Colpisce la recente morte a Pisa di una giovane donna affetta dal virus H1N1 nella fase in cui l'incidenza della malattia è in calo. Ma proprio in questi casi occorre riflettere sul reale impatto della pandemia, sulle misure da adottare, sulle scelte di politica sanitaria. Se il singolo episodio appare giustamente drammatico, occorre ricordare che ogni anno muoiono in Italia migliaia di persone per polmonite da batteri comuni e da virus. Da alcuni anni assistiamo periodicamente alla diffusione di allarmi internazionali per epidemie che si rivelano in realtà estremamente limitate (SARS, influenza aviaria, virus Ebola, virus della mucca pazza). Fino ad oggi i governi hanno risposto impiegando ingenti risorse in spese e programmi inutili e spesso sbagliati. L'evoluzione dell'attuale pandemia imporrebbe finalmente una riflessione. Invece no: si cercano i colpevoli, coloro che hanno provato a sollevare dei dubbi, a riflettere. Ancora moniti e allarmi di nuove ondate pericolose, mentre il recente andamento in Europa e negli USA ha smentito le previsioni e ancora prima i dati provenienti dall'emisfero sud indicavano una forma più lieve del previsto. Del resto proprio in questi giorni l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in merito alla gestione della pandemia, ha ammesso la necessità di un'indagine indipendente sul proprio operato, in seguito alle accuse di cattiva gestione e soprattutto ai sospetti di aver ceduto alle pressioni dell'industria farmaceutica. È un segnale rilevante.
Per avere un'idea della situazione valutiamo alcuni numeri: secondo il Ministero della Salute dall'inizio della pandemia al 3 gennaio 2010 in Italia sono stati 4.019.000 i casi di influenza H1N1, 200 le vittime e 0,005% la percentuale dei decessi in rapporto al totale dei malati. Un tasso di mortalità 40 volte più basso rispetto allo 0,2% dell'influenza stagionale. Nell'interpretare questi dati l'OMS sostiene che non si può comparare la mortalità dell'influenza H1N1 (basata su casi confermati in laboratorio, che sottostimano) con quella stagionale (basata su modelli matematici, che sovrastimano), sottolineando inoltre che quella stagionale è una forma virale lieve. Ma su quali dati allora si consigliano le misure di prevenzione e terapia? E inoltre, perché si diffonde con enfasi la vaccinazione influenzale stagionale che non ha in realtà solide basi scientifiche?
Sempre in base a fonti ministeriali sappiamo che sono state distribuite 10.047.421 dosi di vaccino, mentre le persone vaccinate risultano 820.456. Si tratta di meno del 1,5% della popolazione totale, mentre la previsione era di vaccinarne il 40%, partendo dalle categorie più a rischio (tra l'altro il personale sanitario risulta vaccinato per il 15%). Il contenimento della malattia dipende quindi dalle difese immunitarie che la popolazione ha sviluppato nella circolazione del virus, non certo dal vaccino. Inoltre più di 23 milioni di dosi di vaccino giacciono inutilizzate nei magazzini del Ministero, che ha infatti acquistato dalla Novartis 24 milioni di dosi per un costo complessivo di 184 milioni di euro. La scrittura privata dell'agosto scorso che definiva questo accordo è stata criticata dalla Corte dei Conti in primo luogo perché coperta a lungo da segreto e poi per le condizioni troppo favorevoli alla Novartis, come è stato verificato con la recente diffusione del testo. Tra l'altro nel contratto non sono previste penali per la Novartis, il Ministero si assume tutti i rischi e si impegna al risarcimento alla multinazionale per eventuali perdite.
Il fallimento della campagna vaccinale non suggerisce un'analisi profonda neanche alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) che ha promosso, insieme alle associazioni di categoria, alle società scientifiche e al ministro della Salute Ferruccio Fazio, un documento di indirizzo per la prosecuzione della vaccinazione anti-H1N1 in tutte le categorie individuate dal ministero della Salute.
Ma il colpo è stato grosso, i medici non si sono vaccinati e non hanno promosso la vaccinazione, quindi la FNOMCeO vuole andare più a fondo e prevede un programma di formazione per la categoria sull'uso dei vaccini in generale. Del resto il ministro ha individuato nella superficialità dei medici la colpa delle scorte di milioni di vaccini che giacciono inutilizzati ed ha recentemente dichiarato "I dubbi sulla sicurezza e sull'efficacia dei vaccini contro l'influenza A e sull'importanza dell'immunizzazione sono stati generati dalla scarsa informazione fra i medici. Un problema a cui porremo rimedio....il Governo crede nei medici e li ha messi al centro di una serie di attività e di linee guida. Ma ciò che non possiamo accettare è la mancanza di coscienza sull'importanza delle vaccinazioni nella classe medica".
Sulla stessa linea del Ministro è il virologo dell'Università di Milano, Fabrizio Pregliasco, ricercatissimo dai media negli ultimi mesi, lo stesso che a settembre prevedeva circa 12 milioni di casi di influenza A, con un tasso di letalità tra lo 0,1% e lo 0,4% e un numero di morti di almeno 12000. Pregliasco, nel corso di un convegno organizzato dall'industria farmaceutica Roche, ha dichiarato che occorre proseguire la campagna vaccinale e che i vaccini avanzati si debbono offrire a tutti coloro che lo desiderano, come è avvenuto nella regione Veneto, in particolare nella fascia di età precedentemente colpita, tra i 5 e i 14 anni. Il problema è una "eventuale" seconda ondata: occorre creare la cosiddetta "immunità di gregge" (il termine tecnico non potrebbe essere più indicato), cioè la copertura di tutta la popolazione. Il virologo afferma che vaccinarsi è un atto di responsabilità sociale ed è preoccupato che "..proprio come è successo dopo il falso allarme aviaria, si verifichi anche in questo caso una sorta di effetto bufala": un crollo dell'adesione alle vaccinazioni, alimentato anche dal "pesantissimo attacco ai vaccini dilagato in Internet e sui blog....se qualcosa è mancato è stato un maggiore coinvolgimento dei medici che non hanno creduto alle evidenze scientifiche" e conclude augurandosi che la controinformazione non determini il fallimento delle strategie preventive.
Ma se nei paesi ricchi il vaccino non lo vuole più quasi nessuno, nei paesi poveri ci pensa la solidarietà. L'OMS ha ringraziato pubblicamente la GlaxoSmithKline per aver donato 50 milioni di dosi di vaccino pandemico H1N1, affermando che tale gesto di solidarietà globale proteggerà la salute dei poveri in 95 stati che non possono permettersi l'acquisto del vaccino. In una sola mossa la Glaxo ha compiuto un'operazione di immagine, indotto alcuni paesi a comprare altri vaccini (perché la donazione coprirà in media solo il 10% della popolazione di ogni paese ricevente) e incrementato la popolazione su cui raccogliere i dati. Nei dibattiti di questi mesi importanti professionisti hanno invitato a non scandalizzarsi se l'industria farmaceutica guadagna sui vaccini, ma il problema non è se una multinazionale incrementa le vendite, è se lo fa influenzando in vario modo le scelte di politica sanitaria.
In realtà sembra che al momento desti più allarme la difformità tra i proclami di chi dirige (ministro, assessori alla salute, direttori sanitari, opinion leader etc) e il comportamento della maggioranza di medici e pazienti che non si sono vaccinati, e che probabilmente si sono documentati molto più di quanto pensino la FNOMCeO e il Ministro della Salute.
Curandero
Questo articolo contiene 0 commenti.
Clicca qui per lasciare il tuo commento.