08/02/12 06:34 | autore: danilo soscia Stampa

Tra Caravaggio e la periferia le "Sette opere di misericordia" dei fratelli De Serio 0

Arriva a Pisa il lavoro dei due giovani registi reduci da un inatteso successo di critica e di pubblico. Una storia di abiezione e di luci improvvise puntellato dall'interpretazione magistrale di Roberto Herlitzka e Olimpia Melinte. Questa sera alle ore 21, presso il cinema Lanteri dove il film rimarrà in programmazione, saranno presenti Gianluca e Massimiliano De Serio per incontrare il pubblico prima della proiezione

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"Mano a mano che i giorni passavano, durante il festival, pensavo sempre di più al film. 'Sette opere di misericordia' si impone per una regia perfetta, una grande attenzione alla forma. Le immagini sono bellissime e compongono sequenze memorabili. Il film è una ventata di novità per il cinema italiano, va oltre ogni tipo di neorealismo alla moda". Parole che colgono il segno, e che non a caso hanno la firma di Emir Kusturica, presidente di giuria al Festival Internazionale del film di Marrakech quando in concorso erano anche Gianluca e Massimiliano De Serio, auotori di "Sette opere di misericordia".

Un lavoro anomalo, costruito intorno a un linguaggio nuovo eppure tradizionale insieme, che sa legare regia e posa pittorica, senza che questa diventi calligrafia. Un film che ha riscosso una meritata attenzione - anche in festival internazionali, come quello di Locarno - e che giungerà a Pisa, questa sera alle 21 presso il cinema Lanteri, dove i fratelli De Serio incontreranno il pubblico prima e dopo la proiezione.

Abbiamo incontrato gli autori di "Sette opere di Misericordia" per alcune domande.

Forse non solo per il titolo che la richiama apertamente, ma in molti hanno parlato di una evidente continuità tra il vostro film e l'opera omonima di Caravaggio, "Sette opere di Misericordia".

Sì, Caravaggio è stato una guida estetica per il nostro film, sia in fase di scrittura sia in fase di realizzazione. Abbiamo cercato di tradurre nel nostro lavoro alcune caratteristiche dell'arte di Caravaggio e del quadro a cui fa riferimento il titolo. In particolare ci interessava la commistione tra realismo dei corpi e trascendenza della luce. Se Caravaggio è risaputo adottasse tecniche di illuminazione nel suo atelier che hanno anticipato di gran lunga il precinema, noi abbiamo cercato di avvicinarci, nel nostro piccolo, ad un film-quadro, con diversi dispositivi come la composizione delle immagini, con i riferimenti ad una tradizione iconografica e artistica; il piano sequenza; la fissità delle immagini; l'uso dei fuori fuoco.

La parabola di due vite precipitate nel buio e illuminate all'improvviso da un'intuizione di salvezza. Una luce che nel film è materia ora plastica, ora algida, levigatrice, quasi la fotografia volesse pretendere per sé una storia a parte che evidenzia e contraddice quanto accade sulla scena. 

Il film è anche un film sulla "Luce", materia prima del cinema, nel suo essere insieme tentativo di captazione della realtà e della vita, e scatola magica che gioca con una materia impalpabile e invisibile. La fotografia di "Sette opere di misericordia" è in stretto legame con il contenuto drammaturgico e narrativo del film. Abbiamo cercato di creare immagini necessarie, senza orpelli, scarne e essenziali. Sette opere è anche un film sulla luce e sul suo valore simbolico e metaforico. 

Interessante è l'uso di "cartelli", quasi di brechtiana memoria, che dovrebbero sottolineare l'aderenza epica a quanto accade e invece spesso risultano in contraddizione, con il risultato a volte di un'inattesa comicità nera, altre di una sottile ironia. 

I cartelli sono apparentemente didascalie, ma in realtà, sottilmente, mettono in discussione il loro ruolo convenzionalmente didascalico: sono puntelli che contrappuntano il magma del film, non sono capitoli. Sono una griglia che sposta le possibili interpretazioni del film su un altro livello di riflessione.  

Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Sette stazioni che dovrebbero concludersi nel raggiungimento della salvezza. Ma la mancata corrispondenza tra le intenzioni dei personaggi e l'esito reale delle loro vite quale allegoria cela, se ne cela una? 

Nel buio della notte spesso possiamo trovare una luce che ci fa vedere, meglio e più in profondità. Nella luce assoluta spesso si può rimanere accecati. Ovvero: possiamo trovare una piccola luce (Luminita, il nome della protagonista, significa appunto "piccola luce") dentro un mondo di apparente completa abiezione. Il film è una continua messa in discussione degli stereotipi sociali, etici, cinematografici e percettivi a cui siamo abituati.  

E' lecito dire che l'universo architettonico e umano della periferia è il terzo protagonista del film? O è una banalizzazione? 

La periferia non è vista in maniera "decorativa", sociologica o cronachistica. Abbiamo cercato di astrarre il materiale della realtà dal contingente, renderlo assoluto, sciolto da ogni legame con la visione da "cartolina" che spesso il cinema (italiano e non solo) ci ha offerto anche negli ultimi anni. Abbiamo ottenuto questa astrazione lavorando con il suono - quasi una musica concreta che parte dalla presa diretta - con le panoramiche antidescrittive fuori fuoco, con le sovraesposizioni di luce che bruciano l'immagine laddove ci si aspetta di vedere. L'universo umano è al centro del film, come sua metafora del paesaggio morale ed esistenziale della periferia. E' un film di ritratti, che passano dal volto e dal corpo-paesaggio di Roberto Herlitzka, alla bellezza rinascimentale e conturbante di Olimpia Melinte.  

Uno dei sottesi costanti del film sembrerebbe essere il teorema secondo il quale dalla scoperta dell'abiezione altrui si scatena l'innato desiderio di umanità  che sostiene ciascuno di noi. 

Sì è così. Laddove lo scontro per la sopravvivenza si fa più spietato e miserabile, il bisogno di umanità può inaspettatamente esplodere. 

Qual è l'origine del soggetto di "Sette opere di misericordia"? 

Il film è nato in un periodo buio della nostra vita. Abbiamo assistito alla malattia di nostro nonno, abbiamo visto il suo corpo trasformarsi. Ci siamo presi cura del suo corpo malato. Per la prima volta abbiamo avuto con lui questo sentimento di pietas che ha dato vita, radicalizzato, al personaggio di Antonio nel film. In questo limbo tra vita e morte, tra luce e buio, è nato Sette opere di misericordia.

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