale di Pisa. 23 disegni, inchiostro su carta, segnali autentici di chi si è imposto all'attenzione del pubblico per il suo infaticabile live-painting, già in passato in grado di riscuotere l'attenzione nazionale.
Composizioni addensate, promotori di un immaginario obliquo e votato allo sberleffo, alla rappresentazione di una crisi in atto, quasi una decomposizione del senso là dove ne è sopravvissuto uno. E i bersagli "polemici" di Massimo Pasca, e insieme i suoi punti di partenza, sono - neanche a dirlo - i pittori della tradizione rinascimentale, o meglio la reminiscenza che il pittore ha di questi, la summa volgare, la biblia pauperum, ritradotta in una tessitura di presenze improvvise, che la rende irriconoscibile e familiare insieme.
Ecco dunque spuntare dalla memoria un angelo del Correggio, un ritratto di Tiziano, il Marat di David o il "Quarto Stato" di Giuseppe Pelizza da Volpedo, Leonardo addirittura e Hieronymus Bosch , sorta di nume tutelare di questa famelica invasione di animali che si generano da altri animali, di macchie impossibili, di eros macabro e di morti amorose.
"Sono i riferimenti che più ho a mente. Fanno parte di me, mi appartengono, anche se ne conosco solo la superficie, l'aspetto esteriore. Sento come il desiderio di ritradurle in un linguaggio nuovo, che si avvicini a quello di tutti. Non una semplificazione ma una traduzione nella lingua che mi è più propria".
Ma non c'è solo questo. C'è la forma. E la forma si sa, è cosa da bestie feroci. Haring, Pazienza, Moebius, Jacovittti (che pure da Bosch aveva ripreso numerose invenzioni). E' questo il pantheon che si scopre guardando da vicino il lavoro di Massimo Pasca. "E' diverso il disegno dal dipinto. Con il disegno si espongono al pubblico questioni ancora aperte. Il disegno per sua natura si completa attraverso lo sguardo di chi guarda".
L'esposizione che aveva preceduto quest'ultima presso l'Arsenale, riportava il titolo "Quando disegno penso a Garrincha". Una boutade? "No, solo la verità. Quando ero piccolo stavo sempre a disegnare. E tutti dicevano 'Da grande disegnerà!'. Niente di più sbagliato. Io pensavo al calcio, la mia fissazione era il pallone. Ma non il gioco finalizzato al gol, alla marcatura a tuti i costi. Io ero investito dal desiderio di dribblare e dribblare ancora, anche in modo gratuito, per il solo gusto di dribblare, saltare l'avversario. Ovviamente ero negato e per questo mi sfogavo con il disegno. Lo faccio ancora oggi, cerco di dribblare il senso, di saltarlo, in attesa che il mio continuo volteggiare con la palla tra i piedi riesca a significare, alla fine, qualcosa".
"In questo senso, la moltiplicazione delle figure - ci spiega Papa Massi - non è solo una felice intuizione grafica, è l'annuncio dell'estasi. Nel caos, la catarsi".
Prima di salutarci, un occhio alla materia per un artista che vuole, alla fine, vivere del suo lavoro. "Per ora devo "arrivare" alla tela, a comprarla intendo. Così come ai colori: la mia arte, per adesso, è funzionale a questo: a moltiplicarsi e poi moltiplicarsi ancora".
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