In una sala gremita di persone - circa 400 - presso il circolo Isola Verde a Pisanova, si è tenuto ieri l'incontro conclusivo del ciclo di seminari organizzato dalla Camera del Lavoro di Pisa, "Lavoro e sindacato nella storia d'Italia. Rappresentanza, conflitto, democrazia".
Ospite della serata, dedicata al tema "Crisi, trasformazioni sociali e lavoro. Quale sindacato per il XXI secolo?" Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, insieme al prof. Adolfo Pepe dell'Università di Teramo, la prof.ssa Vanessa Maher dell'Università di Verona e il segretario generale della Cgil di Pisa Gianfranco Francese.
E l'apertura della tavola rotonda Francese l'ha voluta dedicare a Guido Rossa, operaio e sindacalista ucciso dalle Br di cui ieri ricorreva il 33° anniversario dalla sua morte e ha voluto lanciare subito alcuni interrogativi sul rapporto storico fra sindacato e democrazia, chiedendosi: "E' un elemento della modernità la cacciata delle organizzazioni sindacali dalle fabbriche?"
Un percorso difficile infatti, quello della modernità rappresentata dal capitalismo finanziario anche in Italia, che si scontra a più riprese con quella che Camusso ha definito la "straordinaria vocazione democratica di chi volle l'unità del nostro Paese nel 1861 e di chi la difese nella lotta all'antifascismo".
Quale crisi? Quella dettata dall'equilibrio, totalmente saltato, fra distribuzione delle ricchezze e lavoro. Vanno in crisi contemporaneamente, di fronte alle spinte centrifughe che viviamo, le grandi organizzazioni di massa intese come vettori democratici. E' in questo senso - afferma Camusso - che il movimento cosiddetto 'dei forconi' ripropone una logica della separazione del paese. La sua diffusione infatti non è affatto sinonimo di unità".
Cosa vuol dire quindi immaginarsi un futuro? "Affrontare la sfida in termini europei e rimettere al centro della discussione sul lavoro, quella sul welfare". Per il segretario generale della Cgil infatti, assistiamo all'attacco sistematico del modello europeo, nella direzione di un sistema dal taglio americano che separa il lavoro dal welfare. A dirigere questo attacco, dice Camusso "sono le stesse voci che si levarono nel 2008 in quel coro di autocritiche che vide economisti e agenzie di rating ammettere molti sbagli, e che oggi vogliono farci credere che per superare la crisi sia necessario passare dalla cancellazione dell'art. 18".
Invita quindi a "misurarsi con il lavoro, inteso come dominio delle persone e non di ruoli codificati". In questo senso per Camusso, il sindacato italiano ha saputo riconoscere sin dalle sue origini la dimensione comune del lavoro: "Siamo diventati in breve tempo sindacati confederali e in breve tempo abbiamo costruito le Camere del Lavoro, intese come spazi comuni dove unire condizioni diverse".
"C'è sempre nella storia del sindacato - afferma ancora - la relazione tra ciò che accade nel Paese e la funzione democratica che il sindacato stesso svolge. Se qualcuno detta univocamente le condizioni, e non permette al lavoro di organizzarsi e di rappresentarsi, c'è evidentemente un problema di democrazia". Ma Camusso si spinge oltre e domanda: "Dov'è la democrazia in questa Europa in cui i presidenti del consiglio non è chiaro se siano realmente eletti o se non siano piuttosto designati dalla Bce e dalle agenzie di rating?"
Camusso suggerisce quindi di "ripristinare le parole cancellate dal lessico". La prima: "Eguaglianza. Parola cancellata dal liberismo, ma che va rivendicata. Occorre partire quindi dai diritti di cittadinanza, e dal riconoscimento della cittadinanza italiana a chi nasce su suolo italiano".
Ma eguaglianza è anche un obbiettivo, uno scopo, che per il segretario della Cgil deve passare necessariamente dalla "difesa dello stato sociale". "Come si cancella il modello europeo che conosciamo? - si domanda - Si cancella quando i cittadini pensano di non dover contribuire per sostenere i più deboli, quando non ci si considera più parte di una comunità, quando il welfare non è più inteso in quell'ottica di mediazione fra capitale e lavoro".
Un pensiero lo rivolge quindi alle dure manifestazioni che vedono in questi giorni l'Italia paralizzata: "Non ho simpatia per le manifestazioni corporative, ma è difficile non pensare che se vincono i petrolieri allora molti nodi restano da sciogliere"; e si sofferma anche sulla necessità di riorganizzazione del sistema produttivo: "Non può passare dai licenziamenti di massa".
Chiude citando Giuseppe Di Vittorio che usava dire: "Mai togliersi il cappello davanti ai padroni". E collega questo pensiero alla difesa dell'art. 18, il "tabù", come lo chiama il presidente del consiglio Mario Monti. "Qualcuno ci dica se si tratta di un privilegio o di un diritto. Se la risposta è la prima allora occorre parlarne, ma se si tratta di un diritto, non è possibile sottrarlo a nessuno".
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2012/01/25 20:01:54 al bè sala gremita età media 75 anni.... grande cgil occhi aperti sul futuro