Il rapporto tra scienza e democrazia è una questione molto dibattuta a livello nazionale e internazionale, ma raramente i format di discussione mettono a confronto diverse categorie intellettuali l’una con l’altra e con il grande pubblico: restano circoscritti agli "esperti”, peccando di autoreferenzialità, oppure vedono la partecipazione del pubblico in modo discontinuo, frammentario, non organizzato.
La Fondazione Diritti Genetici ha proposto un format di dibattito strutturato che possa coniugare il punto di vista degli esperti con quello del grande pubblico per favorire l’interazione attiva tra i due.
Autorevoli rappresentanti del mondo della ricerca scientifica, del pensiero etico-filosofico, del diritto, dell’economia, si confrontano all'interno di un vero e proprio forum portando un contributo sempre diverso, espressione di un particolare ambito disciplinare.
Tra questi c'è anche la preside della Facoltà di Agraria dell'Università di Pisa, la professoressa Manuela Giovannetti, intervenuta di recente con un articolo dal titolo "A proposito di scienza, tecnologia e democrazia". Pubblichiamo di seguito uno stralcio di questo lungo intervento,"Sul rapporto tra scienza e democrazia e il significato da attribuire al concetto di ricerca partecipata".
Per quanto riguarda il rapporto tra scienza e democrazia ed il significato da attribuire al concetto di ricerca partecipata - occorre prima di tutto affermare un principio: la scienza è un'attività umana libera e tale dovrebbe essere in ogni paese ed in qualunque tempo. Che si occupi di atomi, genomi, cellule o microrganismi. E' innegabile che esista un forte legame tra scienza e democrazia: chi fa scienza produce conoscenza, sviluppa competenze scientifiche e tecnologiche, contribuisce al progresso e al cambiamento della società in cui opera. Il metodo scientifico è rigoroso, sia nella forma che nella sostanza, teso a raggiungere la verità - l'evidenza scientifica - attraverso l'esercizio del dubbio ed il confronto tra ipotesi diverse, ed educa a non dare niente per scontato, a rispettare le evidenze, a respingere il falso, mettendo continuamente in discussione le verità del passato ed alimentando la coscienza critica.
Gli scienziati debbono essere liberi di portare avanti i loro studi, anche apparentemente privi di interesse concreto o applicativo e solo motivati da pura curiosità scientifica. Molte volte nella storia della scienza i risultati di ricerche di base hanno dato luogo ad applicazioni fondamentali per il progresso dei popoli o per la salute umana.
Ciò non toglie che i governi possano intervenire per regolamentare alcuni tipi di ricerca, come è avvenuto negli USA con due leggi sulla ricerca biomedica approvate poche settimane dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, che limitavano la ricerca su agenti biologici patogeni come Bacillus anthracis o tossine come la ricina, potenzialmente utilizzabili come armi biologiche. E' anche accaduto che alcuni governi abbiano deciso di non finanziare con fondi pubblici progetti i cui strumenti di ricerca o i cui oggetti presentavano problemi di natura etica - ricordo, solo a titolo di esempio, le alterne vicende dei finanziamenti alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, oggetto di diversi e controversi regolamenti emanati da due Presidenti USA, prima Bill Clinton e dopo George Bush Jr.
Al momento attuale alcuni enti di ricerca subiscono pressioni volte ad
assegnare finanziamenti a ricerche finalizzate a sviluppi tecnologici di
immediata e prevedibile ricaduta economica. Niente da obiettare, se di
pari passo si riservano fondi anche per le ricerche di base, che
rappresentano un investimento di lungo periodo, un prezioso patrimonio
di conoscenze da cui le future generazioni potranno
attingere.
Al di là di quanto sopra affermato e precisato, credo che l'oggetto
delle ricerche, così come gli strumenti utilizzati, non debbano subire
censure di alcun genere e debbano essere liberi.
E' per questo che occorre intendersi sul significato di "ricerca partecipata".
Partecipata da chi? Non vorrei mai che l'oggetto delle mie ricerche
fosse deciso a maggioranza da una assemblea di cittadini, purtroppo così
tanto influenzabili da tv e giornali, che approfittando della loro
ignoranza scientifica potrebbero facilmente indirizzarli verso decisioni
gradite a gruppi di influenza economica, politica o morale, variabili e
diversi nel tempo e nello spazio.
La vera ricerca partecipata non limita e condiziona lo scienziato. Uno degli esempi più importanti nel mondo è rappresentato dall'esperienza di Salvatore Ceccarelli, genetista che ha lavorato presso l'International Center for Agricultural Research in Dry Areas, in Siria, sviluppando questo nuovo modo di fare ricerca insieme agli agricoltori di Siria, Marocco, Tunisia, Eritrea, Giordania, Iran, Algeria,Yemen, Egitto. Poiché tale sistema di ricerca si applica al miglioramento genetico, prende il nome di miglioramento genetico partecipativo. La selezione di nuove varietà vegetali è effettuata in campo unitamente da ricercatori e agricoltori, e le varietà sono adottate durante il processo di selezione. Non differisce scientificamente da quello convenzionale, ma solo dal punto di vista organizzativo: il processo selettivo è decentralizzato e condotto direttamente nei campi degli agricoltori, in molte località diverse.
In sintesi, gli agricoltori diventano parte integrante del cammino della ricerca, fornendo conoscenze sulle varietà locali e sulle performance delle varietà migliorate ed acquisendo al contempo capacità scientifica di giudizio. In questo modo Salvatore Ceccarelli ha sviluppato varietà di orzo oggi coltivate in 24 paesi, ed ha individuato una varietà di orzo resistente alla siccità, che ha saggiato in campo, nei terreni aridi, insieme ai contadini siriani.
Anche lo scienziato Monty Jones, vincitore del World Food Prize nel 2004, ha ottenuto il riso Nerica (New Rice for Africa) attraverso la ricerca partecipativa, crescendo diverse varietà di riso autoctone resistenti a diversi stress ambientali, incrociandole con altre varietà molto produttive e collaborando con gli agricoltori che fornivano immediati risultati sulle performance delle piante nei più vari ambienti di coltivazione.
Alcuni tipi di ricerca partecipativa possono essere realizzati anche in altro modo. Prendiamo il caso del grano negli USA: il 60% degli ibridatori si trova nel settore pubblico, i cui investimenti nel miglioramento genetico del grano hanno portato allo sviluppo della maggioranza delle varietà oggi coltivate. Ricercatori del settore pubblico e ibridatori hanno organizzato un consorzio nazionale, denominato MASwheat, impegnato a trasferire i nuovi sviluppi della genomica alla produzione nazionale di grano. La costruzione di dettagliate mappe genetiche del grano e il clonaggio di geni agronomicamente importanti hanno permesso di realizzare programmi di selezione marker-assistita (MAS) per facilitare il trasferimento di geni utili in varietà pubbliche di grano. Il consorzio ha anche messo a disposizione on-line tutte le informazioni e i protocolli usati nel progetto MASwheat.
I casi citati riguardano un settore di ricerca che si presta alla collaborazione con i portatori di conoscenza locale e destinatari dei prodotti della ricerca stessa, siano essi agricoltori o ibridatori, ma non è facile immaginare che tipo di ricerca partecipativa possa essere intrapresa per esempio da fisici, matematici, astronomi, biologi, chimici.
- Leggi l'intervento integrale uscito su "Science & Democracy"
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