30/06/12 08:04 | autore: redazione Pisanotizie Stampa

"Ripensare l'ordinanza, ritirare l'esposto" 0

Casa della Donna, Assessorato alle Pari Opportunità della Provincia di Pisa, Aied, Comitato 13 febbraio e Donne in Movimento prendono posizione sull'ordinanza antiprostituzione e sulla manifestazione "Noi indecorose, voi indecenti". Parole critiche nei confronti del provvedimento e delle reazioni del mondo politico alla protesta: "Il ritiro dell'esposto potrebbe essere un primo passo di negoziazione, il secondo potrebbe essere un ripensamento dell'ordinanza"

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Prosegue il dibattito a seguito della cosiddetta ordinanza antiprostituzione emessa dai comuni di Pisa, Vecchiano e San Giuliano. Dopo la manifestazione del 21 giugno "Noi indecorose e voi indecenti", che ha visto l'invasione pacifica di un centinaio di persone in consiglio comunale, non sono mancate le prese di posizione sull'iniziativa: la presidente del Consiglio Comunale Titina Maccioni ha anche presentato un esposto sulla vicenda. Ma ora si chiede ai comuni e alle forze politiche un'inversione di rotta, anche da parte di voci istituzionali. A prendere la parola sono infatti la Casa della Donna, l'Aied, il Comitato 13 febbraio e l'Assessorato Provinciale alle Pari Opportunità, che chiedono esplicitamente il ritiro dell'esposto e il ripensamento dell'ordinanza. Di seguito il documento.

L'associazione Casa della Donna, l'associazione Donne in movimento, l'AIED, il Comitato 13 febbraio, l'Assessorato provinciale alle Pari Opportunità intervengono nel dibattito che si è sviluppato dopo le ordinanze dei sindaci e la manifestazione "Noi indecorose, voi indecenti".

Ci preoccupa la crescita di un clima di scontro, che estremizza le posizioni e non aiuta a capire e ad intervenire su fenomeni complessi, come quello della prostituzione e della sicurezza. Il problema della tratta è invece un fenomeno che abbraccia aspetti ancora diversi e che necessita di strumenti adeguati sia per l'emersione che per gli interventi di contrasto.

La decisione di presentare un esposto contro chi ha manifestato, in modo anche offensivo, le proprie critiche contro l'ordinanza sulla prostituzione alza certamente il tono del conflitto su un problema, che necessita di confronto e approfondimento, ma evidenzia anche, denunciandola, la modalità usata da questa forma di protesta.

Non solo, l'unanimità con cui quasi tutte le forze politiche hanno sostenuto l'ordinanza e hanno reagito all'invasione del consiglio comunale, da parte di 150 giovani donne ed uomini, sollecita alcune riflessioni sia nel merito dell'ordinanza sia sulle forme della protesta in democrazia.

Ci pare che nel linguaggio usato nell'ordinanza riemerga una visione del rapporto tra i generi, che ha segnato storicamente la disparità tra uomini e donne, e che ha prodotto violenza e mercificazione del corpo femminile. Ricordiamo che fino al 1996, anno in cui è stata emanata le legge sulla violenza sessuale il reato di stupro era un reato contro la morale, solo da quella data è diventato un reato contro la persona.
 
Usare termini come "decoro pubblico e decenza" e parole desuete come "meretricio" per indicare la prostituzione su strada, che oggi è quasi sempre coatta e, in quanto tale, è definita dall'ONU come tratta di esseri umani, riporta ad una visione in cui il sesso a pagamento è legittimato, basta che non sia visibile e non disturbi la moralità della pubblica opinione.

Questo modo di pensare è evidente, anche nell'ordinanza, al punto che si interviene in emergenza nei mesi estivi, quando aumentando il numero di turisti e di famiglie che vanno al mare e, il contestuale disagio degli abitanti, cui l'ordinanza tenta di rispondere, si dichiara esplicitamente solo "di temere che vengano messe a repentaglio le regole sociali su cui si fonda una ordinata e civile convivenza" lasciando sotteso il timore del rischio economico legato all'estate. Si sa bene, infatti, che su quelle stesse strade, durante tutto l'anno, giovani donne, spesso minorenni, e trans, si vendono o vengono costrette a vendersi a uomini che pagano una prestazione sessuale.

In questa vicenda, ancora una volta non viene considerato ed evidenziato che il problema sia quello di una sessualità maschile, che ha bisogno di esercitare il proprio potere su un corpo femminile, e della gestione criminale della tratta. Eppure la tratta e lo sfruttamento sessuale sono espressione della violenza di genere e della sua sistematizzazione, una violenza che ha radice proprio in quella disparità di potere tra uomini e donne, contro cui le associazioni di donne, in particolare Donne in Movimento e Casa della Donna, le Istituzioni locali e i Soggetti del terzo settore del nostro territorio, hanno costruito in questi anni azioni di contrasto e di intervento che hanno portato alla creazione di servizi e di reti per aiutare le donne ad uscire da situazioni di violenza e di sfruttamento.

Alla luce di queste considerazioni e del linguaggio utilizzato nella stessa ordinanza, emerge una contraddizione culturale e politica rispetto alle diverse azioni messe in campo dagli EE.LL e dal Terzo Settore: le donne "adescatrici" da punire, di cui parla l'ordinanza sono, infatti, le stesse per le quali gli enti locali finanziano progetti di accoglienza, sicurezza, difesa dei diritti, sostegno all'autonomia e all'autodeterminazione.

Allora perché non prendere l'occasione per aprire un dibattito sul significato di "sicurezza", in questo momento di crisi? Sicurezza che sia oltre all'ordine pubblico, soprattutto sicurezza sociale. Perché non aprire un laboratorio politico, con momenti di confronto partecipato e negoziale, per fare emergere i bisogni, la ricerca di nuove soluzioni per ampliare spazi di democrazia?

Il ritiro dell'esposto da parte della Presidente del Consiglio Comunale potrebbe essere un primo passo di negoziazione, il secondo potrebbe essere un ripensamento dell'ordinanza.

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