04/02/12 07:36 | autore: Danilo Soscia foto Stampa

Pastorino: "Sugli spazi sociali a Genova la politica non si è inchinata alla norma" 0

L'assessore al Patrimonio del Comune ligure a Pisa ha spiegato “il percorso di regolarizzazione dei centri sociali nel rispetto della loro autogestione”

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"Cittadinanza e partecipazione in tempo di crisi. Le amministrazioni locali e gli spazi sociali", questo il titolo del dibattito che si è tenuto ieri sera (venerdì 3 febbraio) presso la Limonaia di Pisa, all'interno del cartellone "Rebeldia In&Out (sempre meno Out)" organizzato dalle associazioni del Progetto Rebeldìa.

Un appuntamento atteso da molti e che ha visto - nonostante le temperature non proprio miti - la partecipazione di un folto pubblico, venuto ad ascoltare gli interventi di Bruno Pastorino, Assessore alla Casa e al Patrimonio del Comune di Genova, di Ornella De Zordo, consigliere comunale di Firenze della lista "Per un'altra città", e di alcuni rappresentanti del Csoa Zapata di Genova e del Progetto Conciatori di Firenze.

Attenzione focalizzata dunque sul problema degli spazi sociali e della loro gestione, in un momento particolare per la città di Pisa che ha visto negli ultimi anni emergere sempre più a chiare lettere proprio la questione "Rebeldìa". Uno spazio sociale quest'ultimo che in tanti anni di attività ha realizzato iniziative culturali a ogni livello, oltre che a rappresentare uno spazio di aggregazione per tutta la città, fino a quando ha avuto una propria sede in via Battisti. Attività sospese - come si scriveva - da più di un anno e situazione che - come ultimo esito di un'intricata vicenda - ha registrato il "no" dell'Amministrazione comunale all'assegnazione diretta degli spazi in via Andrea Pisano, lasciando ancora insoluto il problema di uno spazio per oltre 30 associazioni.

Ma oltre Pisa, c'è anche un'altra Italia. Risuonano ancora le parole di Bruno Pastorino del novembre del 2011, in riferimento alla situazione genovese: "I centri sociali autogestiti Zapata, Terra di Nessuno, Buridda e Pinelli rappresentano una risorsa per la creazione di opportunità di partecipazione e socializzazione per i giovani, oltre a realizzare iniziative ed eventi di qualità che hanno prodotto e possono produrre sinergia con attività svolte dal Comune ed è volontà dell’Amministrazione consentire lo svolgimento delle attività autogestite da parte dei Centri Sociali in sedi sicure e idonee, anche per quanto attiene la relazione e la convivenza con la città".

Parole che, nel merito di una questione determinante per la convivenza civile, hanno fatto storia. Genova è stata dunque la prima città italiana ad avere un'associazione dei centri sociali "riconosciuta" da un'Amministrazione comunale con la conseguente sottoscrizione di un protocollo in base al quale - come si legge nella delibera che sanciva questo importante passaggio  - "l’Associazione per la promozione di spazi sociali autogestiti sarà interlocutore del Comune di Genova per la stipula di concessioni amministrative di spazi di civica proprietà per i Centri Sociali autogestiti Buridda, Terra di Nessuno, Pinelli e Zapata".

In pratica, una rivoluzione. Come si è arrivati a questo? Lo ha ripercorso Pastorino ieri sera negli spazi della Limonaia di Pisa: "Prima di tutto, il nostro compito è stato quello di individuare alcuni punti chiave della questione: legalità, valenza, priorità. Ma attenzione, non ci siamo fermati davanti alla rigidità delle parole, bensì le abbiamo tradotte rispetto all'urgenza che la città di Genova viveva. La formalizzazione delle entità che stanno alla base dei centri sociali è stato, appunto, un atto di regolarizzazione, ma da parte dell'Ammnistrazione è stato riconosciuto il bisogno di trovare una soluzione condivisa e di far sopravvivere le attività autogestite condotte all'interno dei Centri Sociali".

"Come vedete - ha proseguito Pastorino - abbiamo fatto una scelta politica, là dove per primo il sindaco ha inteso questa scelta come un atto necessario, che richiedeva una lettura diversa da quella operata fino a un certo punto della storia di Genova. Se si rimane chini di fronte alla 'norma' allora la politica diventa un atto puramente meccanico".

"Noi a Genova - ha spiegato Pastorino - abbiamo detto no alla solitudine di certa politica, e detto sì all'inclusione. Abbiamo allo stesso tempo respinto ogni prospettiva di 'sottomissione', per cui gli spazi vengono concessi in virtù dell'azione di un principe illuminato. Noi abbiamo invece eleborato i termini per circoscrivere una legittimità condivisa". 

"Abbiamo assunto allo stesso tempo - ha continuato l'assessore genovese - una visione positiva del problema, perché il 'cimento' va affrontato nel punto più alto e difficile del lavoro politico, altrimenti rimane solo la gestione dello status quo".

In conclusione, Pastorino ha delineato l'humus dal quale poi è sorta una scelta che ancora non ha cessato di suscitare un intenso dibattito politico: "Attenzione al welfare, ai servizi pubblici e, soprattutto, alla riscoperta della democrazia intesa come partecipazione, non come mero controllo del tessuto civile di una città".

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