01/02/12 13:11 | autore: redazione Pisanotizie Stampa

Caso Rebeldìa, Pierotti: "Il Comune disconosce gli impegni sottoscritti" 0

L'intervento del presidente di ArtWatch Italia

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La vicenda Rebeldía merita un'attenzione che va ben al di là della vicenda locale, anche se questa appare di per sé sconvolgente.

Abbiamo un'amministrazione che disconosce di fatto gli impegni sottoscritti, nascondendosi sotto le gonne di un parere dirigenziale (che è pur sempre un parere), e nega a se stessa il vantaggio di vedersi ristrutturato senza spesa un immobile cadente e anzi potendo trarne un affitto. Troviamo a tirare la corsa contro l'affidamento di spazi comunali a Rebeldía una pattuglia di "socialisti", evidentemente immemori del libertarismo indefettibile dei loro ascendenti. Fanno loro da sponda consiglieri di un partito che si fa chiamare "Popolo della libertà". Tollerano il tutto membri di un altro partito che si definisce "Democratico".

Il progetto Rebeldía è di destra? È di sinistra? È extraparlamentare, come si diceva una volta?

Non si sa, non si può dire, perché le oltre trenta associazioni che lo compongono sfuggono di proposito a questo genere di catalogazione, specie se si tenta di associarla a partiti politici strutturati. Riparare le biciclette è di destra o di sinistra, come si domanderebbe garbatamente Giorgio Gaber? E tenere aperta al pubblico una biblioteca di varia umanità è extraparlamentare?

La costituzione antifascista tutela le libertà che Rebeldía richiede. Lo fa all'articolo 18 ("i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale") e all'articolo 21 ("tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione"). Da un'amministrazione pubblica ci si aspetta che faccia il possibile per promuovere e sostenere tali libertà ma, soprattutto, nessun amministratore può attribuirsi il potere di discriminare tra associazionismo gradito o non gradito. Chi lo facesse si collocherebbe da solo contro la costituzione antifascista e si meriterebbe l'appellativo immediatamente conseguente, con l'aggravante politica dell'esercizio della funzione pubblica.

Non sarebbe però utile un richiamo così severo (o così banale) se non attraversassimo un momento del tutto particolare. Appare ormai evidente che, a livello nazionale almeno per ora, siamo in pieno trasformismo. Non parlo del camaleontismo di un centinaio di parlamentari ideologicamente volubili o variamente reclutabili. Mi riferisco invece al trasformismo storico, quello che segnò le vicende d'Italia da Agostino Depretis a Giovanni Giolitti. Il manifestarsi del trasformismo in Italia, secondo la nota interpretazione che ne dette Benedetto Croce, derivò principalmente dalla conformazione del parlamento, eletto secondo una suddivisione bipartitica che però non corrispondeva a un vero programma politico che permettesse di distinguere chiaramente la Destra storica dalla Sinistra. Entrambe aspiravano a rappresentare conservatori o progressisti e si differenziavano solo riguardo a questioni particolari, magari in relazione con la posizione del singolo parlamentare piuttosto che del raggruppamento di cui faceva parte.

Giusta o errata che sia l'analisi di Croce dal punto di vista storico, la situazione espressa dal governo Monti è esattamente tale. Per alcuni un passaggio del genere era necessario, per altri (minoritari) non lo era. Esso comunque ha un costo palese: la creazione di una maggioranza parlamentare che azzera il poco rimasto dell'ideologia di partito e riduce al minimo la dialettica tra le formazioni politiche. Se nel frattempo il dibattito sul sociale e il confronto sui temi ideologici e culturali non trovassero altre sedi dove svilupparsi - anche sedi non istituzionali - si andrebbe incontro a un appiattimento assai pericoloso per le sorti della democrazia. Evito di insistere su che cosa accadde dopo Giolitti: una guerra inutile, la miseria totale e poi il fascismo.

Non siamo a tal punto, ovviamente. Tuttavia questi sono i momenti in cui i binari formano un bivio, gli scambi si aprono, le scelte si rendono necessarie, il recupero delle rispettive identità si rende obbligatorio. Proprio allora si deve compensare l'addomesticamento volontario (forse necessario) della dialettica centralizzata col massimo dell'apertura verso il ventaglio dei contributi che possono arrivare da qualunque parte della società. È questo il metodo classico per uscire da una crisi rinnovandosi e rinnovando coloro che hanno portato il paese nella crisi. Sul versante opposto stanno la rinuncia estensiva all'identità intellettuale e l'attesa medianica dell'uomo della provvidenza, con i risultati che conosciamo.

Hanno colto nel giusto i giovani di "Sinistra Per" quando scrivono che i problemi connessi con l'assegnazione diretta di via Andrea Pisano a Rebeldía attengono soltanto alla sfera degli equilibrismi, altrimenti non si spiegherebbe la posizione per cui sarebbe meglio un bando a evidenza pubblica. Equilibrismi - aggiungo io - che vanno nel segno dell'autotutela da parte di chi occupa un potere di posizione e teme di perderlo. A costui o a costoro, quando si sentono minacciati nel mantenimento del ruolo, il trasformismo offre l'alibi che evita di schierarsi per impegnarsi a difendere quelli che considerano diritti di altri, e che invece sono semplicemente diritti costituzionali sui quali anche altri dovrebbero convenire.

Piero Pierotti

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