15/06/12 07:38 | autore: Redazione Pisanotizie Stampa

Chiusura della Sapienza, il Preside di Giurisprudenza: "Fino a ora più parole che fatti" 0

Il Professor Ripepe in una lunga lettera diffusa in Senato Accademico e in Consiglio di Facoltà esplicita la propria posizione replicando ai firmatari dell'appello che chiedono che la Biblioteca rimanga in Sapienza. Non mancano critiche anche nei confronti delle istituzioni locali che hanno aderito all'appello e allo stesso MIUR: "Dal Ministero non sono venuti né fatti né parole"

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Si accende il dibattito sulla chiusura della Sapienza e soprattutto della Biblioteca Univeristaria - per la quale a oggi non è neanche stata individuata una soluzione temporanea - così come della facoltà di Giurisprudenza. A prendere la parola con una lunga e articolata lettera aperta, diffusa in Senato Accademico e nella comunità della stessa Facoltà, è proprio il preside di Giurisprudenza, il professor Eugenio Ripepe.

In questo documento - che pubblichiamo di seguito e che non mancherà di rendere ancora più articolato il confronto su una vicenda di importanza capitale sia per l'università ma anche per la città - il professor Ripepe prende parola a tutto campo sia sugli appelli che da diversi giorni stanno raccogliendo numerosi consensi, sia sul comportamento del Ministero ma anche delle istituzioni, le quali hanno partecipato alla Conferenza dei Servizi che si è tenuta lo scorso 4 giugno il cui risultato, infine, è stato assolutamente interlocutorio.

Confesso che in quanto preside della facoltà di Giurisprudenza avrei preferito continuare a occuparmi delle cose da fare oggi per cercare di fronteggiare i problemi causati dalla chiusura della Sapienza, piuttosto che delle cose da dire su quella che dovrebbe essere la sua utilizzazione domani (o forse dopodomani). Ma se la conseguenza dei doverosi sforzi fatti per sopravvivere alla meglio da parte di una facoltà all'improvviso ritrovatasi letteralmente in mezzo alla strada deve essere una rimozione o una sottovalutazione degli immani problemi che essa ha comunque davanti, allora è chiaro che bisogna cambiare rotta, e passare, per così dire, dai fatti alle parole, compiendo un cammino inverso rispetto a quello che a non pochi altri, forse, sarebbe il caso consigliare.

Non mi riferisco certo al governo e all'amministrazione dell'Ateneo, che con l'unità di crisi insediata dal rettore Augello e guidata dal prorettore Paci hanno fatto e continuano a fare miracoli per consentirci di fronteggiare, nei limiti del possibile, la situazione d'emergenza nella quale ci siamo venuti a trovare. Ma non tutti, francamente, hanno dimostrato analoga sensibilità, e forse nemmeno adeguata consapevolezza della complessità dei problemi creati dalla chiusura della Sapienza. Sarebbe ipocrita negare che nel dire quello che dico penso anche a tanti valorosi colleghi, pisani e non pisani, giustamente preoccupati per quella che sarà in futuro la destinazione della Biblioteca universitaria, ma apparentemente indifferenti a quello che sarà il destino di una facoltà come quella di Giurisprudenza, che non è l'ultima delle facoltà dell'Ateneo, e non solo dal punto di vista cronologico. Al vibrante appello da loro firmato non si tratta, ovviamente, di far seguire un contrappello. Mi limito a fornire a questi valorosi colleghi, ma anche ai molti altri che ne hanno evidentemente bisogno, qualche informazione supplementare da aggiungere a quelle, forse un po' lacunose, di cui certo già dispongono.

Dico subito che mi dispiacerebbe molto se questo mio intervento fosse interpretato come una presa di distanze dall'auspicio, da me pienamente condiviso, che la Biblioteca universitaria possa avere un futuro in Sapienza. Al contrario, se sento il bisogno di intervenire è anche per fare in modo che l'auspicio in questione non risulti banalizzato e depotenziato da una troppo affrettata, superficiale e unilaterale valutazione delle questioni che sono in gioco, e della loro complessità: col rischio che si riduca alla solita parata di nobili parole piene di vuoto, come quegli appelli "contro la fame nel mondo", che consentono a chi li firma di mettersi in pace con se stesso senza troppa fatica, lasciando ad altri più prosaici soggetti la cura delle questioni di dettaglio da affrontare per il conseguimento della meta indicata: si dice o non si dice che l'intendance suivra?

Quanto ai rappresentanti delle istituzioni che hanno aderito all'appello (in sé sicuramente condivisibile, fatta magari eccezione per la parte nella quale si intima praticamente al rettore di tirar fuori la bacchetta magica e adoperarla), mi permetterei di far presente che tra i primi destinatari dell'appello non possono non essere proprio le istituzioni che essi rappresentano. Giacché non c'è bisogno di richiamarsi a Lapalisse per osservare che una qualsiasi utilizzazione della Sapienza risanata presuppone che nel frattempo la Sapienza sia stata, appunto, risanata: cosa che senza una fattiva collaborazione delle istituzioni in questione rischia di essere materia da libro dei sogni. E, come si sa, «i sogni non sono che sogni».

Detto fuori dai denti, la sensazione è che da più d'uno dei rappresentati delle istituzioni che hanno partecipato alla Conferenza dei Servizi convocata dal rettore il 4 giugno siano venute più parole (anche belle, per carità) che fatti. Chi non potrebbe essere accusato di essersi dimostrato vicino alla nostra università più con le parole che con i fatti, invece, è innegabilmente il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, dal quale in effetti non sono venuti né fatti né parole. Certo, se in un remoto passato prossimo lo storico palazzo che ospitava una facoltà universitaria fosse stato chiuso per ragioni di sicurezza, al preside della medesima uno straccio di lettera o una telefonata arrivava: se non dal ministro, da un qualche sottosegretario o alto funzionario. A noi, niente. Si vede che al Ministero sono ancora sotto choc per la notizia; o semplicemente sono troppo indaffarati a impugnare statuti su e giù per l'Italia. O forse, dopo avere a lungo inteso l'autonomia universitaria come un'autonomia eteronoma, e il decentramento come un decentramento centralizzato, al Ministero hanno deciso una salutare inversione di tendenza, e ritengono lesivo, appunto, della nostra autonomia, oltre che indelicato, intromettersi con domande tipo: "Possiamo fare qualcosa per voi?"

In compenso, si sono occupati di noi parecchi colleghi, pisani e non pisani. O Dio, proprio di noi, veramente no, perché de minimis non curat praetor, ma insomma, della chiusura della Sapienza, sì, in uno o più appelli accorati per le sorti della Biblioteca universitaria; alle quali francamente, nel nostro piccolo, siamo molto interessati anche noi: non dico più di tutti loro, ma certo più di molti di loro. E' a questi colleghi, ma naturalmente anche a chiunque altro possa giovarsene, che mi permetto di fornire qualche ragguaglio su una situazione evidentemente poco nota.

Per esempio: oltre che la Biblioteca universitaria, il palazzo della Sapienza ospita(va?) la facoltà di Giurisprudenza. Una presenza alquanto ingombrante, questa, trattandosi di una facoltà che occupa l'intero piano terra, buona parte del primo e una discreta parte del secondo piano, con 11 aule (una delle quali gestita dalla facoltà di Scienze politiche) per poco più di un migliaio di posti a sedere complessivi; tre salette per seminari ed esercitazioni (una delle quali gestita anch'essa dalla facoltà di Scienze politiche); un laboratorio informatico; due sale di lettura per studenti; una sala professori; tre tra dipartimenti e sezioni dipartimenti con le rispettive biblioteche, ora confluiti nel nuovo Dipartimento di Giurisprudenza; una parte del nuovo Dipartimento di Scienze politiche. Ingombrante anche da un altro punto di vista, ahimè, la presenza in Sapienza di una facoltà che ha oltre 5000 iscritti, se si pensa che a fronte di circa 200 utenti al giorno della Biblioteca universitaria (dato fornito dalla Direttrice di questa nella Conferenza dei Servizi già citata), frequentano la facoltà in media 1500-2000 studenti al giorno (dato fornito dal prorettore Paci nella stessa occasione), più un centinaio di laureati iscritti alla Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali, e altrettanti studenti e dottorandi stranieri provenienti da una dozzina di paesi europei ed extraeuropei; più varie decine di avvocati e magistrati; per non dire del personale docente e tecnico-amministrativo.

Dell'indotto (cioè delle varie attività artigianali e commerciali che gravitano attorno alla facoltà di Giurisprudenza) non dico, perché a chi si interroga sul futuro della Sapienza l'argomento può a ragione sembrare irrilevante; anche se, altrettanto a ragione, forse, irrilevante non deve sembrare ai diretti interessati che si interrogano sul proprio futuro: ma questo, come si suol dire, è un altro discorso.

In considerazione di tutto questo si potrebbe forse pretendere di calpestare il diritto di un'istituzione a rimanere nella propria sede storica? Certo che no, purché la cosa valga per tutti. Ora il fatto è che quando la Sapienza cominciò a ospitare la Biblioteca universitaria della quale, col tempo, sarebbe diventata la sede storica, essa era già da tre secoli la sede storica dei corsi di diritto, essendo stata costruita per ospitare l'antico studio generale pisano, del quale proprio i corsi di diritto, notoriamente, erano magna pars fin dall'inizio; anzi, da ancor prima, visto che alla nascita ufficiale dello Studium, nel 1343, essi già potevano vantare una tradizione non meno illustre che risalente, e annoveravano tra i propri docenti uno dei più grandi giuristi di ogni tempo, Bartolo da Sassoferrato. Se si volesse indulgere a una battuta di bassa lega, si potrebbe dunque osservare che la Sapienza è "più sede storica" della facoltà di Giurisprudenza che di qualsivoglia altra istituzione.

Ma, naturalmente, non è tempo di battute di bassa lega, ammesso che per le battute di bassa lega un tempo possa esserci; tanto più se può derivarne il sospetto che la drammatica vicenda che stiamo vivendo sia anche, in qualche modo, una guerra tra istituzioni (che, detto per inciso, in questo caso non sarebbe solo una guerra tra poveri, ma peggio: una guerra tra homeless).

Se mai, è tempo di auspici; e l'auspicio è che anche per la Biblioteca universitaria, oltre che la facoltà di Giurisprudenza, possa esserci in Sapienza tutto lo spazio necessario. E' un auspicio profondamente sentito, ma non per questo facile da realizzare. Perché il problema della Biblioteca universitaria in Sapienza non è solo un problema di peso, ma anche, appunto, un problema di spazio; anzi, è un problema di peso perché è un problema di spazio, essendo stata l'angustia degli ambienti disponibili a rendere inevitabile il sovraccarico rilevato dai tecnici.

Le stime più attendibili valutano il fabbisogno di spazi della Biblioteca in una superficie più che doppia rispetto a quella da essa occupata attualmente. Se la Biblioteca deve riaprire in Sapienza, l'alternativa inevitabile rischia perciò di essere tra la sua permanenza negli ambienti precedenti, che comporterebbe un ridimensionamento (leggi: uno smembramento) del suo ricchissimo patrimonio bibliografico, e uno sviluppo zero, cioè la rinuncia alle nuove accessioni con conseguente trasformazione della Biblioteca in museo, e la concessione a essa di ulteriori e ampi spazi, che per la sciagurata legge dell'impenetrabilità dei corpi presupporrebbe però lo sfratto della struttura in essi insediata. Tertium non datur, come dicevano una volta i loici e continuano a dire solo i giuristi amanti del latinorum.

Quello che sarebbe interessante sapere, a questo punto, è se di fronte all'alternativa che malauguratamente si dovesse imporre tra il mantenimento in Sapienza della Biblioteca universitaria o quello della facoltà di Giurisprudenza, qualcuno ritenga scontato che si dovrebbe optare per il mantenimento della Biblioteca universitaria, e conseguentemente per l'espulsione della facoltà di Giurisprudenza dalla sua sede storica.
Così, tanto per sapere.
Sarebbe un'opinione legittima come qualsiasi altra, naturalmente; alla sola condizione, ma solo a condizione, di essere accompagnata dalla consapevolezza del fatto (di cui sarebbe irresponsabile non tener conto) che l'eventuale decisione dell'Ateneo di destinare strutture o risorse proprie alla soluzione dei problemi di un'istituzione appartenente a un'altra amministrazione, invece, o prima, che alla soluzione dei problemi (di sopravvivenza!) di una sua facoltà o di un suo dipartimento, comporterebbe precise responsabilità, non solo amministrative, ma anche penali. Così, tanto per far sapere.

Eugenio Ripepe, Preside della Facoltà di Giurisprudenza

 

Glocal o Blocal? - di Glocal12

La Vignetta - Luca Ricciarelli

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